Recensione al libro di Mircea Cărtărescu, Perché amiamo le donne, a cura di Bruno Mazzoni, Roma, Voland, 2009.
Giovanni Rotiroti
Dopo le splendide traduzioni di Travesti, Nostalgia e Abbacinante, Bruno Mazzoni offre al pubblico italiano, nel gesto della "cura", Perché amiamo le donne di Mircea Cărtărescu. Quest’ultimo libro del più interessante scrittore romeno contemporaneo - di cui la piccola e prestigiosa casa editrice Voland si fregia di pubblicare in esclusiva in Italia - è una raccolta di ventidue brevi e gustosi racconti a sfondo erotico e passionale. Il narratore intende restituire poeticamente uno spaccato interiorizzato del multiforme universo femminile, guardato sotto la lente desiderante dell’immaginario sessuale maschile. La donna, nelle sue molteplici sfaccettature di oggetto prezioso avvilluppato dal fantasma, è il vero e proprio soggetto di questo libro. Ogni racconto - uno diverso dall’altro per intensità, stile e modelli culturali di riferimento - presenta la donna come oggetto e ricettacolo del desiderio. Essa è sempre eccedente e sempre sfuggente. Ed è allo stesso tempo vicina e lontana, intima e distante. Il ritmo della scrittura viene scandito da un succedersi di tocchi istantanei e prodigiosi che rivelano insieme i contorni di un’esperienza a carattere mistico-estatico dai tratti talvolta spaesanti.
Da questa prospettiva, tutte le donne dei racconti di Cărtărescu sono riconducibili anamorficamente all’immagine-idolo dell’unica donna che, producendo un effetto di verità nella distanza, rivela, lungo tutti i racconti, le sue policromatiche sembianze vagamente e sensualmente allegoriche. Questa verità nella distanza è marcata dallo scarto temporale dell’evento della sua apparizione e interroga incessantemente il narratore durante tutto il processo affabulatorio nel quale si trova costantemente coinvolto. Il protagonista maschile di questi racconti, post-modernamente autobiografici, volge nostalgicamente lo sguardo all’indietro, agli amori perduti e poi ritrovati nella memoria di un passato sognante che non è mai definitivamente passato. È uno sguardo che va "in là", in quel tempo eternizzato dall’istante, nel suo tratto irrealizzato ma immancabilmente compiuto.
La scrittura di Cărtărescu è attraversata da un’inquietudine erotica, romantica, surreale e visionaria, che talvolta si staglia in un "labirinto di fantasie violente e tenebrose", laddove si vive in "un paradiso infernale", oppure in un luogo elegiaco e voluttuoso che organizza visioni che permettono di mettere piede in quel mondo lontano, abitato da rimembranze e risonanze indefinite e misteriose. "Mi seguiva. Non avevo modo di sfuggire alla gravità dei suoi occhi saturnini. Eravamo in un museo vuoto, soltanto noi due, a rincorrerci tra sarcofaghi. Mi raggiungeva, zoppicando e sollevando una spalla, mi toccava con le sue mani sottili. Appena superava una colonna di granito, mi ritrovavo faccia a faccia con lei, umida e viscerale. La colpivo sulla guancia, la dilaniavo con le unghie. La sventravo con un coltello comparso chissà come nella mia mano. Cadeva e poi si rialzava di nuovo e mi seguiva ancora. Mi sono svegliato a notte fonda, tremando tutto, avvolto da un terrore mai più provato. Ho acceso la luce e l’ho lasciata accesa, leggendo, fino ai chiarori dell’alba" (p. 92). Questa donna - apparsa al protagonista in una Torino impregnata di magia - ha manifestato decisamente il suo tratto spettrale, rivelando la verità soggettiva (il reale del terrore) nel luogo tradizionale della non-verità (la scena del sogno). È proprio l’uomo che crede alla verità della donna, al sogno della donna-verità.
In un altro racconto, invece, la donna appare umoristicamente agli occhi del protagonista in una sorta di visione estatica e voluttuosa, in riva al mare, come una Venere levantina dipinta da un Botticelli trasferito a Bisanzio: "Sarebbe stata l’ideale della bellezza dell’intera umanità, in effetti. Sarebbe stata venduta e comprata, accanto a zafferano, cannella e oricalco, in porti lontani. Con le sue gambe possenti, da divinità che regge un angolo di tempio, con i suoi seni enormi che spingeva in avanti con la stessa fierezza con cui la matrona romana esibiva i propri figli ("Ecco i miei gioielli!"), con le sue lunghe chiome da Magdalena del Magdaleiano, con la sua figura crisoelefantina, sarebbe stata l’orgoglio degli harem e la cavalcatrice dei filosofi del mondo. Nuda, diffondeva così tanta luce che tutti gli altri corpi del piccolo golfo assumevano il colore livido dei cadaveri. I suoi seni, te ne accorgevi a prima vista, erano gli unici degni di questo nome: le altre donne avevano sul petto delle mammelle o più semplicemente delle tette. Il suo sedere, con la parte oscura tra le natiche, mostrava di tanto in tanto, con indolenza premeditata, la sua stellina marroncina e l’altra struttura, variamente orlata, simile alla polpa carnosa che fuoriesce dalle valve di una conchiglia marina. Quando si sdraiava, il ciuffetto di fili d’oro, sopra la vulva accuratamente rasata, gettava una luce radente sull’addome, come il cappuccio delle stilografiche della nostra infanzia. E quando si rigirava, a pancia in giù, sopra i glutei, ondeggianti sul cuscinetto triangolare dei lombi, spuntava un tatuaggio con dei draghi" (p. 145).
Ma l’erotismo esuberante che permea la scrittura di Cărtărescu, e che mette in scena la donna come un oggetto di pura fantasia maschile, non deve trarre in inganno. Questa donna, simulacro della verità come luogo della bellezza e della realizzazione di tutti i desideri più indicibili, non si offre mai come oggetto di possesso o di godimento. Non è mai proprietà del soggetto, neppure nella finzione. Questa donna è in realtà un godere che altera e sposta il soggetto lungo la trama discorsiva dell’amore. La donna, in questi racconti di Cărtărescu, è come una verità che idealmente illumina il segreto abissale del femminile nella sua infinità velata. Nel suo rivelarsi narrativo è espansione ed esuberanza dell’essere. Essa, racchiudendo nell’orizzonte mitico dell’Uno tutte le donne reali o immaginarie, è un effetto rifrangente del velo, è una verità sospesa che trasfigura e spiritualizza il godimento del soggetto scritturale nella sua articolazione con il desiderio.
Le donne di questi racconti testimoniano la contingenza del rapporto erotico e amoroso nell’après-coup dell’evento di rottura. Sono come dei fermi immagine, delle istantanee prese al volo per essere letterariamente salvate dal loro inesorabile dileguarsi nell’oblio. Sono delle figure erotizzate al massimo che tentano di far accedere il soggetto della finzione al piano trans-immanente dell’evento, senza per questo dover necessariamente far leva sulla forza della seduzione combinata da tecniche sessuali o pornografiche.
Cărtărescu parla delle donne, del suo amore per le donne, rivolgendosi soprattutto alle donne - iscrivendosi così nella tradizione inaugurata da Boccaccio, iniziatore indiscusso del genere del racconto. Parla dell’amore, di quell’amore che si dice e si fa sempre dicendolo, di quell’amore che impedisce alla scrittura di irrigidirsi nell’allestimento del feticcio consumista della donna-oggetto-gadget. Parla dell’amore più privato in forma pubblica: "la nostra coppia", "il nostro amore". "È qualcosa di essenziale di cui si parla troppo poco, sopravvive anche in presenza del più devastante denudamento simbolico" (p. 28).
Il fatto che si ama è una questione privata, ma una coppia che si ama è un affare pubblico, anzi politico. Nessuno è in grado di rivelare il senso delle parole "il nostro amore", "la nostra coppia" al di là dell’orizzonte dello stare segretamente assieme. Nessuno, perché il senso di queste parole è sempre al di là di ciò che si può dire. Questo senso delle parole, del "legame psichico, chiamato amore", risiede unicamente nel fatto di dirle, queste parole. Là c’è già tutto il senso dell’amore, un senso intimo, interiore, che inevitabilmente sfugge a tutti i perché.
Non c’è un solo "Perché amiamo le donne". Questo amore è molto imbarazzante ed è difficile da trattare. Ma c’è qualcosa di quest’amore che si dice, e quel che si dice è il senso del "noi": "Il nostro amore", "la nostra coppia". Queste parole ci inviano qualcosa del senso del "noi" che si trova nel rapporto d’amore - un qualcosa che si mostra come rapporto con il desiderio nello spazio fulmineo del racconto - la cui verità resta solo nel tempo di un lampo e che le donne, dalla loro alterità, ci portano ad incontrare nel luogo, interrogante ed insieme enigmatico, della parola chiamata "amore".