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Raccontare storie, scrivere storie
di Mario Ajazzi Mancini
 
 
"Tutti si vogliono avvicinare alla Legge; come mai, in tutti questi anni, nessuno ha chiesto di entrare oltre a me?  Il guardiano si è accorto che l'uomo è agli estremi, e per superare la sua sordità, gli urla all'orecchio: Qui, nessun altro poteva ottenere il permesso: questa entrata era riservata solo a te.  Adesso vado a chiuderla.(Franz Kafka)
 
Questo intervento propone, intende proporre, in modo alquanto rapsodico (mi servirò spesso del come se) ed irregolare, un tratto di elaborazione, un pensiero intorno all'eventualità di scrivere clinica - casi clinici?  Sì, ma non solo - nell'epoca di Internet, delle cartelle elettroniche, dei test, dei programmi che simulano il colloquio e sostituiscono gli incontri attraverso un raffinato sistema di interfaccia... Una riflessione, in altre parole, sulla scrittura all'interno di un dispositivo, e di una pratica che s'accosta più alla Dichtung che al Beruf - Dichterberuf, si potrebbe dire con H(lderlin... Piuttosto che quella professione o mestiere che Freud riteneva impossibile.
La scrittura, nell'ambito della clinica, si confronta, a mio avviso, con un duplice ordine di difficoltà.  L'archiviazione, la registrazione del materiale, e l'elaborazione ed esposizione dello stesso in quanto comunicazione, narrazione del caso: il racconto...
Come si deposita il materiale?
Di solito, il paziente lo presenta in forma ridotta; è difficile, se non molto raro, che sappia - se sapesse, con molta probabilità, non chiederebbe - o semplicemente asserisca cosa intende per male, malattia, disagio, il suo disagio... Che, insomma, sia in grado di fornirne una descrizione, una raffigurazione.
Più volte siamo portati ad anticipare categorie di riferimento, per non dire classi diagnostiche.  Affinché il dolore s'inserisca in uno scenario - talvolta anche epocale - e la sua esperienza, il cosiddetto vissuto, acquisti senso; la rappresentazione è già un'esposizione, un abbozzo di trattamento, di clinica...
Freud si era rivolto alla letteratura, alla figurazione artistica, non meno che al phantasieren del Dichter, per tentare di cogliere, nella prospettiva che egli stesso inaugurava, il modo ed il significato in cui quella medesima esperienza acquistava una particolare fisionomia.
In psicanalisi, la letteratura, contrapponendosi ad un modo riduttivo di far scienza, fornisce un modello di descrizione - una Darstellung -, dà forma - ed è verosimilmente questo il suo valore di verità, quella che Freud indica come la sua forza paradigmatica.
I casi, mirabili, che ha scritto non sono novelle, ma si leggono come (se fossero) novelle, in quanto in essi - nella loro scrittura - viene fatto ampio uso di metafore, similitudini, analogie... Racconti più che resoconti?  E sovente anche di buona vaglia.
Lavagetto - uno dei critici più attenti a questo tema - afferma che il resoconto clinico è una sorta di micro/produzione artistica che nasce, e si sviluppa, dall'interazione dialogica tra paziente ed analista, dando consistenza narrativa a quanto è rimasto al di fuori del circuito della parola.  Consentirebbe insomma la trasformazione di un dramma individuale in una scrittura...
Altri studiosi, analisti e non, più conservatori, hanno puntato sul racconto/resoconto come fatto, evento comunicativo.  La posta in gioco della scrittura è la comunicazione.  La trasmissione di un messaggio, di un contenuto.  Raccontare è far conoscere, rendere noto.
Attraverso la narrazione analitica vengono comunicati, trasmessi contenuti inaccessibili, che in essa affiorano (per la prima volta?), tramite una storia prodotta piuttosto per condivisione (analista e paziente abitano, coabitano un campo, un campo emotivo) che per disparità.
Simile trasmissione permette la ristrutturazione di un apparato per pensare - considerato carente, difettoso o deficitario.  Al fine di operare quel distacco che si riferisce alla fine di un'analisi, esprimendo appunto emozioni, organizzando relazioni significative e praticabili.
In tale accezione, la narrazione, il racconto sono di tipo pragmatico.  Le storie che si scrivono hanno coerenza e significato - funzionano a favore dell'astrazione, della teoria - e promuovono conoscenza, contrapponendosi, diciamo così, all'altra visuale che potremo definire, con un po' di umorismo, artistica.
Infine, in questa veloce disamina intorno alla narrazione in psicanalisi, dovrei transitare sulla questione della scrittura come riparazione - psico/pato/biografia del Dichter; richiederebbe un lungo giro che compirò altrove...
Il tema dell'archivio, della registrazione cercherò, con la massima rapidità, di svolgerlo a partire da una domanda che apparentemente interroga l'ovvio: Chi parla?   Chi è colui/colei che dà inizio al racconto?  Che, insomma, racconta una storia?
Rispetto ad una storia che si narra, è possibile individuare un soggetto che la sostiene, al di là dell'anagrafe?  Nome, cognome, indirizzo, e, se volte, stato di famiglia...
Per arrischiare una risposta, avrò bisogno, a mia volta, della letteratura.
Un mirabile racconto di Blanchot, La follia del giorno - che è anche la follia della messa a giorno, del far luce, dello svelamento... ed anche dell'archivio.
Il testo solleva la questione dell'archiviazione, della verbalizzazione (la messa a verbale) di un fatto, un accadimento che viene raccontato; raccontato da una persona (colui che dice io) che non è in grado di ordinare logicamente gli eventi di cui narra né di conferir loro una scansione cronologica - un prima e un poi, una causa ed un effetto. Qualcuno, che di sé dice di "aver perso il senso della storia"... Una perdita, tuttavia, che non ha niente a che vedere con la malattia mentale, con la follia, benché questa compaia fin dal titolo.
Di quale follia si tratta allora?
Probabilmente, di una follia che coincide con la vita stessa, in modo da consentirci uno smarcamento dalle gabbie immaginarie che imprigionano la presunta normalità.   Vedremo...
Blanchot ci confronta con una vicenda in cui, pur essendovi racconto - il narratore che si presenta al pronto soccorso dice ai medici tutto quello che ha da dire - non può esserci registrazione dei fatti narrati.  Non può esserci archiviazione.
La legge - anche attraverso i suoi rappresentanti - gli ingiunge di raccontare, affinché si proceda alla verbalizzazione, alla denuncia, e si dia corso ad un'azione se è il caso... Ma il racconto che si produce, pur rispondendo alla legge, lascia la legge insoddisfatta, incompiuta.
Se i fatti non possono essere ordinati, è come se niente fosse successo.  Niente può essere reso noto, comunicato, trasmesso.  Non c'è niente da dire.
L'archivio diventa impossibile - è malato, c'è un mal d'archivio scriverà, a proposito, Derrida - a partire dalla stessa legge che lo esige: la legge della casa, della comunità dello Stato.  Impossibile, in quanto il racconto che la soddisfa mostra che essa non è più il fine, la meta di questo stesso racconto che c'è.
Senza compimento della legge come telos del racconto, si genera uno scivolamento, una deriva che, assieme al racconto, porta con sé anche il soggetto, l'io che narra e lo colloca in una posizione affatto singolare: titolare del proprio racconto - è lui, proprio lui che racconta - ma allo stesso tempo non più titolare, perché la legge non lo può sostenere, identificare come tale, non è in grado di riconoscerlo come soggetto della storia che narra, né assegnargli un posto al proprio interno, o al proprio esterno.
Chi parla?  Chi racconta, nel racconto della follia del giorno?
Qualcuno che non è né fuori legge né dentro la legge.  Piuttosto davanti alla legge.
Una posizione affatto complicata, che cercherò di sciogliere, nella misura di questi accenni, tramite il genio di Kafka.
La porta della legge è sempre aperta - scrive Franz nella parabola Davanti alla legge, contenuta nel penultimo capitolo del Processo - ma il contadino non vi entrerà, sebbene sia riservata a lui, proprio a lui...
Che vuole questa legge?  Questa legge che si presenta, si fa presente, sbarrandogli anche la strada con un guardiano pulcioso che costringe ad un'attesa estenuante, ad un'infinita sequela di domande, fino alla rivelazione finale... poco prima della morte.
Si potrebbe dire che, come la legge dell'archivio, questa legge vuole soddisfazione, comunque sia.  Legge come legge: "Il tribunale non vuole nulla da te - spiega il cappellano a K. - Ti accoglie quando vieni e ti congeda quando vai".
Vuole allora la libertà, il libero venire e andarsene?  Una libertà che ne afferma l'esistenza, proprio come suo compimento...
Eppure ci sono ostacoli, difficoltà - più d'un guardiano, una teoria di stanze - qualunque cosa facciamo, o diciamo.
Chissà.  Forse vuole qualcosa che ci è incomprensibile - che non capiamo.   Si tratterebbe di una legge indecifrabile, almeno per noi.  Chissà per il guardiano... Pertanto, ai medici di Blanchot non resterebbero che le domande, al contadino di Kafka solo l'indugio.
Oppure, si tratta di una legge - la lettura è di Gershom Scholem - che vige senza significato.  Che non chiede, non vuole niente, neppure il racconto che continua a scriversi.  Una legge ineseguibile, allora.
Ma una legge siffatta - è la straordinaria risposta di Walter Benjamin all'amico che non è eseguibile, è una legge folle come l'esistenza.  Una legge che non esiste più come tale e, appunto, si confonde con la vita... Con quella vita che è vissuta nel villaggio ai piedi del Castello.
Qui, le conseguenze dei nostri atti, dei nostri gesti, anche i più irrilevanti, sono incalcolabili, inimmaginabili.  Non sappiamo mai anticipatamente dove andremo a parare, cosa diremo, come quando ci capita di parlare... Ne possiamo sapere qualcosa - dirà Freud - solo nachtr(glich.  Al futuro anteriore.
Basterebbe chiudere la porta?  Perché tutto sia come prima ... Perché si possa scrivere una storia, raccontare un caso, ordinarlo, riconoscerne un titolare, con una vicenda propria, la sua, un passato, una memoria, e probabilmente anche un futuro.
Forse sì, ma come?  Come chiudere la porta?  Compiere la legge?
L'analisi suggerisce una finta, una finzione - che è anche una commedia, se volete.   Che rimette le cose al loro posto, solo in modo leggermente diverso.
La stessa che recita, o almeno a me sembra farlo, il contadino della parabola: davanti alla legge - con tutte le sue domande, anche le più terribili - affinché la porta venga chiusa - "Perché - chiede - se tutti tendono alla legge, in questi anni, nessuno ha mai chiesto di entrare?  Perché - risponde il guardiano - quest'ingresso era destinato solo a te.  Adesso vado a chiuderlo [...] ".
La stessa di Ulisse, dell'Ulisse di Franz Kafka, che vince l'arma terribile delle Sirene - il silenzio - opponendo qualcosa che somiglia ad una pantomima, e che ne esalta l'arguzia... Sa che le Sirene tacciono, eppure gioca la sua parte, mettendo di fronte silenzio a silenzio.
Nello stesso momento in cui niente sembra accadere - nell'aria tersa non ci sono parole - si scrive una storia...

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