Presentazione di Giovanni Rotiroti al libro di Mario Ajazzi Mancini, A nord del futuro. Scritture intorno a Paul Celan, Firenze, Editrice Clinamen, 2008.

Firenze, Libreria Il Parterre, 20 febbraio 2009.

 

Buona sera,

Paul Celan diceva che la poesia è «una stretta di mano». Il suo segreto fa appello e risponde, a chi lo raccoglie, nella terra comune del cuore.
Le scritture del libro di Mario Ajazzi Mancini sono esperienze di traduzione. Esse raccolgono il transito di un io che si cerca in altrui, come una lingua, una parola che cerca se stessa nella sua qualità di essere straniera, quasi clandestina.
È a titolo della particolare amicizia che mi unisce a Mario che cercherò di onorare il suo libro. Esso ha richiesto tanti anni di lavoro e di instancabile dedizione.
Partirei dunque dall’amicizia, da quella particolare forma dell’amicizia che si condivide tra gli amici nel segreto di un incontro.
L’amicizia, come sapete, non è solo quel sentimento che nasce dall’incontro tra due o più persone, le quali percepiscono una comunanza di interessi, di valori, di ideali, e che per questo stabiliscono delle relazioni intime fondate sulla fiducia e lo scambio reciproco di attenzioni.
L’amicizia è soprattutto una struttura costitutiva della condizione umana. Significa essere in relazione, sentirsi esistere con l’altro, vivere insieme all’altro che è, allo stesso tempo, dentro e fuori di noi. Potremmo dire che la sua passione, il suo desiderio, la sua parola, - cioè la passione, il desiderio, la parola dell’Altro -, è ciò che più intimamente anima le fibre segrete dell’amicizia. Ed è con quest’Altro dell’amicizia - che si concede all’incontro, tanto desiderato da rimanere, nella sua essenza, segreto e sconosciuto, - che oggi inizieremo a parlare del bellissimo libro di Mario intorno a Paul Celan.
Paul Celan, durante la sua breve ma intensa esistenza, ha stretto rapporti di amicizia con molti intellettuali di grande prestigio, ma questa amicizia, secondo lui, si è dimostrata, a lungo andare, soltanto letteraria. Questo aspetto degno di rilievo - che si legge in una lettera spedita all’amico romeno Petre Solomon - testimonia non solo la particolare solitudine del poeta a Parigi dove si sentiva esiliato, - nonostante tutti i riconoscimenti e le prove di fedeltà che aveva ricevuto da più parti nel mondo -, ma attesta soprattutto quella profonda nostalgia tipica di chi è fondamentalmente sradicato. Questa particolare nostalgia non esprime solo una tensione desiderante, o un’aspirazione, verso la lontananza, - come la parola Sehnsucht intende esprimere nella lingua tedesca - ma significa «oltrepassare la lontananza nel luogo in cui ci si sente ovunque troppo lontani», come dice Cioran. La nostalgia celaniana è un sentirsi eternamente lontani da casa. È un desiderio di ritorno verso il finito, verso l’immediato, verso la conquista di quello che si aveva prima di essere soli. È un appello terrestre e materno, una diserzione del lontano. È come se l’anima del poeta non si sentisse più consustanziale al mondo, allora sogna tutto ciò che ha perduto.
Questa lettera struggente fu spedita da Celan nel 1962 a Petre Solomon, un amico di vecchia data. Solomon viveva come poeta e traduttore in Romania nel periodo più buio della dittatura comunista. Era ebreo come Paul, e nonostante tutte le difficoltà di chi vive in un regime totalitario particolarmente spietato, non si stancherà di sostenere l’amico lontano e di non farlo sentire troppo solo. Lui e pochi altri amici conoscevano le terribili angosce che attanagliavano il poeta originario della Bucovina.
Perché vi parlo di Petre Solomon? Semplicemente perché Petre Solomon, oltre a essere un vero amico, fu in assoluto il primo traduttore di Celan. L’amicizia tra Paul Celan e Petre Solomon ebbe luogo a Bucarest nell’immediato dopoguerra presso la comunità dei traduttori della casa editrice Cartea rusă – una casa editrice che pubblicava testi letterari russi in Romania nel periodo della progressiva stalinizzazione del paese. Questa amicizia, come attesta il loro epistolario, non si è mai esaurita nel tempo.
Paul Celan - che aveva rivolto le sue coordinate poetiche a Nord del futuro, come ci ricorda il titolo del libro di Mario - negli ultimi anni della sua vita confessa all’amico Petre che il suo meridiano si sta dirigendo sempre più a Est, cioè in direzione di quei suoi amici poeti romeni, che furono i primi a essere testimoni non solo dei suoi amori e della sua grande passione per la vita, ma che avevano assistito alla pubblicazione di uno dei più grandi capolavori del secondo novecento europeo, la traduzione romena della Todesfuge. Questa traduzione romena fu fatta a quattro mani con Petre Solomon e apparve in anteprima a Bucarest nel 1947 prima della pubblicazione a Vienna del poema in lingua originale. Essa segna di fatto, in Romania, il debutto poetico di Paul Celan nelle lettere mondiali. Il titolo del poema in romeno è Il Tango della Morte, quasi a testimoniare, nella cifra di questo componimento, una toccata e fuga musicale, tra le due lingue, sui bordi mortali, ma anche erotici dell’abisso. La traduzione da Todesfuge a Tangoul morţii non si limita al passaggio da una lingua all’altra, ma riguarda anzitutto i transiti segreti e sconosciuti all’interno di una stessa lingua, lungo le sue commessure inter- e intra-linguistiche. In questa traduzione romena della Todesfuge ne va dell’identità di una lingua, la quale si può affermare come identità a sé, solo se si apre all’ospitalità della differenza straniera dentro di sé. Questo evento, come sa bene Mario, accade una volta sola. Petre Solomon ha avuto la fortuna di essere il vicino testimone, l’attore, ma soprattutto il complice di questa segreta esperienza del farsi della traduzione.
Grazie a questa straordinaria esperienza della traduzione del poema a Bucarest, Paul Celan e Petre Solomon hanno condiviso nell’amicizia un qualcosa che è dell’ordine dell’evento insperato, un qualcosa di inatteso, che non si lascia prevedere, che non si può riprodurre e che non è neppure effetto di una causa vera e propria.
In altre parole, gli amici non hanno condiviso qualcosa di concreto o di oggettivabile, ma essi stessi sono stati testimoni di un qualcosa che è reale e irreale insieme, che non è ulteriormente definibile, ma che si è posto, per entrambi, in maniera irriducibilmente singolare e per molti versi sconvolgente.
I due amici hanno partecipato a un qualcosa di puramente esistenziale che riguarda l’esperienza di un niente di indicibile segreto, hanno fatto parte, nell’esperienza della traduzione, di un’impossibilità divenuta effettivamente reale. Ciò riguarda essenzialmente l’oggetto impalpabile della poesia e della sua possibilità di essere detta in una lingua che non è mai identica a sé, grazie alla sua inesausta produttività ed effettualità.
Da questo punto di vista, il segreto della poesia, come quello dell’amicizia, è un evento che si libera della mera oggettività, e contraddice, con il suo solo fatto di esistere, le condizioni stesse dell’esperienza, esulando così dai canoni del senso comune. Quest’evento si manifesta senza che lo si costituisca, senza che lo si autorizzi. Avviene di sua sola iniziativa. Alla lunga si potrebbe trovargli un senso, e anche un destino, e persino farsi informare dal senso che si imporrà più tardi (cioè quando l’esperienza si sarà realizzata e quando avrà trovato una forma in cui compiersi). Ma l’evento in sé si manifesta a sua discrezione, va dove vuole, quando vuole e a chi vuole.
Per Celan, la parola, in particolare quella che si indirizza all’Altro, è l’aver luogo stesso della poesia, è il segreto di un incontro impossibile che allo stesso tempo si è reso possibile, perché l’evento stesso dipende essenzialmente dalla sua unicità, o, come scrive più precisamente Mario, dalla sua «unavoltità».
Questo evento, che è allo stesso tempo autonomo ed eteronomo, è siglato da Celan con una «stretta di mano». In questa esperienza pura della poesia i due amici, somiglianti nel cuore, si incontrano in una reciproca donazione che li annulla come tali nella parola, cancellando i tratti della loro presunta o effettiva lontananza.
Il libro di Mario ci mostra che le parole della poesia di Celan hanno capacità ellittiche, si ritraggono, ma allo stesso tempo lasciano tracce, impronte, resti di un passato immemorabile che sono pronti per un nuovo rilancio perché disponibili all’avvenire. Queste tracce che non ingannano, sono, come scrive Mario, «lievito per il peso del poema che si ultima nella parola dell’incontro, che culmina nel nome – in un nome tanto “vero”, per il momento, da essere conservato, custodito da un raggelato silenzio».
Nelle stanze buie della memoria, la parola poetica di Celan rifrange, come un cristallo, lo splendore raggelato del segreto. La logica del segreto è tormentata, eccentrica, necessariamente obliqua e intransitiva. Quando si ascolta la poesia di Celan - come ci ha fatto più volte assistere Mario dalle registrazioni della “viva” voce del poeta - si tratta di penetrare nelle stratificazioni più misteriose del segreto, di sprofondare nel fondo inquietante ed estraneo di se stessi in quanto si tratta di ascoltare quell’evento di assoluta incertezza e di riceverne l’impronta.
Leggo dal libro di Mario

«Parla anche tu, / parla l’ultimo a parlare / di’ la tua parola. A partire da questi versi, la poesia afferma la propria irrinunciabile istanza di nominazione: essa intende, “vuole volgersi ad un altro, ha bisogno di quest’altro, ha bisogno di un di contro. Lo va a cercare, gli rivolge la parola”. E l’altro, di fronte senza nome, acconsente, solo perché interpellato e convocato nell’ambito di un colloquio cui partecipa ogni volta una sola volta. Se la poesia è la figura di un singolo, lingua attualizzata, lo è in quanto l’incontro con l’altro resta segreto».

È su questo aspetto paradossale del segreto, messo mirabilmente in rilievo da Mario, che ho il piacere di dirvi qualcosa.
Il segreto, nella sua intangibilità, conserva il silenzio, ed è destinato, nella poesia, a tenere segreto il segreto stesso. Il fascino del segreto nella poesia di Celan è il suo impossibile a dirsi, quasi del tutto, fino ad esporre la parola al suo rischio più estremo, cioè quello di far ammutolire il poema. Il segreto tocca molti aspetti dell’esistenza e dell’esperienza privata e sociale del poeta. La poesia di Celan ha i suoi «grandi e piccoli segreti», dice Solomon, e ne disegnano il cammino. Essi, più che imporsi, si espongono nella risonanza dell’ascolto e strutturano immancabilmente il dettato del poema.
La qualità della parola, se si ascolta veramente, è che spesso essa riesce a riflettere l’ombra del segreto. È una verità che si dà insieme alla sua non verità. Cioè, quando la parola ha avuto la possibilità di essere testimoniata senza che colui che l’ascolta abbia la pretesa sconsiderata di separare dalla parola la sua ombra - proprio quell’ombra che custodisce il poema e nello stesso tempo lo costituisce - il segreto trova effettivamente l’opportunità di rivelarsi nel suo candore.
 

Ora leggo la bella traduzione di Mario della famosa poesia di Celan Parla anche tu.

 
Parla –
Ma non separare il no dal sì.
Dà anche senso alla tua poesia:
dalle l’ombra.

Dalle ombra abbastanza,
tanta che intorno a te
tu la sappia spartita tra
mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guarda attorno:
vedi come c’è vita in giro.
Per la morte! C’è vita!
Dice il vero, chi dice ombra.

Ma ora si restringe il luogo dove stai:
dove andrai adesso, spogliato dell’ombra, dove?
Sali. Tastoni. Sali.
Più sottile, più irriconoscibile, più fine!
Ti fai più fine: un filo,
sul quale vuole scendere la stella:
per nuotare in basso, giù in basso,
là dove si vede risplendere:
nella risacca di parole erranti.

Il segreto respira nella poesia e la parola lascia trapelare la cosa non a partire dalla luce ma dalla sua ombra. Il segreto della poesia non trancia la parola riducendola a un’oggettiva verità ma mostra l’ombra del suo velo, - ciò che più conta, - l’impossibilità divenuta effettivamente reale del suo evento, la sua non verità inseparabile dalla cifratura stessa della verità. «Il segreto non è una barriera situata al di là della verità, ma è esso stesso la forma più alta di verità», dice Heidegger. Al poeta rimane il compito non di svelarlo, questo segreto, ma di nominarlo con le parole che provengono dall’ombra del suo stesso mistero.
Il segreto nella poesia di Celan è come un cristallo di respiro che attende nel crepaccio dei tempi la sua immutabile testimonianza. Esso indica «la direzione e il destino» non solo del poema ma anche dell’esistenza. Talvolta riluce nello splendore della tenebra, altre volte offre di sé l’immagine di una cappa oscura, una notte priva di stelle. L’uno non va senza l’altro. Questo evento indica anche una soglia enigmatica, un destino indecifrabile e inaggirabile, quello per un verso dell’uomo capace di arte e per l’altro ostaggio della sua follia.
Il segreto è al cuore della poesia di Celan. Ma la poesia fa appello ad un altro ordine del segreto, cioè a quello presidiato dalla parola. Non è solo il segreto indicibile, ineffabile, dell’evento inaudito, catastrofico di Auschwitz, ma è anche l’altro ordine del segreto, quello della domanda, dell’appello rivolto all’Altro, al Tutt’Altro, alla sua ombra affascinante e tremenda. Il segreto fa appello, è domanda, è domanda di segreto, ed è il segreto della domanda. È al cuore della domanda, una domanda che pulsa nel tempo, che affiora, viene a galla dal silenzio del suo stesso gesto segreto che costantemente ritorna e di continuo lo sopravanza. Questo evento enigmatico è inseparabile dall’origine della poesia, dal suo più puro scaturire. Come scrive Mario:

«Il “puro scaturire” dell’enigma ne è probabilmente l’origine; questa, tuttavia, s’intravede nello stesso momento in cui è dichiarata inaccessibile: riflessi, scintillii impediscono il faccia a faccia e inducono una sorta di sbandamento, di sconcerto. Segretamente, in quanto tutto ciò sembra non avere niente a che fare con uno “psichico” e/o un vissuto, recuperabili da parte del ricordo; soltanto con l’affondare, lo sprofondare della lingua nella lingua dell’altro, come unica possibilità di dire un accadimento, in una maniera altrettanto originale e originaria.»

La poesia di Celan, cioè quella che appartiene a un Tu privo di morte, come dice Mario, rende il segreto possibile e insieme impedisce in maniera definitiva il suo disigillamento, il suo decrifrarsi, il suo decriptarsi, il suo darsi definitivo alla luce accecante e assoluta della presenza. La poesia, che appartiene a questo Tu privo di morte, custodisce il segreto, ma ciò non impedisce di pensare che il segreto sia costituito di «niente», e che questo niente, che è il suo senza fondo, sia ciò che apre il discorso dell’essere umano all’eros, allo smisurato, all’etica della distanza, al taglio, alla cesura, alla decisione stessa del poema.
Da questo luogo imprecisato - che contorna i bordi della parola - si muovono le grandi figure dell’irrappresentabile della poesia di Paul Celan, che Mario ha con passione interrogato e, per la prima volta, messo in luce, mostrandole nella loro ultimità.
Attorno al vuoto di parola e alla sua rappresentazione invisibile si organizza l’archivio della memoria, il simbolico e l’asimbolico, come ordini specifici del lutto e della melanconia.
La poesia di Celan dice pure che le parole non sono cose. Quando la parola è abbassata o ridotta a cosa, è parola morta, è la mortificazione della parola, è l’annientamento del linguaggio e con questo anche dell’uomo. Per Celan questo evento impossibile, divenuto reale, è anch’esso restituito nella poesia come fatalità in una parola afasica, come bocca slabbrata dall’irrappresentabile, come muta risonanza del niente, come brutale e anonimo annientamento, come eco silenziosa della parola ridotta in cenere, come casa in cui nessuno abita più.
Quando la parola, invece, quella che si rivolge all’Altro, sfida l’indicibile; quando la parola che si rivolge all’Altro, cerca un orientamento, una direzione, da cui iniziare di nuovo a parlare - nonostante la cenere e l’evento innominabile dell’assurdo -, questa parola tanto innocente, quanto enigmatica, ha effettivamente la possibilità di essere riconosciuta nella propria segreta intimità. Essa, affidandosi all’Altro, ha la possibilità di essere veramente ascoltata, perché a sua volta è stata improntata dalla parola dell’Altro, nella cifra elettiva e amorosa della traduzione. Solo in tal senso la parola di Celan, che prova a resistere ad un ammutolimento senza ritorno, - e che mostra il suo ordinamento segreto, a partire dalla sua stessa cenere -, offre un vero atto di ospitalità poetica al dire dell’essere umano, e gli indica l’accesso al luogo in cui il linguaggio stesso ha luogo. Come scrive Mario:

«Compito del poeta – all’interno di una secolare tradizione – è consentire l’accesso al luogo della parola, al luogo in cui il linguaggio ha luogo – la metafisica l’ha identificato con la sfera dell’essere – affinché da esso scaturisca quella straordinaria avventura che definiamo vita, della quale possiamo dire ed aver cose da dire solo quando, vivendo, se ne incontra il limite – viventi, appunto, perché parlanti. All’origine – si conceda la fugacità dell’accenno – Agostino ha indicato nel desiderio amoroso l’istanza di quell’accesso. Se la poesia è per lo più “poesia d’amore”, lo è perché il linguaggio ha già avuto luogo, e vi si giunge attraverso un appetitus che ci fa soggetti di parola, nel momento in cui perdiamo la nuda vita, per viverla davvero nel senso che ci si dischiude. Su questa scorta, con un salto tanto imprudente da chiedere solo di essere accolto, si potrebbe affermare che la vita si significa, ha senso ed è, solamente tramite la rappresentazione che se ne crea, per lo più sconosciuta ed equivoca.»

È forse anche questo il segreto che Celan ha trasmesso come un lascito o un’eredità - non solo ai suoi amici romeni poeti dell’Est, che lo amavano e che non si sono mai stancati di sostenerlo nei momenti più bui della sua vita - ma a tutti gli esseri umani che si vogliono ancora riconoscere nel versante misterioso dell’esistenza che gli è stato allestito dalle parole.
Cos’è allora il segreto? Il segreto, apparentemente, è ciò che non si dice, è quello che non bisogna né si può dire, ma allo stesso tempo il segreto non cessa di dirsi. Al segreto si fa costantemente ritorno, come a una casa o a una dimora mai del tutto abbandonata, perché il segreto fa comunque breccia fra le parole. Questa dimora allestita tra le mura del segreto è la lingua che noi stessi parliamo. E ciò riguarda lo statuto etico dell’umano, cioè il suo peculiare modo di abitare nel mondo delle parole, lungo i suoi bordi che non sono affatto circoscrivibili con la stessa mappa che noi riserviamo agli oggetti che si collocano nello spazio abbagliante e talvolta violento della presenza.
Il fascino del segreto nella poesia di Celan è il suo impossibile a dirsi, quasi del tutto. C’è un segreto che non si dice e c’è anche un segreto che è al di fuori del dire, della parola, della voce, del discorso, della frase, del potere e dell’arte di parlare. A quest’ultimo segreto non si fa altro che ritornare. Le parole sono l’eco sonora di questo segreto che ha liberamente deciso di rimanere tale. Altrimenti non sarebbe un segreto. E questo segreto è un segreto originario che non apparterrebbe neanche più al silenzio della parola. È un segreto che forse si spoglierebbe del suo mysterium tremendum, se fossimo all’altezza del suo autentico dettato. Ma forse non abbiamo abbastanza parole per dirlo. E per dirne qualcosa ci vuole del tempo, forse molto più tempo di quanto una vita umanamente disponga. Ma ciò non ci consente di esentarsi dal compito, come ha fatto Celan, nel suo andare verso laggiù, nel luogo del proprio inconfessato accadimento. Leggo sempre dal libro di Mario:

«La punta aguzza incide, intacca trasponendo il non scritto nel suo stesso gesto. La superficie s’indurisce, si fa lingua disponibile come lo sfondo dischiuso del cielo – una riserva cui attinge la scrittura nel suo andare “verso laggiù”, nel luogo del proprio accadere. Lungo sentieri battuti, tracciati dal farfugliamento di tutti i discorsi ripetuti che non portano da nessuna parte, se permangono nella convenzione della lettura e/o della chiacchiera. Si tratta piuttosto di raccoglierne, scovarne l’apertura e pensare a partire da questa; l’aprirsi della Lingua Sprache su ciò che dell’irripetibile vi s’imprime e s’annuncia come arrivante, senza che sia pronunciata una parola di benvenuto. Il segreto è tale, segreto di nulla – alluso ingannevolmente dal gorgogliare; segreto del poema che è in grado di camminare e muoversi, in quanto si scrive ascrivendosi all’altro, nel medesimo tempo che lascia a questo la libertà di venire o meno. »

Ciò significa forse che se c’è del segreto in qualsiasi forma scritta o testimoniata dalla parola, proprio questo segreto non potrà mai essere, una volta per tutte, identificato o localizzato. Se c’è del segreto esso non smette mai di farvi ritorno grazie alla sua rappresentazione nella parola. E quando si è veramente fortunati, - cioè quando questo di nuovo tornare all’indietro, nelle parole della lingua, non è solo un ritorno al passato che si manifesta come ripetizione brutale dell’identico - questo accadimento è esso stesso rivoluzione, anzi è una rivoluzione della rivoluzione, è un rimpatrio che è mutazione, ribaltamento, inversione, oltrepassamento e conservazione di scarti e di residui, che sono pronti ad essere rimaneggiati e di nuovo rilanciati. Questo perché, in fondo, è la parola che trova l’essere umano e non il contrario. È forse anche questo il suo segreto. La parola accade, quando vuole e se vuole e anche quando è necessario che accada. La difficoltà sta nell’essere all’altezza del suo dettato.
Infatti, ci sono anche segreti, come ci mostra il libro di Mario, che sbarrano la strada ai fantasmi, che bloccano, ostruiscono, inchiodano, impediscono il loro vitale svolgimento. Non danno più da pensare né da domandare. Questi segreti attingono alle fonti della non vita, cioè proprio a quella vita espropriata da tutto, anche dalla propria morte. La memoria di questo segreto è quella del non lutto, o del lutto impossibile, un vuoto rappresentazionale che comunque si trasmette come oggetto segreto, ma che tuttavia rimane incriptato, resiste al lutto e si insinua come un idolo inattaccabile e idealizzato in un amalgama di verità e menzogna.
Il segreto, probabilmente, non appartiene a nessuno anche se costituisce il cuore pulsante della vita psichica. Il segreto non è visibile, né osservabile, né riproducibile, né oggettivabile, né misurabile, né quantificabile con gli armamentari della tecnica. Il segreto non appartiene all’ordine fenomenologico, non riguarda la visione, la luce, il concetto. Semmai il segreto è il limite del concetto, del visibile, del fenomenologico, dell’oggettivabile. È la sua ombra, abbiamo detto. Il segreto lo si può forse solo ascoltare all’improvviso nel silenzio di un vero incontro, fortunato, che è l’incontro con la parola e con il suo insaziabile desiderio di traduzione. Questa parola io la posso ricevere senza previsione, per perderla poi subito, irrimediabilmente. Essa sorge dall’inatteso per rientrare nell’irrevocabile. La sua istantaneità la rinvia all’eternità. Ha solo il tempo di donare ciò che dona in attesa che la poesia, come ha saputo far Celan, lo possa conservare.
L’abbiamo forse capito. Non si può trovare una definizione esauriente del segreto. Il segreto è un oggetto di niente, quasi evanescente, che appartiene alla sfera della conoscenza ma anche dell’ignoranza. Il segreto si offre e si nasconde, riguarda i legami e i dislegami nelle cose dell’amore e della morte. Esso può arricchire come, allo stesso tempo, impoverire. Si tratta di uno dei concetti limite che il sapere della psicanalisi ha da sempre indagato perché l’esistenza del segreto si lascia a malapena supporre.

Vi ringrazio per l’attenzione.