back

Ciò che mi resta di Auschwitz

di Giovanni Rotiroti

 

Sono rimasto colpito dalle "Parole per Chiara" di Mario e dalla risposta di Dino. Mi sono chiesto. Cosa resta a me di Auschwitz? Personalmente mi resta una bisnonna novantanovenne che ha perso un figlio di venti anni nei campi di sterminio. Non so di preciso dove sia morto... Buchenwald, Mauthausen, Auschwitz. Nessuno ce lo ha saputo dire. Rimane una foto. Un giovane di vent'anni dai tratti tondi del viso, slavi, con la sua compagna, la moglie, sorridenti in campeggio. Il padre era di origine ceca, di Brno. Il mito familiare lo voleva esule dal suo paese in cerca di fortuna in Francia.

Mio nonno si chiamava Raymond Jirikovsky. Di lui restano le medaglie ufficiali della sua Francia: Legione d'Onore, Croce di Guerra, Croce della Resistenza con Palma. Di lui mi rimane ancora qualcosa, meglio, qualcuno. Mia madre. Lei non conobbe mai suo padre. Lei è cresciuta come la figlia di un eroe nazionale al Collegio della Legione d'Onore, voluto da Napoleone per i figli morti per la Francia. Per la figlia di un deportato di venti anni, morto ad Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, non si sa. Un'orfana di guerra, la figlia di un non sopravvissuto.

Quando ero più piccolo mi chiedevo perché mio nonno avesse deciso di scappare di casa, fare la resistenza, lasciare l'università e disubbidire ai suoi genitori. Perché disubbidiva? Non aveva paura della morte? Gliene facevo una colpa, in fondo. Mi chiedevo perché sposarsi di nascosto e avere un figlio da una donna non ufficializzata alla famiglia? Che pretese poi quelle di richiedere alla moglie, una volta che fu catturato dai nazisti e dai collaborazionisti di Parigi, di dare il nome, tramite una lettera fortunosamente pervenuta, al suo erede: Dominique, se fosse nato maschio e Annie, se nata femmina. Si sa che questa lettera è arrivata al destinatario. Qualcuno l'ha vista. Ha testimoniato. È da qualche parte custodita. Io non ho mai avuto modo di vederla. C'è stata davvero una lettera? Ma a chi era veramente indirizzata quella lettera? Alla moglie, ai genitori o a chi altri? Medaglie, forse una lettera, racconti. Ecco tutta l'eredità di mia madre lasciata da un padre, prima di scomparire nel nulla dei campi di sterminio.

Ho visto, da bambino, le vicine di casa della mia bisnonna piangere ogni volta che mi vedevano. Assomigliavo a Raymond, dicevano. Ciò da un lato mi inorgogliva ma dall'altro mi rendeva cupo. Il suo nome nel mio (jean raymond). Non l'ho mica deciso io di essere chiamato come lui. Che ne sa lui di me se è morto a venti anni, volatilizzato chissà dove? Le domande infantili echeggiavano sul nulla del silenzio.

La mia bisnonna abita a Parigi. La stazione del metro è quella di Guy Moquet. Un adolescente sedicenne trucidato dai nazisti sotto l'occupazione. Lì si legge una lettera lasciata ai genitori prima dell'esecuzione. C'è la sua foto. Ogni volta guardo la sua immagine e leggo quella lettera. È terribile. Non trovo giustificazioni. Eppure è anche lui un eroe della Francia. Un martire della libertà per la Francia, come mio nonno Raymond Jirikovsky.

Il bambino si interroga, chiede agli adulti. Non ci sono risposte. Il bambino cresce e va da solo a Parigi. Dove trovare suo nonno quando non c'è neanche una tomba in un cimitero? Mi è sempre sembrato illogico che un morto non abbia una tomba. Un luogo per riposare, per giacere, per essere ricordato. Dov'è sepolto mio nonno? Dove ricordarlo?

Dietro Notre Dame c'è un posto molto appartato, ai bordi della Senna. Bisogna scendere delle scale ripide e giù si trova un mausoleo dove si legge: "perdona ma non dimenticare". Lì, in questo luogo, abbastanza angusto e buio, ci sono tante fiammelle accese in memoria dei non ritrovati. Tante lampadine accese, migliaia. Fa una certa impressione. È raccapricciante. Non c'è mai nessuno in questo luogo, quando ci vado. Preferibilmente da solo. Neanche un turista, per sbaglio. Quando torno a Parigi saluto lì mio nonno. Forse, ora, in questo momento, senza più rancore.

Penso ai Testimoni di Geova. Il rifiuto al Heil Hitler. I bambini rispondevano ai maestri tedeschi che heil hitler significa che "la salvezza viene da Hitler". Loro insistevano invece che la salvezza viene da Geova. I bambini prima venivano umiliati in classe, poi picchiati, strappati alle famiglie e rinchiusi negli istituti correzionali del Reich. Gli adolescenti, renitenti alla leva, fucilati o decapitati. I non buoni per la guerra prima nei campi di lavoro poi deportati ad Auschwitz, isolati dagli altri concentrati perché facevano troppe conversioni. Infine, se non redenti, gassati. L'elezione se la guadagnavano sul campo gli "Studenti della Bibbia". Erano liberi di decidere. No alla promessa di salvezza di Hitler. Sì alla promessa di salvezza di Geova. Anche quei pochi triangoli viola hanno testimoniato ad Auschwitz. Ma che farne degli Zingari? razza ariana ma degenerata, un insulto vivente, uno scandalo per gli occhi delle SS.

Mio nonno resistente, i triangoli viola testimonianti. Loro hanno potuto scegliere. Ma gli Ebrei, gli eletti. Quale scelta per un eletto? L'esempio di Giobbe? La "Santificazione del nome"? Ecco le parole di Hans Jonas, Una voce ebraica:

"Nulla di tutto ciò può essere di qualche utilità per comprendere l'evento che ha nome Auschwitz. Non vi è più posto per la fedeltà o infedeltà, fede o agnosticismo, colpa e pena, o per termini come testimonianza, prova, e speranza di salvezza e neppure per forza e debolezza, eroismo o viltà, resistenza o rassegnazione.
Di tutto ciò non sapeva nulla Auschwitz che divorò bambini che non possedevano ancora l'uso della parola e ai quali questa opportunità non fu neppure concessa. Chi vi morì, non fu assassinato per la fede che professava e neppure a causa di essa o di una qualche convinzione personale. Coloro che vi morirono, furono innanzitutto privati della loro umanità in uno stato di estrema umiliazione e indigenza; nessun barlume di dignità umana fu lasciato a chi era destinato alla soluzione finale - nulla di tutto ciò era riconoscibile negli scheletrici fantasmi sopravvissuti nei Lager liberati. E tuttavia - paradosso dei paradossi - fu proprio l'antico popolo dell'alleanza - alleanza a cui nessuno di quanti presero parte allo sterminio, assassini e martiri, più credeva -, fu proprio questo popolo e non un altro ad affrontare il destino dell'annientamento totale con il falso pretesto della razza: il più mostruoso capovolgimento della elezione in maledizione che rese ridicolo ogni tentativo di attribuirvi senso. Quindi un qualche nesso sussiste - del tipo più perverso - con coloro che cercarono Dio e coi profeti, i cui discendenti furono tratti dalla dispersione e riuniti nell'unità di una morte comune. Dio permise che ciò accadesse. Ma quale Dio poteva permetterlo?".

Altre parole che fanno eco a quelle di Jonas. La notte di Elie Wiesel:

"I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
Viva la libertà! - gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
- Dov'è il buon Dio? Dov'è? - domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.
- Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
- Copritevi!
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora...
Più di una mezz'ora così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
- Dov'è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
- Dov'è? Eccolo: è appeso lì a quella forca...".

Anch'io sentii quella voce, ma erano più voci. Ho sentito il lamento degli ebrei nei campi, un canto di gioia e di disperazione, ho pensato all'angoscia che mi attraversa. Mi sono messo a piangere come un bambino, un dolore sordo, freddo. Prima di dar sfogo al mio dolore ho gridato aiuto. Dopo sono andato sul letto. Ho pensato alla scena di una porta che si spalanca. Ho pensato di aver attraversato quella porta, ma più avanti ce ne sono altre, presidiate da altri guardiani. Loro non mi fanno paura, ma temo di dover attraversare ancora altre porte, quante porte ci sono? E poi perché attraversarle. Esse non finiscono. Orrore. Dove andare poi? Passano le ore, sono sul letto. Mi angoscio, fantastico e dormo. Chiedo ancora aiuto. L'angoscia che scende. Urla di gioia nel dolore. Velo che ricade dalla testa alle ginocchia e lambiscono i piedi. Lingue di fuoco, musiche balcaniche. Voci di ebrei che cantano e si disperano per i loro bambini. Ho provato il terrore sordo del bimbo che non ha accesso alla parola.

Leggo Primo Levi Se questo è un uomo:

"La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra dell'uomo, è una proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi dànno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono: ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera. Di altro, ora, non ci curiamo."

"E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida del cielo come una bestemmia di pietra."

"Poiché tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita. Questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo. Ed è anche questa la ragione per cui così spesso, nella vita libera, si sente dire che l'uomo è incontentabile: mentre, piuttosto che di una incapacità umana per uno stato di benessere assoluto, si tratta di una sempre insufficiente conoscenza della natura complessa dello stato di infelicità, per cui alle sue cause, che sono molteplici e gerarchicamente disposte, si dà un solo nome, quello della sua causa maggiore; fino a che questa abbia eventualmente a venir meno, e allora ci si stupisce dolorosamente al vedere che dietro ve n'è un'altra; e in realtà, una serie di altre".

"...ed io mi sento come Edipo davanti alla Sfinge. Le mie idee sono chiare, e mi rendo conto anche in questo momento che la posta in gioco è grossa; eppure provo un folle impulso a scomparire, a sottrarmi alla prova".

"Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato".

"oggi il nostro mondo è questa buca di fango".

"Mi dispiace non sapere l'ungherese, ecco che la sua commozione ha rotto gli argini, ed erompe in una marea di bislacche parole magiare. Non ho potuto capire altro che il mio nome...".

"Il Kapo ci squadra con un riso astioso. Un belga, un rumeno e un italiano: tre "Franzosen", insomma. Possibile che dovessero proprio essere tre Franzosen gli eletti per il paradiso del laboratorio?"

"non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere."

"Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l'esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l'uomo è stato una cosa agli occhi dell'uomo".

È venuto il tempo di accettare il dono che ha lasciato mio nonno, un dono che spesso mi sembra una condanna, un dono che mi angoscia, mi fa vacillare. Come accogliere degnamente questo dono? Non ne sarò mai all'altezza. È terribile. Penso sempre a quel dono, quasi tutti i giorni. Non avrei mai voluto avere quel dono. Ma come fare ad allontanarlo? Dire di no. Questo, forse, non dipende da me, credo. È troppo tardi.

Mio nonno è nato ed è morto per rendermi libero e per condannarmi al suo nome. In gioco c'è la mia libertà. Ne va del mio nome, ne va del suo nome, malgrado l'enigma.

Le parole hanno memoria e si uniscono a una medesima interrogazione: testimoniare fino al punto di non avere più parole. Unica garanzia che permetta di custodire la memoria di un atto etico, di una voce o di più voci scomparse nel nulla che si intrecciano a favore della vita e della comunità. Il dono di mio nonno è un gesto etico, quindi soggettivo. Un No proclamato a viva voce a favore della polis.

Forse nella singolarità di ogni parola respirano numerose altre parole. Restituire libertà alla potenza affermativa della parola significa rimanere fedele a quell'apertura massima dell'orizzonte di pensiero e di poesia che può essere solo presidiato da un'etica della generosità, e anche dell'abbandono.

http://www.ilcounseling.it