Le parole di Carver
Penso che la letteratura ci possa rendere consapevoli di certi nostri difetti, di certi aspetti della nostra vita che ci mortificano e che ci hanno mortificato in passato, che ci possa far capire cosa ci vuole per essere davvero umani, per essere qualcosa di più grande di quello che in effetti siamo, qualcosa di meglio. Penso che la letteratura possa farci capire che non stiamo vivendo la nostra vita nella maniera più piena. Ma se la letteratura possa veramente cambiarci la vita, questo non lo so. Sarebbe bello che fosse così. In effetti, può darsi che un racconto o un romanzo sia in grado di cambiarci la vita, di cambiare la nostra vita emotiva, mentre lo leggiamo. Forse se lo facciamo abbastanza spesso alla fine avverrà un processo di osmosi che ci aiuterà ad affrontare quello che ci aspetta.
In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.
Gli scrittori non possono fare autobiografia in senso stretto: verrebbe fuori il libro più noioso del mondo. Invece uno prende un po' qua e un po' là; in pratica è come una palla di neve che rotola giù da un pendio, raccogliendo tutto quello che incontra: cose che abbiamo sentito, cose a cui abbiamo assistito, cose che abbiamo vissuto in prima persona. Si attacca un pezzetto qui e uno lì, e poi se ne tira fuori un tutto unico che ha una certa coerenza.
Ma quali sono le cose che contano? L'amore, la morte, i sogni, le ambizioni, crescere, fare i conti con i propri limiti e con quelli degli altri. Tutte cose drammatiche, conflitti che si svolgono su uno sfondo più ampio di quanto possa apparire a prima vista.
Non è che puoi dire: "Voglio scrivere un racconto morale". Devi scrivere quello che ti è dato. E poi c'è la melodia che ti nasce da dentro, e che, se sei fortunato, verrà fuori anche nel racconto; senza dubbio il racconto dovrebbe essere innanzitutto una forma di connessione emotiva e poi una forma di connessione intellettuale.
C'è un filtro all'opera, che ti dice se quello che hai davanti agli occhi è un racconto o no. Magari a volte c'è un piccolo non so che, il germe di un'idea, che tocca una qualche specie di corda e comincia a crescere. Penso che, idealmente, dovrebbe essere il racconto a offrirsi allo scrittore; non dovrebbe essere lo scrittore a gettare la lenza, in cerca di qualcosa da scrivere.
Personalmente, ho una serie di ossessioni a cui tento di dare voce: le relazioni fra uomini e donne, il motivo per cui spesso perdiamo le cose a cui teniamo di più, il cattivo uso delle nostre risorse interiori. Mi interessa molto anche la capacità di sopravvivenza, quello che la gente riesce a fare per risollevarsi quando è finita a terra.
Il mondo è così precario e instabile, per tanti versi, che credo sia importante cercare di concentrarsi sui dettagli e sulla specificità, cercare di definire qualcosa con precisione, nel momento in cui il centro comincia a cedere.
Fondamentalmente, non mi interessa molto la poesia che parla solo di frutta e belle scenografie. Mi interessa la poesia che affronta questioni più ampie, questioni di vita e di morte, ecco, e il problema di come comportarsi a questo mondo, di come andare avanti a dispetto di tutto quello che ci accade. Perché il tempo è poco, e l'acqua si sta alzando.
La semplicità è il sigillo della verità. Mi pare che l'abbia detto un antico romano. Seneca, forse?
Credo che ci sia un'affinità più stretta fra un racconto e una poesia che fra un racconto e un romanzo. L'economia e la precisione, la ricerca del dettaglio significativo, insieme a un senso di mistero, di eventi che accadono appena sotto la superficie delle cose.
Il talento, il genio, addirittura, è anche il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro, da ogni lato.
Immagino che ogni scrittore debba sentire di avere talento, altrimenti non sarebbe in grado di fare il suo mestiere. Ha bisogno di un sostegno, perciò è chiaro che deve credere in se stesso.
Sentite, avere un dono non basta. Tutti hanno un dono. Certi scrittori, ad esempio, hanno il dono di essere capaci di scrivere un racconto in una botta sola. Io con questo dono non ci sono nato. Ecco perché mi dedico con tanta diligenza alla scrittura: lavorando sodo, cerco di compensare il talento che non ho. E questo mi insegna moltissime cose su di me.
È qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo questione di stile. È il tipo di firma inconfondibile e unica che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa scriva. E ne fa il suo mondo e nient'altro. È una delle cose che contraddistinguono uno scrittore. E non è il talento. Di quello ce n'è un sacco in giro. Ma uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica a quella sua maniera di guardare le cose, quello si che è uno scrittore che durerà per un pezzo.
Io immagino, ricordo, combino... come fa ogni bravo scrittore.
Le scelte non le faccio io, credo che mi vengano imposte automaticamente dalla natura del mio materiale e dal mio approccio al materiale stesso. Insomma, io mi equipaggio di tutto punto e parto. Mi piace fare così.
Sì, penso che scrivere abbia a che fare con una fusione di forma e contenuto. Penso che si tratti di questo, ma anche di una fusione più generale fra tutte le cose. Mi stai chiedendo di descrivere la sensazione che mi dà il processo creativo, e non sono sicuro di essere in grado di descriverla. Posso solo dire che è una sensazione estetica, intellettuale ed emotiva di coesione, che "tutto tiene". Sono sicuro che anche i musicisti si sentono così, mentre compongono la loro musica, o forse mentre suonano. E certamente lo stesso vale per gli scrittori, ma non sempre. Vorrei averla sempre, quella sensazione , ma ogni volta dura solo quel tanto che basta per lasciarmi la voglia di provarla di nuovo.
Credo che uno scrittore dovrebbe sempre dare tutto se stesso, qualunque cosa stia scrivendo, che sia un racconto o una poesia, perché bisogna sentirsi come se la sorgente non dovesse mai prosciugarsi: bisogna sempre sentire che si hanno altre frecce al proprio arco. Se uno scrittore comincia a trattenersi, per qualunque ragione, questo può essere uno dei mali peggiori. Io mi sono sempre speso fino in fondo.
Quando si scrive narrativa o poesia - o quando si dipinge, si suona o si compone musica - in sostanza succede questo: si è totalmente indifferenti a qualunque cosa, tranne quello che si sta facendo. Alla tela su cui si sta lavorando, insomma. Ossia, riportando il concetto al mondo della scrittura, totale indifferenza a qualunque cosa tranne che al pezzo di carta infilato nella macchina da scrivere. Capacità di darci dentro come una locomotiva e volontà ferrea, lo sa Dio, è esattamente questo che ci vuole.
Sono convinto che siano tutte cose necessarie. Anche se la tua automobile ha assolutamente bisogno di una riparazione importante però, come si dice, hai la Musa al tuo fianco, non devi far altro che sederti alla macchina da scrivere e restartene lì e in qualche modo spegnere tutto il resto del mondo, dimenticarti di qualunque altra cosa.
L'arte va fatta sembrare spontanea, ma richiede un certo sforzo.
Comincio ogni mio racconto con un desiderio impellente di scriverlo, ma non so mai bene dove vada. In genere scopro che cosa voglio dire proprio nell'atto di dirlo.
Quello che crea tensione in un racconto è, in parte, il modo in cui le parole vengono concretamente collegate per formare l'azione visibile della storia. Ma creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, il paesaggio che è appena sotto la superficie tranquilla (ma a volte rotta e agitata) delle cose.
Non si tratta solo di tagliare parole; aggiungo anche moltissimo materiale. In realtà, quello che faccio è giocare con le parole.
Tu non sei i tuoi personaggi, ma i tuoi personaggi sono te.
Nella migliore narrativa [...] il personaggio centrale, l'eroe o l'eroina, è anche il personaggio "commosso", quello a cui nella storia accade qualcosa da cui viene cambiato. Accade cioè qualcosa che cambia il modo in cui quel personaggio vede se stesso e di conseguenza il mondo.
La gente, tuttavia, spesso trova difficile comunicare. E così in ogni storia c'è sempre qualcosa di misterioso. Qualcos'altro che accade sotto la superficie. La gente di cui scrivo spesso ha difficoltà a comunicare faccia a faccia con gli altri. Ma nel corso dei racconti ci sono comunque cose che vengono fatte, cose che vengono dette. A volte i significati sono un po' distorti, ma qualcosa succede.
In alcune recensioni sono stato accusato di aver creato personaggi troppo impotenti,
che sembrano sempre rassegnarsi alla sfortuna e alle disgrazie che gli capitano lungo il
cammino. Un racconto in particolare, "Conservazione", ha ricevuto molte critiche
perché parla di due persone che preferiscono lagnarsi del frigorifero rotto piuttosto che
chiamare un tecnico per ripararlo. "Ma perché non lo fanno aggiustare e
basta?", si chiedeva un critico. "Così si toglierebbero il pensiero".
Ma ovviamente non è così che funziona, per la gente che ha a stento i soldi per pagarsi
il biglietto dell'autobus o per fare il pieno alla macchina. Questa è gente che non può
permettersi di sprecare neanche un centesimo. Se una cosa si rompe, non ci sono i soldi
per aggiustarla o comprane un'altra. Questo è il tipo di vita che descrivo. Ma prima che
mi ci facessero pensare i critici, non mi era mai parso che i miei personaggi se la
passassero tanto male. Capite che intendo? Questo paese è pieno zeppo di cameriere,
tassisti, benzinai e portieri d'albergo. Ma sono forse più infelici di quelli che
"ce l'hanno fatta"? No, sono solo persone normali che vogliono fare buon viso a
cattivo gioco. Proprio come capitava a me, quando facevo quei mestieri da quattro soldi.
Non posso negare che a volte essere costretti a fare mestieri di un certo tipo per tirare
a campare porta alla disperazione. Ma la mia esperienza mi dice che uno cerca sempre di
fare buon viso a cattivo gioco. Il che non significa che in certe situazioni uno non speri
comunque in qualche forma di salvezza, in un momento di lucidità, in un'illuminazione che
dia una svolta alla sua vita.
Dal mio punto di vista l'arte è connessione tra persone, tra il creatore e il fruitore. L'arte non è espressione di sé, è comunicazione, e a me interessa la comunicazione.
Uno scrittore non dovrebbe mai perdere di vista il senso ultimo del racconto. A me non interessano le narrazioni che sono tutta tecnica e niente sentimenti. Credo di essere tradizionalista quel tanto che basta da pensare che il lettore debba essere in qualche modo coinvolto a livello umano. E che ci sia ancora- o quantomeno dovrebbe esserci - un patto tra scrittore e lettore. La scrittura, o qualsiasi altra forma di sforzo creativo non è solo espressione, è comunicazione. Quando uno scrittore smette di voler davvero comunicare e mira solamente a esprimere qualcosa, e neanche bene - be', si esprima pure andando fuori a urlare all'angolo della strada. Un racconto o un romanzo o una poesia dovrebbero sferrare un certo numero di pugni all'emotività del lettore. Si può giudicare un'opera da quanto sono forti i suoi pugni e da quanti ne tira. Se si tratta solo di un mucchio di giochetti intellettuali, non mi interessa. Opere così sono come la paglia: volano via al primo venticello.
Probabilmente è normale che gli scrittori provino ammirazione per altri scrittori che hanno scopi e finalità opposte alle loro e anch'io ammetto di ammirare profondamente le narrazioni che si svolgono in maniera classica attraverso il conflitto, la soluzione, la rivelazione. Ma anche se posso avere rispetto per questo tipo di racconti e qualche volta posso esserne addirittura un po' invidioso, non riesco a scriverli. Il mestiere dello scrittore, se può considerarsi tale, non è quello di offrire conclusioni o dare risposte. Se la storia in sé risponde alle domande e ai problemi che pone e soddisfa le sue stesse esigenze, è già abbastanza. D'altra parte io voglio essere sicuro che ai miei lettori non rimanga mai la sensazione di essere stati in qualche modo ingannati, quando finiscono di leggere i miei racconti. È importante che gli scrittori si preoccupino di soddisfare i lettori anche se non gli danno "la" risposta o soluzioni semplici.
Penso che quando il lettore arriva lì, all'ultima poesia di una raccolta, debba sentire di essere stato da qualche parte, di aver fatto qualcosa, di aver vissuto parte della vita contenuta nel libro.
Ma gli scrittori dovrebbero leggere gli altri scrittori, certo, innanzitutto per capire come fanno, come lavorano gli altri; e poi anche per sentire che partecipiamo tutti a un'impresa comune e ne siamo tutti coinvolti.
Quando leggo le cose che ho scritto, le leggo con le orecchie oltre che con gli occhi.
In uno scrittore si cerca qualcuno che scriva con autorevolezza dell'argomento che sta trattando. Si vuole sentire che ci si può fidare di lui, che ci si può mettere nelle sue mani, per così dire, e lasciarsi andare.
Cerco di scrivere ogni racconto meglio che posso senza pensare a chi influenzerò o a che tipo di impressione farò.
Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, "creature di sangue caldo e nervi", come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.
Penso che i corsi di scrittura creativa possano insegnare soprattutto cosa non fare.
Agli scrittori e agli aspiranti scrittori si possono insegnare alcune cose da non fare. Gli si può insegnare l'assoluta necessità di essere onesti nella scrittura, di non falsificarla.
Il giovane scrittore deve amare la scrittura. Amare l'atto di scrivere, il suono della macchina da scrivere, l'odore dell'inchiostro, tutto. E deve farne un mondo tutto suo e di nessun altro.
In primo luogo gli direi che devono scrivere. Non possono limitarsi a parlare di scrittura. Devono essere pronti a scrivere come se fosse una questione di vita o di morte, ed essere capaci e disposti a seguire quella strada fino in fondo. Avevo un insegnante di scrittura che mi diceva: "Sei pronto a fare la fame per dieci anni, a fare lavori da quattro soldi, ad accettare ogni sorta di rifiuto, bocciatura e sconfitta? Se dopo dieci anni stai ancora scrivendo allora forse diventerai uno scrittore". Io non arriverei a dirgli così, ma gli direi che devono scrivere ed essere onesti. Scrivete di cose che contano, di ciò che è importante, se siete fortunati qualcuno vi leggerà.
I vostri muscoli si rafforzeranno, la vostra pelle s'indurirà e potrete cominciare a farvi crescere la folta pelliccia invernale che vi aiuterà a sostenervi nel freddo e difficile viaggio che vi aspetta. Con un po' di fortuna, imparerete anche voi a tenere la rotta orientandovi con le stelle.
Secondo me, leggere e scrivere poesie è forse il miglior addestramento a cui può
sottoporsi un giovane scrittore. Poe lo definiva l'effetto singolo.
Personalmente, ho cominciato a scrivere racconti e poesie nello stesso periodo. Mi sono
visto accettare una poesia e un racconto da due diverse riviste nello stesso giorno. È
stato un gran giorno. Veramente un giorno da segnare in rosso sul calendario. Una delle
cose più belle che mi sia capitata. Mi hanno pagato un dollaro per la poesia e per il
racconto mi hanno promesso alcune copie omaggio della rivista. Un modo rapido per
diventare ricchi, come si vede.
Ezra Pound diceva: "È immensamente importante che si scrivano grandi poesie, ma
non fa alcuna differenza chi le scriva".
Ecco come stanno le cose. Esattamente così.
(da Niente trucchi da quattro soldi, trad. R. Duranti)