Poesia ed Epistemologia
Per una lettura di "Finestra di capanna" di Celan
di Mario Ajazzi Mancini
Il desiderio, che tuttora chiamiamo romantico, di completezza o totalità, per non dire dell'aspirazione a "fare uno" - frammenti, pezzi, parvenze d'ideale, ma affidati al racconto mirabile di una cultura cui non cessiamo ancora di pagare pegno - ha spesso acquisito, nel secolo da poco trascorso, la forma rovesciata dell'abbandono, della negazione o dell'annullamento; con l'esito micidiale di una lunga teoria di sparizioni, tanto improvvise quanto facilmente etichettate dal gergo psicologistico: angosce, affanni, depressioni (più o meno motivate) e pure suicidi, che la pagina bianca raccoglie e concreta nello spettro di una solitudine inscalfibile che, nondimeno, continua a sedurre chi ha patito il morso della tentazione.
Di contro, una macro escrescenza di scritture, costituite per lo più di citazioni - diari, zibaldoni, e pure temi, archetipi, simboli - che, velandosi di ironia parodistica, non fanno che scansare l'orrore che s'ingenera da quel vuoto in cui confluiscono, alla rinfusa, ricordi, letture, momenti che sovente si ripescano dal cestino della carta straccia. Modo della sfida, o del ritiro anche queste, giustificate dall'impresa compiuta una volta, e che tuttavia rammenta la passione dell'incendiario, perché il sogno non s'avvera e, di noi, l'assoluto non si fa che beffe.
Eppure, qualche voce ancora. A testimonianza dell'onestà con cui s'affronta il problema - se lo si riconosce. Scrivere - come smettere, o abbandonare (irriconducibili a qualche nevrosi di sorta) - è atto etico ed epistemico a un tempo. Questione che concerne il sapere, ed il modo in cui ce ne possiamo servire per venire a capo di domande tanto confuse, in quanto riguardano il nostro stesso essere al mondo, il senso che qualche volta siamo capaci ricavarne, muovendo da un principio, per indirizzarci verso un avvenire che tenteremo di praticare.
Capita spesso però che simile attività produca enigma, in risposta all'enigma che la sollecita. Ancora carte da decifrare - come l'amore, la morte... Parole che s'incatenano, frasi che si spezzano, pause, cesure: intrattengono quanto avremmo voluto semplicemente acchiappare, e che invece ci mostra le terga, scappando via con la fretta del disinteresse. Tuttavia, nel girarci attorno, nel s'aggirarsi, qualche volta imbocchiamo una strada che potrebbe essere anche "giusta": un segno, un'indicazione - ci è sembrato di ravvisarla -, anche un sogno, trovano l'agio di avviarci, di nuovo con una parola, a trovare, forse, il capo del filo che la successiva taglierà, con l'ostinazione sprezzante del "destino".
In questo, la poesia - con la sua preoccupazione d'assoluto, mistero autentico di ogni creazione - somiglia propriamente alla pratica quotidiana dell'interrogazione: com'è che so? da dove procede, dove mi conduce il mio sapere?
Così fa scrittura ed è scrittura, in quanto concede, consente al soggetto l'esperienza di simili domande, a meno che non bari o mescoli le carte - qualche volta succede di scambiare una figura per un semplice abbellimento, sia pure di genio. E lo fa e lo è responsabilmente. Non tanto perché legittima - la vita, la biografia e le vicende di questa - il proprio arcano, quanto perché ragiona, lasciando intravedere, attraverso lo stesso, l'affanno di una ricerca che è tanto più impegnativa quanto più la posta è elevata - non ne conosco maggiori dell'esistenza.
Accostarla ad un viaggio - di cui sovente è metafora trita - è inefficace, se non se ne intendono le ramificazioni, le efflorescenze. Rammenta piuttosto il funzionamento di quell'alfabeto, tramite il quale, nell'infinita combinazione delle lettere, si azzardava una pronuncia impossibile, e per lo più ignota. Ma non si fraintenda. Essa rimane tale, benché ci si affatichi.
Solo il mondo resta. Ci resta tra le mani, talvolta innominabile, talaltra incomprensibile. Ed è qui, in questa diversa ricerca che la scrittura - come la traduzione - discopre la propria etica, convocando costantemente ad una revisione, ad una rettifica - che riguarda pure la presenza, il mero e banale essere qui, prima ancora di ogni esercizio dialettico o dialogico. Provoca le cose ad aprirsi, a mostrare la ferita, ad esporsi, in tutta la propria innocenza, il proprio segreto, ma solo se non chiude la partita con la colpa, l'esilio, l'errore o l'erranza.
Ha doni innumerevoli, che spesso ci sembrano paccottiglia, resti di epoche lontane, di altre ere, forse. O peggio, niente, se non quella desolazione, quel deserto che qualcuno ha fantasticato come il giardino più bello, la terra che ci hanno promesso, impedendoci tuttavia di raggiungerla, per la nostra stessa natura.
Chi scrive - poeta? - raccoglie il dono, se ne giova, anche se si tratta sempre di ricominciare. S'accosta fugacemente alle cose, rapido come il battito d'un ala, tra i pesi, i gravami della storia. Strappa, conquista una parola - semplice come la luce - mescola e rimescola, respira.
Non resta che ascoltarla, scomparendo. Convinti che, dopo di questa, la
nostra percezione del mondo non sarà più la stessa, anche se in un modo appena
percettibile...
L'occhio, buio:
come finestra di capanna. Raduna
quel che è stato mondo, e mondo rimane: l'est -
errante, i
vacillanti, gli
uomini-e-ebrei,
il popolo-di-nubi, magneticamente
ti attira, con dita di cuore,
Terra:
vieni, vieni,
abiteremo, abitiamo, qualcosa
- un respiro? un nome? -
s'aggira nell'abbandono,
danzando, massiccio,
l'ala
dell'angelo, gravata d'invisibilità, al
piede ferito, tarpata e
appesantita di testa
dalla grandine nera che
è caduta anche là, a Vitebsk,
- e quelli che la seminarono,
la cancellarono
con l'artiglio mimetico del panzerfaust!-
gira, s'aggira
cerca,
cerca sotto,
cerca sopra, lontano, cerca
con l'occhio, porta giù
Alpha Centauri, Arturo, vi aggiunge
il raggio, dalle tombe,
va a Ghetto e Eden, raccoglie
la costellazione di cui lui,
l'uomo, ha bisogno per abitare, qui,
tra uomini,
passa in rassegna
lettere e l'anima mortale -
immortale delle lettere,
va a Aleph e Jud, e continua -
costruisce lo scudo di David,
l'avvampa, una volta,
lo spegne, sta là,
invisibile, sta
accanto a Alpha e Aleph, accanto a Jud,
accanto alle altre, accanto a
tutte: in
te,
Beth - questa è
la casa dove sta il tavolo con
la luce e la luce.
Sarei portato - l'inquietudine più volte mi attanaglia - a cercare un senso, un significato che orienti in queste parole, per ancorarvi i miei dubbi ed i miei smarrimenti. Me ne astengo - come dall'interpretazione - e lo ritengo salutare, unico modo, probabilmente, per non ricoprire lo scavo che il sapere ha qui operato nel reale.
Di Hüttenfenster esistono commenti di vaglia, in più lingue, cui ricorrere a piacimento; come pure traduzioni, nella nostra, riuscite o meno. La passione - piuttosto che una cocciuta pretesa - ne ha congegnata un'altra, forse non necessaria. Né migliore né peggiore. Scelta, motivata soltanto dall'incertezza di un passo che tasta il terreno nei pressi di quei pochi "sassolini referenziali" che l'hanno guidata, e che restituisco come li ho trovati - niente più di un promemoria in calce ad una pagina.
Trattandosi di Celan, la questione ebraica è comunque inevitabile. Rispettosamente, ne prendo atto, chinando il capo dinanzi alla Shoah, ed ha chi ne è stato sommerso. Ma simile via è stata fin troppo battuta, e fin troppo facilmente "sfruttata" per far tornare i conti più reticenti. Come la Kabbala, spesso evocata in testi simili a questo. Benché, in essi, non venga esplicitato - ci mancherebbe - il riferimento al divino, nella raccolta dei segni della sua presenza, della sua dispersione nel mondo, l'accostamento, prodotto sovente dalla critica (anche la più dotta ed avvertita), a tale "disciplina - forse dovrei dire "pratica" -, sia pure come ultimo tentativo di razionalizzazione e/o semantizzazione, finisce per suggerire, a partire dalla lirica celaniana, una rappresentazione indefinita dell'essere e del nulla, del buio e della luce, tenuti comunque insieme. Ciò, ritengo, ha ben poco a che fare con le operazioni logiche del soggetto che fa scienza, interrogandosi sullo stesso sapere che gli concede l'esistenza finita. Si potrebbe dire che la questione concerne l'infinito, nella sua accezione moderna: condizione di calcolo, piuttosto che vago serbatoio di contraddizioni - come qualcuno ha inteso anche l'inconscio - o moltiplicazione indefinita, senza un termine, di elementi finiti (le lettere, se volgiamo).
Così, nei limiti che cerco di porre, rammenterò che il titolo della composizione è - probabilmente - da mettersi in connessione con la festività ebraica del Sukkot (festa delle capanne) - che celebra la migrazione attraverso il deserto; che "dalla combinazione delle lettere di cui è composta la lingua divina viene creata ogni cosa" (Scholem); che Alpha e Aleph sono prime lettere di alfabeti distanti, e segno di un principio; che Jud (scelgo di lasciarlo così) s'accosta tanto a Jude, giudeo, quanto alla consonante ebraica Jod, inizio del tetragramma sacro; e che, assieme alla precedente, lascia risuonare Erez Israel, il nome della terra d'Israele, terra promessa; che Beth significa casa, e che è "scritta" in modo tale da ricordare un tavolo rovesciato, tra le cui gambe splende un lume; e che infine, almeno per questa nota, sullo scudo di David (Maghèn Davìd) campeggia la stella a sei punte, come è accaduto una volta sulle vesti del popolo di nubi.
Poche informazioni, queste. Senza dubbio. Ma sufficienti, credo, per chiunque
provi il desiderio di avvicinarsi a quella "terra del cuore", cui sono
speranzosamente affidati tutti i Flascheposten che la poesia abbandona sul
litorale del silenzio...
Il tema di queste considerazioni costituisce l'argomento di lavoro del laboratorio di epistemologia Afanisi - nei pressi del soggetto, che dal prossimo mese di ottobre riprenderà le attività con scansione quindicinale.
Per informazioni: afanisi@tiscali.it // www.afanisi.net