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Cioran, la psicoanalisi, la Romania

di Giovanni Rotiroti

Recensioni ai libri di Raffaello Vizioli e Lucia Orazi, La depressione creativa di E. Cioran. Quasi un dizionario, Roma, Edizioni Universitarie Romane, 2002 e Alexandra Laignel-Lavastine, Cioran, Eliade, Ionesco. L'oubli du fascisme, Paris, Presses Univerisitaires de France, 2002.

Agli amici psichiatri di Afanisi, Riccardo e Nicola

Non credo che ci sia mai stata un'infanzia più selvaggia della mia (copil al naturii!). Questo spiega molte cose, questo in realtà spiega tutto. Ho sempre sentito, in senso diverso da Freud, "das Unbehagen in der Kultur". (Quaderni, tr. T. Turolla, Adelphi, p. 312).

Nel 1932, Emil Cioran, che all'epoca aveva solo ventun anni, già si interrogava sull'impatto che la psicoanalisi aveva avuto sulla cultura nazionale romena tra le due guerre. Nel saggio dal titolo Il senso della cultura contemporanea, pubblicato nella rivista "Azi", si legge:

"La verità è che oggi l'uomo è molto meno ingenuo di un tempo. E come potrebbe essere diversamente nell'epoca in cui lo storicismo è ancora dominante e la psicoanalisi detiene il primato? La psicoanalisi in gran parte ha distrutto la fede nella cultura e nel suo progresso. Nell'atto della creazione, che è essenziale per ogni idea o concezione di cultura, essa scopre dei retroscena la cui conoscenza fa venir meno l'entusiasmo per ciò che le epoche classiche dell'umanità hanno chiamato il carattere ideale della cultura. Non che la psicoanalisi, basandosi su dati reali, sia di per sé biasimevole, ma il fatto di fare di ogni essere umano un analista, uno spettatore di se stesso, la situa in una posizione totalmente particolare nel mondo attuale. La psicanalisi - non come interesse degli specialisti, ma diffusa e coltivata dal pubblico - poté apparire solo nelle fasi di decadenza di una cultura. Se la psicoanalisi ha distrutto in una certa misura la fede nella cultura, non è meno vero che essa stessa è l'espressione e il risultato di una noia imprecisata per il fenomeno della cultura. Chi può ancora aver fede oggi nella personalità, nell'ideale e nel progresso quali elementi costitutivi di una cultura? Un tempo, il pronunciarsi su queste cose era accompagnato da una nota affettiva; perciò si aveva fede in esse. Per noi tali elementi hanno perduto il loro significato, e sono divenuti semplici schemi. È inutile vedere queste cose con un sentimento di rimpianto per il passato. Dal mio punto di vista è indicativo constatare la rassegnazione e il marcato scetticismo del nostro tempo. È necessario affermare tali cose, perché così possiamo capire la specificità del momento storico attuale e il suo rapporto strutturale con la cultura moderna".

In un'altra pubblicazione del 1933 dal titolo Tra lo spirituale e il politico, si trova un altro accenno all'influsso della psicoanalisi nella cultura romena:

"Io vedo lo spirituale nella prospettiva di una metafisica immanente, come un prodotto della disintegrazione della vitalità, di uno squilibrio nella vita. Io accetto dunque lo spirituale in quanto tale, visto che si presenta con un tragico elemento di incertezza. Non lo spiritualismo, ma una concezione vitalistica e approssimativamente freudiana dello spirito porta a fare questi apprezzamenti" ("Calendarul").

Dagli articoli giovanili, al suo primo libro Ai culmini della disperazione (1934) fino all'ultimo Il crepuscolo dei pensieri, pubblicato a Sibiu nel 1940, il filosofo transilvano testimonia un costante interesse per l'insegnamento di Freud. Più o meno segretamente, in tutta la sua opera successiva scritta in francese, si farà sempre maggiore l'intrattenimento con la psicoanalisi. Nei Cahiers, infatti, apparsi postumi, sfogliando qua e là, si trovano alcune interessanti considerazioni.

"Appena mi imbatto in una spiegazione psicoanalitica di un autore (o di qualsiasi cosa), sospendo la lettura. Questa facilità a formulare ipotesi così arbitrarie sui segreti delle persone mi dà ai nervi. D'altronde il più delle volte non si tratta di segreti, ma di carenze piuttosto semplici che questo metodo funesto complica a piacimento.
Siamo però tutti degli psicoanalisti nei giudizi che esprimiamo, soprattutto nelle conversazioni. Si può respingere in blocco la dottrina ed esserne segretamente imbevuti: è quello che succede a tutti noi. Non conosco nessuno che ne sia indenne, che non ne sia stato contaminato. In questo senso, è giusto dire che Freud domina la nostra epoca". (tr. T. Turolla, Milano Adelphi, p. 513).

""Un disturbo di memoria sull'Acropoli" di Freud. È incredibile fino a che punto tutto ciò che ha concepito quest'uomo sia assimilabile al vaneggiamento. Al vaneggiamento abile. Una facilità di ipotesi spinta fino al delirio. Ci si lancia in qualsiasi spiegazione: più è inverosimile, più seduce. È l'arbitrario, l'avventura mascherata da scienza. La voga della psicoanalisi ricorda quella del mesmerismo, della fisiognomica (Lavater), del magnetismo animale, ecc. Abbiamo bisogno di spiegare tutto da un punto di vista estremamente limitato, di erigere a principio universale una trovata o una fissazione. La mania filosofica è deleteria per la Verità" (Ivi, p. 571).

"Ogni volta che leggo qualcosa di Freud, e in particolare le lettere, sono colpito dalla sua capacità di fede. Dice di non essere credente. Ma il tono in cui parla delle sue scoperte, del suo metodo, della sua scuola è quello del fondatore di una setta. Nel Settecento, in Galizia, sarebbe stato un rabbino hassidico.
Se mai ha ottenuto delle guarigioni non è stato grazie alla sua analisi, ma grazie a lui, alla sua presenza, alla sua forte personalità. Più lo leggo, più credo in lui, e contemporaneamente aumentano i miei dubbi sulla fondatezza delle sue esagerazioni. Mente sottile eppure limitata, aveva tutte le qualità e tutte le tare del salvatore, mascherato da uomo di scienza. D'altronde il suo grande trucco è stato di presentare come scienza ciò che non era che una teoria, un insieme di ipotesi e di finzioni.
Freud cita il caso di uno psicoanalista danese che soffriva di emicranie e aveva seguito senza risultati un trattamento da un altro psicoanalista. Alcuni mesi con Freud lo portarono alla guarigione. - Non stentiamo a crederlo. Era un discepolo, e il contatto quotidiano con il Maestro non poteva che avere effetti benefici. Quale cura migliore di vedere colui che stimiamo il più grande genio di tutti i tempi interessarsi alla nostre difficoltà, ai nostri conflitti, alle nostre miserie! Nessuna malattia resisterebbe a una euforia così eccezionale. Un taumaturgo molto abile e tuttavia prigioniero del proprio gioco e delle proprie illusioni. Fare miracoli nello stile della propria epoca - non è cosa da tutti". (Ivi, p. 1002).

"Quello che colpisce, in Freud, è il suo rifiuto della metafisica, di ogni metafisica. In una lettera a un tedesco che aveva fatto una tesi sui sogni, dice che diffida della propensione dei tedeschi per la metafisica, la quale - afferma - non è che una sopravvivenza di antiche credenze, una survival e una nuisance (è lui a usare l'inglese)". (Ivi, p. 1002).

"Ho appena letto una lettera di Freud a Thomas Mann su Napoleone. Raramente ho letto qualcosa di più arbitrario, di più palesemente falso, di più fantasioso. È semplicemente sbalorditivo. [...]
C'è di tutto. Davvero sconcertante.
La psicoanalisi è un'impresa folle: è per questo che ha avuto successo, ma è anche per questo che crollerà. La cosa più interessante in quest'avventura è Freud, il personaggio, il protagonista, e non l'uomo di scienza". ( Ivi, pp. 1003-1004).

In una passo dei Cahiers Cioran cita anche Lacan:

"Dalle 12.30 alle 14.10 corso di Lacan, all'Ecole Normale. Talento da direttore d'orchestra. Sa catturarti con entusiasmi improvvisi, con l'alternanza dell'andante e dell'allegro. Padrone di sé come sanno esserlo i clown o i preti. Mentre parla, dà costantemente l'impressione di pensare, di cercare. Conosce a meraviglia l'arte di diventare ogni tanto incomprensibile. Usa in continuazione parole tedesche - il modo più sicuro che ci sia oggi per far colpo, in Francia" (Ivi, p. 509)

Come si è visto, lo scrittore sottopone il metodo psicoanalitico dell'interpretazione a severa critica. L'interpretazione è vista da Cioran, come la volontà di sapere delirante e totalizzante di una teoria. Egli teme che l'interpretazione, come ogni sorta di dispositivi prodotti dalla tecnica, abbia un effetto consolatorio, e si inscriva fantasmaticamente nel tentativo tutto umano di rassicurare, dare un senso assoluto alle cose più inconciliabili dell'esistenza. Contro l'accanimento terapeutico invalso in una certa psicoanalisi il pensatore transilvano sembra dire che non si può guarire dalla vita. La condizione tragica dell'esistenza non è soggetta a ripudio, pena la "sopravvivenza di alcune credenze", gli effetti falsamente benefici di un'illusione. Le note di Cioran alla psicoanalisi vanno pertanto lette criticamente, con il medesimo atteggiamento con cui Wittgenstein ha meditato sull'insegnamento di Freud. Ciò di cui il filosofo del Tractatus, proclamatosi "discepolo di Freud", rimprovera al maestro è quello "di produrre sotto il nome di scienza della cattiva filosofia, cioè di elevare a virtù scientifiche i vizi più tipici dell'atteggiamento filosofico tradizionale" (Si veda a questo proposito l'interessante saggio di Jacques Bouveresse, Wittgenstein lettore di Freud edito in Italia da Einaudi). Le note di Wittgenstein e i commenti di Cioran non si devono leggere, quindi, come l'ennesima critica scientista alla psicoanalisi. Essi si collocano verosimilmente in quello spirito di attrazione e di repulsione che la psicoanalisi ha esercitato sul sistema ideazionale vigente in Occidente. L'operazione critica che fa Cioran è quella di attaccare la funzione ideale della psicoanalisi, ovvero, forse, ciò da cui ha preso corpo il fantasma salvifico della psicoterapia: il metodo giusto, cioè quello inteso come successione corretta di interpretazioni; come se la tecnica psicanalitica trovasse il proprio fondamento che la legittima in ciò che si considera "l'interpretazione vera". Cioran rimprovera alla psicoanalisi, più estesamente alla psicoterapia, la questione del suo essere di fondo, che fa della ragione calcolante, oggettivante, la sua esattezza, la sua dimostrazione, cioè un sapere che sappia fare i conti solo con l'adeguatezza e la concettualizzazione assoluta. Cioran, insofferente alla psicoterapia, rimprovera il versante tecnico, il dispositivo ermeneutico che richiede al sapere una conoscenza che fornisca gli strumenti interpretativi adeguati, confacenti al proprio oggetto. Cioran sa benissimo che la "cosa" è inesauribile. Anche Freud lo sapeva. Il fine non è il bene, la certezza, la verificabilità che coincide con il benessere, il piacere dell'essere umano. Al fondo vi è l'"orrore", come scrive Aldo Rescio, il "non volerne sapere dell'inconscio", il lavoro silenzioso della Todestrieb. Cioran afferma che vi è dello scandalo nell'essere toccati dalla "cosa". "L'irrazionale della vita", la "necessità del radicalismo", il "dramma della lucidità", "l'inganno attraverso l'azione", "le rivelazioni della dolore", "il vuoto interiore" tutti titoli di saggi giovanili, questi, che accennano costantemente alla "cosa", e che fanno parte integrante dell'eredità del suo pensiero. Di qui la polarità del tragico prima e della opzione scettica dopo, in mezzo la sfera vitale delle illusioni che si rincorrono le une sulle altre, come le fughe di Bach, nella gioia e nel molto dolore. Giobbe e Qohelet sono i compagni di strada di Cioran di tutta una vita, come seppe indicare "l'amico lontano" di sempre, Constantin Noica.
L'ideale dell'interpretazione, il suo bisogno di fondamento si riduce (come suggerisce Alberto Zino in Il dispendio inutile in "Trieb", n. 2 e n. 3, ETS) alla fin fine a quello di neutralizzare il soggetto. Cioran, in questa prospettiva, attacca il fantasma salvifico della psicoterapia che mette in scena tutta una serie di tecniche e di dispositivi interpretativi. Qui sta il fondo nefasto del concetto di guarigione dalla vita. Cioran mette in luce, decostruendolo, il versante psicoterapeutico di ciò che egli intende come psicologia o psicoanalisi. Sin dalla gioventù egli confonde questi due ambiti del sapere. Il giovane pensatore sta dalla parte del soggetto tragico. La promessa (Libera nos a malo) è impossibile non tanto perché egli sia affetto da depressione quanto piuttosto perché il suo pensare non è intrappolato dal fantasma del furor sanandi. Egli avverte genericamente nella psicoanalisi il pericolo di ridurre tutto al concettuale o al terapeutico. Il sintomo non può essere necessariamente ricondotto, dalla "vera interpretazione", al trauma o a un romanzo familiare inteso in termini oggettivistici. Ciò che vale per la filosofia, vale anche per la psicoanalisi. Cioran rifiuta un pensiero che pensa per rimedi. Non c'è via d'uscita. Il soggetto non sfugge al suo dono e alla sua condanna. È "incastrato".
Quanto c'è di Freud in Cioran sin dal 1932? Questa è una domanda che attende ancora oggi una più approfondita analisi. Cioran ribadisce con Freud che di fronte alla necessità della vita, il soggetto è costretto a stare davanti a se stesso perché è proprio lì il tragico. Il tragico dimora nel soggetto, inquieta il pensiero rendendolo radicalmente dubitativo, interrogante fino alle sue più estreme conseguenze. Di qui, si comprende anche l'altra polarità del pensiero di Cioran, lo scetticismo come risposta in eccesso, che deborda nella "lucidità". Frequentando la sua opera sappiamo che Cioran non si stancherà mai di leggere in segreto Freud, fedeltà tributata anche, in modo più manifesto e con grande trasporto, a Pascal, Dostoevskij, Marco Aurelio e Bach, insieme a Baudelaire, Nietzsche, Paolo di Tarso, Schopenhauer, Buddha, Dante, Heidegger, Eraclito, Jaspers, Rilke, Rozanov, Schelling, Kierkegaard, Proust, Bergson, Blaga, Chamfort, Shakespeare, Tolstoj, Sestov, e molti altri (tra cui i suoi amici Eliade, Noica, Vulc(nescu) che compaiono fin dagli articoli giovanili in romeno.

Nel Funesto demiurgo Cioran farà una sorta di bilancio della psicoanalisi:

"La psicoanalisi sarà un giorno totalmente screditata, su questo non c'è dubbio. Eppure, avrà distrutto i nostri ultimi resti di ingenuità. Dopo la psicoanalisi, non si potrà mai più essere innocenti". (tr. D. Grange Fiori, Adelphi, p. 122).

Ubi malum, allora? La psicanalisi o è critica, o non lo è. Delle due l'una. Se non lo è, o non lo diventerà presto, vuol dire (con buona pace di tutti) che non si darà più dell'analisi. Gli avversari di Freud non hanno bisogno certo di ricorrere a Cioran per abbattere la psicoanalisi. La psicoanalisi si è impegnata storicamente (già ai tempi di Freud stesso) a demolirsi da sola con i suoi eccessi interpretativi, ermeneutici, onnicomprensivi, tentando di rimuovere o di annacquare il lato tragico dell'esistenza del soggetto, la sua finitudine, la sua mortalità, il suo essere abissalmente ospitato dalle parole. La "neuropsicoanalisi", da una parte, e il concetto di "inconscio cognitivo", dall'altra, mostrano che in realtà "Freud è morto" negli Stati Uniti (Roudinesco). La psicoanalisi è stata neutralizzata dalla "società depressiva". Ma, vediamo come il "caso Cioran" viene utilizzato dal sistema ideazionale corrente.

Cioran alimenta lo spettro dell'antisemitismo.
L'anno scorso (siamo nel 2002) è apparso un libro in Francia dal titolo emblematico Cioran, Eliade, Ionesco. L'oubli du fascisme, Presses Universitaires de France, di Alexandra Laignel-Lavastine la quale non esita a gettare nel rogo tutta l'opera di Cioran, perché il pensatore transilvano non si è mai pentito della sua simpatia giovanile per il movimento filofascista e antisemita della Guardia di Ferro in Romania. Neanche nei più intimi Cahiers Cioran fa il tanto atteso mea culpa. Lo scrittore confessa gli "errori" ma non si pente:

"Penso ai miei "errori" passati, e non posso rammaricarmene. Significherebbe calpestare la mia giovinezza, e non voglio assolutamente farlo. Gli entusiasmi di un tempo mi venivano dalla vitalità, dal desiderio di scandalo e di provocazione, da una volontà di efficacia nonostante il mio nichilismo di allora. - La cosa migliore che possiamo fare è accettare il nostro passato; oppure non pensarci più, considerarlo morto e sepolto".

"Se fossi vissuto agli inizi del cristianesimo, ho ragione di credere che ne avrei subìto la seduzione.
Visto che sono stato capace di infatuarmi per la G[uardia]. di F[erro]., in fondo una setta, come avrei potuto non esserlo per una religione? Odio quel cristiano ipotetico, quel fanatico che sarei stato duemila anni fa: non mi perdono un atto di adesione che non ho mai commesso" (Quaderni, p. 995).

Riesce difficile leggere l'opera di Cioran in chiave politica, come se i suoi scritti fossero da considerare dei trattati inneggianti alla xenofobia e all'antisemitismo. La Laignel-Lavastine ha provato a dimostrarlo in un libro di centinaia pagine. Peccato, per lei, che non abbia voluto prendere, forse intenzionalmente, in seria considerazione i Quaderni, l'Epistolario di Cioran e lo scritto autobiografico Mon Pays. Peccato, per lei, che non si sia fatta una ragione dell'amicizia che legava Cioran al grande poeta e filosofo romeno-ebreo Benjamin Fondane (Fundoianu), durante l'occupazione nazista a Parigi, e del suo disperato tentativo di aiutarlo, di farlo deviare dall'ineluttabile destino di morte che lo porterà ad Auschwitz. Occasioni mancate? Comunque, ad ogni buon conto, la studiosa preferisce stigmatizzare tutti gli scritti di Cioran come filofascisti e dalle pericolose "ambivalenze psicopatologiche", soprattutto, nei confronti degli ebrei (ciò riguarda quindi anche Freud e la psicoanalisi, se si vuol essere coerenti con i presupposti di questo teorema). Cioran è "antisemita" e anche quando scrive e dice di riconoscersi nel destino tragico ed errante del popolo del Libro non fa altro che rovesciare per un suo non meglio precisato tornaconto personale "stereotipi antisemiti da tempo diffusi in Romania".
Questa "interpretazione vera", fondata storicamente e politicamente, è una questione che rimane aperta e non esaurisce il lato tragico della "cosa". Cioran è "colpevole". Sì. Non ci sono più dubbi, non può essere assolto. La storia lo condanna. Tutta l'opera è macchiata dalla colpa. Ciò forse ha a che fare con la sfera della "psicopatologia", suggerisce la studiosa, ma, in mancanza di strumenti, Alexandra non se la sente di avvalorare questa ipotesi. È necessario dunque denunciare questa "colpa" che grava come un macigno sul pensiero d'Occidente, soprattutto dopo l'orrore di Auschwitz. Perciò il libro della Laignel-Lavastine ha fatto giustizia. Partendo da alcuni brani, presi qua e là, da un articolo giornalistico del 1934 in cui Cioran simpatizzava per la Germania e le parate militari organizzate da Hitler, si è puntato poi l'indice sul capitolo IV de La trasfigurazione della Romania (1936), quello maggiormente incriminato (che Cioran ha espunto dall'edizione romena del 1990), in cui il filosofo rimprovera agli ebrei romeni il fatto di non essersi integrati nel paese ospitante, di rimanere "stranieri" in patria, di non sentirsi "legati al paesaggio", di assomigliare cinicamente "ai capitalisti romeni" e di essere indifferenti al destino nazionale della Romania. Si condanna Cioran e la sua opera perché da questo punto di vista è tutta antisemita. Oggi sappiamo che Cioran non è più "innocente", tuttavia non crediamo che si possa sbrigare così velocemente e tranciare di netto questa delicata vicenda avvalendosi di tale interpretazione, anche se vera. Comprendiamo il bisogno tutto umano di fornire risposte che diano certezza. In nome del bene si denuncia, dove c'è, il male. Il male, però, è ingiustificabile da qualsiasi angolatura si prenda, soprattutto quando si è mossi da buone intenzioni e al riparo dalla legge e dalla storia. Una pesante eredità lascia l'opera di Freud, non solo quella di Cioran. Un pensiero che pensa per rimedi istintivamente rifiuta questo lascito. Meglio, lo ripudia. Non ne vuole sapere. A scanso di equivoci, dunque, la studiosa suggerisce drasticamente al lettore, con il suo accordo beninteso, di bruciare tutta l'opera di Cioran. Lo "stile ellittico", "ambivalente" e "contraddittorio" dello scrittore transilvano potrebbe affascinare e corrompere le nuove generazioni, le quali, non adeguatamente preparate, correrebbero il rischio di alimentare nuovamente lo spettro dell'antisemitismo. "Prevenire è meglio che curare": suona il ritornello medico.

Cioran è affetto dalla "depressione creativa".
Sappiamo dallo stesso Cioran che sin da bambino soffriva di insonnia, quindi ci sono buone probabilità di diagnosticare una depressione endogena. Come la mettiamo ora? Cioran ora ha forse qualche attenuante di fronte alla forza della legge, perché era malato e non sapeva quello che diceva? Questa notizia (della depressione endogena di Cioran) giunge da un libro uscito, sempre nel 2002, in Italia. Il taglio, questa volta, è psichiatrico. Cioran, forse, grazie a questo libro, salva dal rogo la sua opera, che può così essere compresa come la produzione di una persona malata che ha tentato di curare la depressione con la scrittura. Nel 1933, Cioran aveva pubblicato, infatti, un articolo dal titolo molto eloquente, La scrittura come mezzo di liberazione apparso su "Vremea". Qui si trova un altro accenno alla psicoanalisi con cui il giovane pensatore concludeva il suo intervento:

"La scrittura ha solo un valore terapeutico, deve essere degna di interesse solamente nella misura in cui tramite essa l'uomo può trovare salvezza. Ma siccome la maggioranza degli uomini non hanno cosa salvare, la loro scrittura non ha assolutamente alcuna importanza. [...] La non validità terapeutica della psicoanalisi nei casi seri e gravi è la prova più categorica della totale illusione della sua efficacia. D'altronde il trattamento psicoanalitico non fa che accelerare il processo di sostituzione delle forme ossessive provocando l'orrore per tali ossessioni. Vi sono poi altri uomini che pur lottando contro di esse non vi rinunciano affatto, anzi le preferiscono piuttosto che avere in cambio idee chiare che non chiariscono nulla" ("Vremea").

Il titolo del libro su cui ora soffermeremo l'attenzione, è significativo, se non proprio del tutto programmatico: La depressione creativa di E. Cioràn. Quasi un dizionario, di Raffaello Vizioli e Lucia Orazi, prefazione di Bruno Callieri, Roma, Edizioni Universitarie Romane, 2002. Sulla quarta di copertina si legge:

"Nel libro sono selezionati e commentati, fra la vastissima produzione dello scrittore francese Cioràn, una serie significativa di aforismi, dai quali emerge come egli abbia saputo superare e convivere con la propria depressione attraverso l'esternazione dei suoi stati d'animo. La storia della creatività nelle sue varie espressioni, nella pittura, nella musica, nella scrittura, ci propone molti esempi di come si possa riuscire a convertire una male di vivere in produzioni artistiche (Van Gogh, Tschaikowsky, Pessoa)".

Il "caso Cioran" alimenta non solo coloro che intentano processi politici alla scrittura, che hanno cieca fiducia nel progresso e rimuovono il disagio nella civiltà, ma anche coloro che credono all'orizzonte salvifico e consolatorio della psicoterapia improntata al modello psichiatrico, sia pure di matrice antropofenomenologica. L'irriducibilità del tragico, del male, del disagio, della sofferenza del soggetto non trova spazio nelle carte della nosografia. È opportuno giustificare, anche l'ingiustificabile. Si dice, si promette, che si può convivere, e soprattutto superare la depressione attraverso la scrittura. Cioran ce l'ha fatta. Come? Nietzsche scriveva: "Salute e malattia non sono cose sostanzialmente diverse". "Cioràn", rassicurano gli autori del volume menzionato, ha "saputo superare e convivere la propria depressione attraverso l'esternazione dei suoi stati d'animo". Lo scandalo, l'orrore, la colpa... sotto silenzio. Non c'è spazio per il tragico che risuona nelle parole soffocate del soggetto. La malattia, come enigma soggettivo, si oppone al mito della salvezza. Il soggetto malato non è normale. Deve essere fatto di tutto per riportarlo allo stato di normalità... Ciò forse ha a che fare con l'angoscia tutta umana, l'angoscia per la morte, l'horror vacui? Questa angoscia originaria, il non essere presso di sé, il non essere normali, ma depressi, come suggerisce Nietzsche, hanno prodotto nella cultura occidentale la differenza di salute e di malattia, e, nello stesso tempo, la differenza tra salute e malattia ha anche rinforzato tale angoscia. Non se ne vuole proprio sapere di tale angoscia, della colpa, del male.
Cioran nei Sillogismi dell'amarezza scrive:

"Con Baudelaire la fisiologia è entrata nella poesia; con Nietzsche, nella filosofia. Grazie a loro le turbe organiche furono elevate al canto e al concetto: toccava ad essi, proscritti della salute, assicurare una carriera alla malattia" (tr. C. Rognoni, Adelphi, pp. 17-18).

Non è mia intenzione discutere di epistemologia, della validità scientifica delle diagnosi differenziali, ecc.. Mi chiedo se abbia ancora senso oggi ripetere o ribadire inequivocabilmente, come fanno alcuni psicanalisti rassegnati, la forclusione del soggetto dal discorso della scienza. Come se la scienza, dopo Cartesio, si confondesse ancora con la tecnica. C'è ancora spazio di parola per il soggetto della scienza, per la sua malattia mortale? Io ritengo di sì. Rimando a chi è interessato alla questione etica, ancorché epistemica, agli scritti di Lacan, Matte Blanco, Racamier, Rescio, Sciacchitano, Alberto Zino, Ajazzi Mancini, Sias et alii che hanno saputo rimanere fedeli all'insegnamento di Freud. Cioran, secondo noi, ne sapeva qualcosa di questa "cosa", di ciò che rientra nell'"incomprensibile" dell'esistenza come diceva anche Jaspers, pur se in tonalità musicali diverse. Sempre dai Sillogismi, leggiamo:

"Non c'è salvezza se non nell'imitazione del silenzio. Ma la nostra loquacità è prenatale. Razza di parolai, di spermatozoi verbosi, noi siamo chimicamente legati alla parola" (Ivi, p. 20).

Ancora:

"La pianta è colpita solo leggermente; l'animale si ingegna a guastarsi; nell'uomo si esaspera l'anomalia di tutto ciò che respira. La Vita! Una combinazione di chimica e di stupore... Finiremo col rifugiarci nell'equilibrio del minerale? Col saltare a ritroso il regno che ce ne separa e imitare la normalità della pietra" (Ivi, p.30).

Diciamo, per essere più precisi, che Cioran pensava di saperne qualcosa, e di questo qualcosa non ha fatto altro che interrogarsi per tutta la vita, fino all'arrivo dell'Alzheimer, come si ricorda nel libro di Raffaello Vizioli e Lucia Orazi. Ma chi ha la pazienza e la passione ancora di ascoltare la scrittura di Cioran, di entrare in dialogo con essa, di interrogarsi? Cioran è un depresso, un "depresso creativo", ma depresso. Ma di quale Cioran stiamo parlando? Della sofferenza del soggetto del bios o del pensiero del soggetto tragico della scienza, che è anzitutto un soggetto etico, occorre precisarlo, ancorché epistemico? Forse vale la pena menzionare ancora tali questioni e rilanciarle. Anche per gioco. L'arte non ha niente a che spartire con i disturbi mentali né con lotta "creativa" per la sopravvivenza nel regno animale. Il disturbo, nella sua monotonia, offre solo "capolavori inutili", per dirla con Giorgio Manganelli. Non c'è niente di creativo nel disturbo. Lo abbiamo visto. Cioran, questo, lo accennava da consumato scrittore e lo ha costantemente ripetuto nell'arco di tutta la sua opera, non solo negli stralci dei Cahiers, che qui proponiamo:

"L'universo mi esplode nel cervello. Febbre intollerabile. Sono a un passo dal Caos. Gli elementi si scatenano. Mi manca la terra sotto i piedi. Chi mi riconcilierà con checchessia? Un punto fermo, cerco un punto fermo, e non trovo che incertezza e melma, e un incoercibile delirio. L'essere è un testo cancellato, e io non ho più la forza di riscriverlo". (Quaderni, cit., p. 27)

"Io sono il susseguirsi dei miei stati d'animo, dei miei umori, cerco invano il mio "io", o meglio lo ritrovo solo quando tutte le mie apparenze si volatilizzano, nell'esultanza del mio annebbiamento, quando quello che per l'appunto viene definito un "io" si sospende e si annulla. Bisogna distruggersi per ritrovarsi; essenza è sacrificio". (Ivi, p. 68)

"Più penso alla vita come fenomeno distinto dalla materia, più mi spaventa: non si regge su niente, è un'improvvisazione, un tentativo, un'avventura, e mi sembra così fragile, così inconsistente, così priva di realtà che non posso riflettere su di essa e sulle sue condizioni senza provare un brivido di terrore. Non è che uno spettacolo, una fantasia della materia. Smetteremmo di esistere se sapessimo quanto siano irreali. Se si vuol vivere, bisogna fare a meno di pensare alla vita, di isolarla, nell'universo, di volerla circoscrivere". (Ivi, pp. 69-70)

"Il pensiero spezzato, frammentario, ha tutta l'incongruenza della vita; mentre l'altro, quello coerente, rispetta soltanto le proprie leggi, non acconsentirebbe mai a riflettere la vita, e ancor meno a scendere a patti con lei". (Ivi, p. 134)

"Domenica 30 (o 31 marzo) - Oggi pomeriggio, dopo aver accompagnato alla stazione S., crisi di depressione ai limiti del suicidio. Vuoto, vuoto, vuoto! Nulla in me né intorno a me. Momenti simili ti portano diritto al manicomio. D'altronde si è realmente alienati, nel vero senso della parola. Non si è più se stessi. Sono passato accanto a una chiesa senza che neanche mi venisse in mente di entravi. A che pro mischiare Dio con l'intollerabile? Eppure bisognerebbe trovare un modo per pregare" (Ivi, p. 170).

"Se si potesse descrivere per filo e per segno come avviene nell'anima la separazione da Dio!" (Ivi, p. 186).

Sì, riteniamo con Cioran che sia "difficile", se non impossibile, "una volta rotti i legami tra gli esseri e cose", "riabituarsi agli uni e alle altre, riadattarsi alle vecchie illusioni, reintegrarle a una a una". Non si è soggetti etici, né tantomeno epistemici, se si vuole negare il tragico del soggetto della scienza in Cioran. La risposta psichiatrico-medica è che Cioran sia un depresso, quindi "malato", "non normale". Confusione epistemica. La risposta storico-politica è che Cioran sia un simpatizzante della Guardia di Ferro, quindi un antisemita. Confusione etica. Non mi si fraintenda. Non si tratta di disconoscere il valore del libro della Laignel-Lavastine e soprattutto quello degli psichiatri, che abbiamo intenzione qui di trattare dettagliatamente. Semplicemente la "cosa" non è così scontata come la si vuole far passare. La "cosa" non si è esaurisce nell'"interpretazione vera" che si fonda su un bisogno di assoluto.
A pagina 11 del libro di Raffaello Vizioli e Lucia Orazi si legge: "Ci affidiamo alla benevolenza dei lettori; ma anche alla loro critica; speriamo naturalmente di evitare la malevolenza". Ho apprezzato lo sforzo e la passione con cui si tenta di negare l'intollerabile che è alla radice della vita. Cioran è un autentico scrittore a prescindere dalle sue simpatie filofasciste giovanili e dalla sua depressione endogena. I due libri su Cioran li abbiamo letti con curiosità e con rigore, soprattutto quello degli psichiatri, ritorno a dirlo. Sono compiaciuto che la psichiatria, quella buona, non "riduzionista", (che non si occupa solo del bios, per intendersi, e non considera l'uomo come appartenente solo al regno animale) accenni ancora al soggetto. La psichiatria italiana, antropofenomenologica, almeno, legge "Cioràn". Tuttavia, la passione per l'interpretazione non basta a fare scienza. Le scienze dell'uomo esigono il rigore se non la certezza assoluta. Volevo perciò, con amicizia, riparare ad alcuni errori rilevati nel libro per la inadeguata informazione degli autori.
La lettura di Freud è avvenuta prima che Cioran partisse per la Francia. Lo si è visto. Le citazioni che abbiamo riportato all'inizio di questa esposizione sembrano confermare il dato. Dal 1932 Cioran scrive esplicitamente di psicoanalisi nel suo saggio Il senso della cultura contemporanea. Lo scritto cui si fa riferimento appartiene alla serie degli articoli giovanili appartenenti al "primo Cioran", quello influenzato dalle letture "psico-antropologico-esistenziali" (Giobbe, Qohelet, Kierkegaard, Nietzsche, Dostoevskij, Sestov, Simmel, Freud, Jaspers per intendersi). La Laignel-Lavastine e molti altri specialisti cioraniani non hanno mai preso in considerazione questo periodo, quello che definito criterionista, precedente alla pubblicazione del libro incriminato La trasfigurazione della Romania (1936). Come mai?
Raffaello Vizioli e Lucia Orazi peccano di ingenuità quando scrivono: "Naturalmente Cioràn parla di psicologi e non di psicoanalisti perché siamo nella Romania degli anni trenta, paese nel quale non era certamente entrata la psicoanalisi [...]." (p.52). "Non riteniamo che all'età che aveva quando li ha formulati Cioràn avesse fatto letture anche solo divulgative di carattere psicopatologico che lo rendessero edotto dell'importanza che il tema della colpa ha nelle depressioni [...]" (p. 57).
Gli autori non sanno, né potevano, forse, sapere che nel 1932 su "Calendarul", Cioran aveva scritto un articolo La melanconia di D(rer e sempre sulla stessa rivista nello stesso anno il saggio dal titolo Sugli stati depressivi, ove si parla del "passaggio dalla struttura schizotimica a quella schizofrenica", dei "tipi psicologici di personalità" e dei "tipi patologici". Cioran disquisisce sulla "melanconia giovanile di Kant", sulle "difficoltà respiratorie" del filosofo tedesco e afferma che non si tratta dello "stesso caso di Michelangelo, Kierkegaard o Tolstoj", perché questi ultimi sono considerati dei "depressi organici". Scrive inoltre che: "Solo negli stati depressivi l'uomo davanti alla realtà è capace di differenziarsi coscientemente dal mondo"; "solo negli stati depressivi, aumentando parossisticamente l'isolamento dell'uomo dal mondo, si accresce e si intensifica in modo implicito il fenomeno della coscienza. L'esistente, che costituisce un'oggettività transoggettiva, si rivela solo in questi stati. Ed essendo progressiva la differenziazione tra la soggettività e l'oggettività, avviene un parossismo della soggettività, una folle esaltazione e una tensione dolorosa, che fanno della soggettività del depresso un teatro per una tragedia ininterrotta. Tutti i depressi sono tipi eminentemente soggettivi, che vivono il proprio dramma senza una partecipazione spontanea al flusso dell'esistenza". "Da qui il loro lirismo ha sempre un carattere filosofico e si realizza così un'oggettivazione della spinta vitale del soggetto". Cioran a poco più di vent'anni aveva letto molte cose prima a Sibiu e poi a Bucarest presso la Biblioteca dell'Accademia.
A pagina 79 del libro sulla La depressione creativa si legge: "Affiorano già a 23 anni le affinità elettive con Giobbe e con i mistici: una devozione singolare da parte di un apostolo della lucidità per un personaggio biblico di incerta identificazione, apostolo della sofferenza per le prove terribili cui venne sottoposto dal non generoso Dio degli Ebrei" (p. 79) e verso la fine del loro lavoro gli autori scrivono alludendo al libro Lacrime e santi (1937): "Fu in questo periodo della vita che Cioràn, destinato a diventare un feroce contestatore del concetto e dell'ipotesi della esistenza di Dio fu colto da "innamoramento" per Santa Teresa di Avila della quale lesse per ben cinque volte "Il libro della vita". [...] Che all'inizio della sua depressione, quando l'insonnia ne costituiva il sintomo esclusivo e lacerante, egli abbia (o meglio il suo Inconscio abbia) posto in essere quell'importantissimo meccanismo di difesa che è lo spirito religioso non si può escludere anche se rappresenta una certa anomalia nella storia personale di colui che si autoproclamerà campione della lucidità, qualità dello spirito che mal si concilia con l'irrazionale insito in qualsiasi fede nella trascendenza, immortalità dell'anima compresa" (p.192).
Gli autori, forse, dimenticano che Cioran era figlio di un pope ortodosso, Emilian Cioran, uomo molto colto, che conosceva l'ungherese, il tedesco e lo slavone, ed era consigliere dell'arcivescovo metropolita, la cui biblioteca ricca di testi teologici il giovane Emil frequentò presto. Sua madre, Elvira Comaniciu, molto colta e sensibile, amante degli scambi intellettuali, si trovava impegnata anche lei sul piano religioso e umanitario come presidente dell'associazione locale delle donne di religione ortodossa. Nel 1931 Cioran scrive l'articolo La volontà di credere, una recensione in una rivista teologica dal titolo Simon Frank: "Gestalt und Freiheir in der griechischen Orthodoxie", e sulla rivista "Gândirea" l'articolo Erwin Reisner e la concezione religiosa della storia; nel 1932 La struttura della conoscenza religiosa in "Revista teologica"; nel 1933 Fede e disperazione; nel 1935 il saggio niezschiano Il cristianesimo e lo scandalo che ha portato nel mondo. La conoscenza di Jaspers è confermata dalla sua recensione Karl Jaspers: "Psychologie der Weltanschauungen" (1932), e su questo punto vi torneremo. Nel 1933 Cioran aveva scritto un saggio lungo dal titolo Le rivelazioni del dolore che anticipa di qualche anno il suo primo libro Ai culmini della disperazione, nel quale sono presenti le letture di Kierkegaard, Dostoevskij, Sestov, Nietzsche, Freud, Heidegger, et alii. Leggiamo un passo emblematico.

"Negli stati depressivi, l'uomo si sente essenzialmente come separato dal mondo, come se formasse con quella stella una dualità irriducibile. Non è forse qui la fonte del sentimento di solitudine, della sensazione di separazione e di abbandono nella morte?
Ma prima di tutto perché esiste il dolore? Sarebbe assurdo rispondere che gli uomini soffrono per comprendere il mondo, come se la sofferenza avesse una propria giustificazione nell'esistenza e nella comparsa della forza di disvelamento del mondo. Il cammino verso la conoscenza è così doloroso, che chi non rinuncerebbe ad esso? Il sorgere del dolore come tale non ha una finalità così elevata; inoltre, il processo di purificazione si realizza senza che ciò possa includere l'intenzionalità. Il dolorare nel mondo proviene dal carattere irrazionale, bestiale e demoniaco della vita, e dona a ciò un senso di vertigine che si distrugge nella propria tensione. La sofferenza è una negazione della vita, negazione racchiusa nella sua struttura immanente. Nel carattere demoniaco della vita è implicata una tendenza verso la negatività e la distruzione, che pone ostacoli e si consuma nello slancio di un'imperiosità vitale. Mentre nelle altre forme di autodistruzione della vita si svolge un processo di consapevolezza meno sensibile, nel dolore esso si realizza su un piano più sviluppato della coscienza; ciò avviene perché la sua intensificazione è a maggior ragione inseparabile dal fenomeno della sofferenza. L'immanenza del principio demoniaco nella vita annulla ogni credenza in una possibilità radicale di purificazione, in una spiritualizzazione che dovrebbe convertire i suoi orientamenti in direzione di un piano ideale. Se la vita è un'immensa tragedia, ciò è dovuto allora solamente a questa immanenza demoniaca. Coloro che la negano e vivono inebriati dall'aroma delle visioni paradisiache avvertono un'incapacità organica ad avvicinarsi consapevolmente alle radici della vita oppure non si sono mai liberati da esse né sono approdati alla prospettiva profonda del dramma. L'ingenuità in eccesso risulta opaca per l'uomo drammatico. Quindi, quando l'uomo è bruciato fino alla sostanza intima del suo essere dalla fiamma del dolore, quando la coscienza acquista una grande capacità di disinteressamento giacché si è liberata dai vincoli che la tenevano ancora in vita, quando la visione acquisisce un carattere di purezza che coglie l'essenza, solo allora la comprensione per i fenomeni capitali della vita giunge all'espressione più pura. Se, nella sofferenza, la totalità della nostra natura soggettiva riceve un segno di trascendenza di fronte all'esistenza empirica, questa trascendenza non deve essere interpretata nel senso di quella esteriorità razionale, che stabilisce la propria posizione completamente dall'esterno, ma deve considerarsi come una parte della natura che si isola dal resto a seguito di certe esperienze capitali. In questo caso la disintegrazione della vita che si realizza è prodotta dall'esperienza dei sensi, e non da concezioni razionali. [...] Nel dolore l'uomo pensa tramite i sensi" ("Azi").

Il libro La depressione creativa vuol fare di Cioran quasi un "caso" emblematico: "il grande depresso" "aveva capito tutto con mezzo secolo di anticipo" (p. 193), egli "ha avuto la fortuna di esprimersi prima che gli antiMao, gli SSRI lo guarissero" (p. 189); la scrittura ha avuto il merito di farlo allontanare dall'ipotesi suicidaria, ed è quindi "possibile che la depressione stimoli i processi della creatività" (p. 190). Oppure, a malincuore, si propende per l'altra ipotesi: Cioran è un "grande attore", e il suo "problema emergente" rispecchierebbe "nella diagnostica psichiatrica differenziale della depressione: "la depressione recitata"" (p. 188). Nel discorso psichiatrico, delle due l'una, non sono dare altre possibilità. Le due interpretazioni sono entrambi vere. In mancanza di dati certi rimane l'enigma del "caso".
Contrariamente a quanto si scrive a pagina 97, e al di là delle "imprecisioni concettuali e terminologiche rilevate" in Cioran dai due autori, riteniamo che il filosofo transilvano "coltivasse nel segreto della sua mansarda al numero due di Rue de l'Odéon" la "vocazione" alla psicopatologia. Non solo i Cahiers lo testimoniano, ma soprattutto gli scritti giovanili offrono una netta conferma. Prendiamo come esempio alcuni brani della recensione giovanile al libro di Jaspers Psychologie der Weltanschauungen del 1932 apparso, come si diceva, su rivista. Notoriamente si sa che questo libro è legato allo studio patografico Strinberg und Van Gogh. Versuch einer pathographischen Analyse unter vergliechender Heranziehung von Swedenborg und H(lderlin (1922) e ancor prima alla monumentale Allgemeine Psychopathologie (1913). Qui l'elemento "incomprensibile", l' Erlebnis irriducibile ad ogni lettura oggettivistica è fatta emergere in tutta la sua enigmaticità. Il legame tra schizofrenia e opera d'arte fa affiorare una profondità e una ricchezza che riveste talvolta spessori metafisici. L'orizzonte del pensiero si misura con l'esperienza esistenziale delle malattie mentali, e si evidenziano attraverso la biografia e l'opera degli artisti i momenti dell'esplosione e dello sviluppo della psicosi. Scriveva nel 1913 Jaspers: "Lo psicotico può divenire una parabola di tutto l'essere umano per ciò che vi è di più estremo in lui [...]; i ricchi valori di contenuti che insorgono in una realtà psicotica sono i problemi fondamentali del filosofare, quale il Nulla, l'elemento distruttivo, l'amorfo, la morte". (p. 335, p. 358). Tutti aspetti, questi, che verranno affrontati quasi in maniera ossessiva da Cioran in tutta la sua opera. Leggiamo cosa scrive Cioran nel 1932 sul lavoro di Jaspers:

"La ricerca psicologica delle concezioni sul mondo non deve deviare in uno psicologismo eccessivo, che considera le forme di vita spirituale come semplici illusioni, aspetti soggettivi senza valore, ma neppure in un'ontologia che scopre le proprie affinità con le radici della realtà. Una ricerca sistematica di psicologia sulle concezioni sul mondo è presente in Hegel, nella Fenomenologia dello spirito. Solo che Hegel oggettivizza, vuole conoscere il tutto; Jaspers, invece, soggettivizza, in quanto vuole conoscere solo l'uomo e le sue possibilità. Gli studi storici e psicologici portano verso l'antropologia.
I più grandi psicologi sulle concezioni sul mondo sono Kierkegaard e Nietzsche, che hanno vissuto in un'esperienza molto originale la problematica dell'esistenza. A loro non interessa l'inquadramento storico delle concezioni, ma l'"esistenza": l'individualità, la dialettica di ogni essere soggettivo" ("Archivio per la scienza e la riforma sociale").

La pregiudiziale idea che gli autori si sono fatti sulla Romania al tempo Cioran è comunque inammissibile. A pagina 157 si legge: "Non sappiamo infatti se, a 23 anni, egli sapesse di psicoanalisi in un paese dove il personaggio più conosciuto era Dracula e, fra gli attributi di costui, i suoi denti canini. Abbiamo sufficienti motivi per ritenere che a quell'età e in quel mondo di sottosviluppo culturale Cioran di psicoanalisi ignorasse tutto."

Lasciamo a Stoker il romanzo del vampiro, alla Romania il voivoda Vlad Tepes e la psicoanalisi. È vero che non ci sono stati tanti psicoanalisti romeni, perché, come scrive Cioran nei Sillogismi:

"Le terapie mentali mentali abbondano presso i popoli opulenti: l'assenza di angosce immediate vi mantiene un clima morboso. Per conservare la sua salute nervosa una nazione ha bisogno di un male sostanziale, di un oggetto per le sue inquietudini, di un terrore concreto che giustifichi i suoi "complessi". Le società si rafforzano nel pericolo e si atrofizzano nella neutralità. Là dove imperversano la pace, l'igiene e le comodità, le psicosi si moltiplicano... Io vengo da un paese che, non avendo conosciuto la felicità, ha prodotto un solo psicoanalista" (p. 106).

Ma chi è questo non meglio precisato psicoanalista romeno? Nel 1994 è uscito a Bucarest un bel libro di 407 pagine dal titolo Freud e la psicoanalisi in Romania, presso la casa editrice Humanitas, firmato dal dottor Br(tescu. Specialista nella storia della medicina l'autore, che non è un analista, ha studiato l'"avventura" della psicoanalisi nel suo paese. Vi si trovano informazioni che già si conoscevano, ma il suo merito è stato quello di offrire una prima storia completa dell'impatto di Freud nella cultura romena, non solo in quella medica. Senza dilungarci troppo, crediamo che lo psicoanalista in questione, menzionato da Cioran, sia Constantin Vlad (1892-1971), promotore della prima scuola psicoanalitica in Romania, che il 29 giugno 1923 aveva discusso la tesi: Contributi allo studio del trattamento psicoanalitico (con sei casi analizzati) presso la facoltà di medicina di Bucarest, in occasione del conferimento del titolo di dottore di ricerca. Vlad, medico militare, ha inoltre scritto: Idee impulsive al suicidio (1924); Nel campo dell'inconscio (Psico-analisi) (1926); Come può un fattore psichico diventare un fattore che predispone al processo neoplastico? (1926); Amore, odio e paura (Aspetti psicoanalitici) (1928) dove compare anche uno studio su Dostoevskij.
Comunque la teoria psicoanalitica era conosciuta dalla medicina romena tra gli anni 1912-1920 e già si discutevano all'università tesi di dottorato su Freud. Nel 1921 A. Stocker aveva pubblicato uno studio sulla rivista francese "L'encéfale" dal titolo (tude psychoanalytique sur la "Cruche cassée" , l'Oedipustraum eines Schizophreren, in "Internationale Zeitschrift f(r Psychoanalyse" e molti altri saggi su I Fratelli Karamazov e l'anima russa, l'angoscia, le nevrosi e le perversioni, muovendosi in opposizione alla psicologia di Pavlov.
Più vicino all'ambiente filosofico di Cioran si può ricordare l'articolo del suo discusso maestro, all'università di Bucarest, Nae Ionescu, Religione e psicanalisi del 1926, in cui, facendo chiaramente riferimento alla dottrina freudiana conosciuta all'epoca, si accenna "alle visioni, allucinazioni, tentazioni cui sono sottoposti i santi", ai meccanismi di difesa psichica, alla rimozione, al sogno e alle manifestazioni nevrotiche, tuttavia il suo giudizio è sostanzialmente negativo perché ritiene che "la nuova scienza della psicoanalisi è incapace di spiegare la vita personale dell'uomo religioso".
Di particolare interesse è da rilevare l'attitudine oscillante di fronte alla psicoanalisi del più importante filosofo dell'epoca, Lucian Blaga. Transilvano come Cioran (al quale il giovane pensatore scriverà nel 1931 una recensione al libro L'eone dogmatico e un saggio nel 1934 Sullo stile interiore di Lucian Blaga nella prestigiosa rivista "Gândirea"), da un lato egli manifesta antipatia nei confronti del freudismo in un articolo dal titolo Traduttore di sogni del 1922, tuttavia, la sua opera teatrale di marca espressionista tradisce il suo personale interesse per le tematiche psicoanalitiche. In un intervista del 1929 dirà: "Nel teatro che scrivo mi preoccupa particolarmente il problema psicoanalitico. Esso offre un immenso materiale, con straordinari effetti drammatici. D'altro canto, credo che l'inconscio, con tutte le sue tragedie, si possa trattare solo attraverso la psicoanalisi. L'idea di Freud è di una fecondità rara". Tutta la riflessione filosofica di Blaga, in special modo la Trilogia della cultura e la Trilogia della conoscenza, devono molto a Freud e successivamente a Jung. Non è un caso che Dan Botta, appartenente alla stessa generazione di Cioran, abbia attaccato polemicamente il filosofo nel 1941, "come agente del freudismo in Romania". Cioran parlerà appunto di "cannibalismo giovanile della sua generazione", passata alla storia come gruppo Criterion, nei confronti degli esponenti della cultura tradizionale. Ma non c'era solo Criterion, sul quale avremo modo di tornare, grande successo di pubblico riscuoteva il romanzo analitico della scrittrice Ortensia Papadat-Bengescu e c'era soprattutto l'attività frenetica delle più importanti riviste di avanguardia (Contimporanul, Punct, Integral) che si dichiaravano esplicitamente tributarie dell'opera di Freud. Leggiamo la poesia Credo di Geo Bogza, pubblicata sulla rivista Unu, nel 1929:

"Credo nella mia età, negli attributi di ogni età, nel dovere di intensificare questi attributi./ Credo nella non esistenza delle esistenze imperiosamente necessarie. /Credo nel bronzo delle parole suonate nei secoli./ Credo nei gatti./ Credo nel miracolo delle parole vuote./ Credo nell'assurdo./ Credo nella perversità dei fiori, delle vergini./ Credo negli orizzonti estetici aperti dalla psicoanalisi./ Credo in una finalità con forme inimmaginabili, ma con ripercussioni anticipatamente retroattive sullo spirito contemporaneo/ Credo nel sesso./ Credo nelle grida./ Credo nelle calosce e nei preservativi./ Credo nella voce degli antenati insinuata nel flusso del cuore/. Credo nella spada della penna./ Credo nei sogni. /Credo in una visione sessuale dell'intero universo vivente." (tr. M. Cugno in Poesia romena d'avanguardia, Feltrinelli)

Nella Romania degli anni '30 la psicoanalisi ebbe un'enorme diffusione in tutti i campi del sapere. Il gruppo Criterion, capeggiato da Mircea Eliade organizzava nell'autunno del 1932, convegni consacrati a Freud e non solo (queste riunioni furono dedicate anche a Lenin, Chaplin, Gide, Mussolini, Bergson, Krishnamurti, Greta Garbo, Gandhi, Valéry; in seguito, cambiato il clima politico, furono sospese dalle autorità).
Prima concludere questa veloce rassegna sulla psicoanalisi in Romania al tempo di Cioran, riportiamo la lunga testimonianza di Mircea Eliade tratta dalle sue Memorie con l'intenzione di restituire l'atmosfera "insonne" di quegli anni, il grande fermento culturale che si viveva nella Bucarest tra le due guerre mondiali, città vivace e aperta al dialogo tra l'Oriente e l'Occidente. Purtroppo segnali inquietanti, intolleranza ideologica e politica facevano già la loro comparsa, e annunciavano lo spettro imminente del totalitarismo.

"Credo che inaugurammo il ciclo con Freud. Tra gli oratori ricordo solo Mircea Vulc(nescu e Paul Sterian, ma eravamo cinque o sei fra i quali anche uno psicanalista. Quando entrammo, non potevamo credere ai nostri occhi. L'anfiteatro della Fondazione Carol I era strapieno. I biglietti della platea erano stati venduti da tempo e gli spettatori avevano preso d'assalto le balconate e la galleria. Si erano seduti dove capitava, sulle scale e sulle balaustre. Poi, dal momento che nessuno era stato in grado di fermarli, avevano invaso la sala, si erano addossati alle pareti e si erano sistemati persino sul palcoscenico. Probabilmente non avremmo potuto neppure cominciare se Petru Comarnescu non avesse annunciato, in sala e nel foyer, che avremmo ripetuto il dibattito dopo qualche giorno e se non avessimo chiuso e sbarrato, con l'aiuto dei pompieri di servizio, il portone d'ingresso. Attaccammo inoltre su quest'ultimo un cartello che avvisava della ripetizione del dibattito, e uno di noi si sacrificò e rimase fuori, sulla strada, per due ore, tranquillizzando i gruppi di spettatori sfortunati e dando loro chiarimenti.
Avevo accettato di parlare su Freud, perché mi pareva di poter decifrare nella sua opera un'ultima fase di desacralizzazione del monoteismo e del profetismo dell'Antico Testamento. La convinzione di Freud di aver scoperto la spiegazione unica e globale della vita psicomentale e della creatività umana, di aver forgiato la chiave magica con la quale poter decifrare tutti gli enigmi - dai sogni e dagli "actes manqués" fino all'origine della religione, delle arti e della civiltà - tradiva il fervore monoteista del genio ebraico. Allo stesso modo, la passione di Freud nel promuovere, imporre e difendere la psicanalisi contro tutte le "eresie" faceva pensare all'intolleranza e all'esaltazione dei profeti dell'Antico Testamento. In un certo modo, Freud credeva che le sue scoperte fossero destinate a trasformare l'umanità e a "salvarla". La psicanalisi soddisfaceva la sete di assoluto del genio ebraico, la credenza nell'esistenza di una sola via regale dello Spirito. Tradiva inoltre la repulsione specificamente ebraica per il pluralismo, il politeismo e l'idolatria.
Non so con quanta lucidità e capacità di argomentazione esposi tutto ciò allora. Come tutti gli altri oratori, fui ricompensato con calorosi e prolungati applausi. Seppi in seguito che Emil Cioran era stato talmente impressionato che venne ad ascoltarmi una seconda volta, quando ripetemmo il dibattito. (Ci furono tre repliche a Bucarest e non so più quante nelle città di provincia. Ma poiché non avevo un testo preparato in precedenza, senza lo stimolo dell'improvvisazione e con la permanente sensazione di ripetermi, temo di aver parlato in modo sempre più incolore).
Seguirono, due volte alla settimana e con lo stesso successo, gli altri dibattiti. Mezz'ora prima dell'inizio, la sala della Fondazione Carol I era sempre già piena fino all'ultimo posto, e gli oratori dovevano aprirsi a stento un varco tra la folla che ingombrava il marciapiede. Solo con grandi sforzi, e aiutati dai vigili, riuscivano a entrare nel foyer affollatissimo. La questura era stata costretta ad inviare una dozzina di agenti e alcuni commissari per garantire la circolazione di fronte alla Fondazione Carol I e difendere le entrate dalla calca. Un tale inaudito successo finì per inquietare il Ministero degli Interni, per irritare molti giornalisti e scrittori e per suscitare ogni tipo di invidie e gelosie. Ed evidentemente i rischi che correvamo crescevano quanto più le "personalità" oggetto dei nostri dibattiti erano controverse. Proprio come temevamo, il dibattito dedicato a Gide diede luogo a degli incidenti. André Gide aveva visitato recentemente la Russia sovietica ed era considerato un comunista. La sera del dibattito, un centinaio di studenti cuzisti cercarono di introdursi nella sala. Gli agenti li fermarono e allora gli studenti si misero a cantare e a vociferare. Il dibattito cominciò ma la sala era carica di elettricità. Alcuni di noi andarono a parlare con i capi dei manifestanti. La discussione durò più di un'ora. Gli studenti sostenevano di non essere venuti per provocare uno scandalo, ma solo per ascoltare, per assicurarsi che non facevamo l'apologia di un comunista. Alla fine, li lasciammo entrare. Il dibattito stava per finire, ma non credo che quella sera terminò come era stato previsto. Poco dopo essere entrati nella sala affollata, gli studenti cominciarono a vociferare, e chi presiedeva il dibattito concluse la riunione con alcune frasi ironiche e sferzanti che si persero nel tumulto.
Un incidente meno grave, e che si risolse a nostro favore, avvenne durante il dibattito dedicato a Charlie Chaplin. Tra gli oratori c'era anche Mihail Sebastian. Quando venne il suo turno, qualcuno gridò dalla galleria: "Un ebreo ci parlerà di un altro ebreo!". Mihail Sebastian era in piedi e teneva in mano alcuni fogli sui quali aveva annotato lo schema della sua conferenza. Impallidì, strappò i fogli e, dopo aver fatto un passo avanti, cominciò a dire con un tono acceso di voce, vibrante di emozione: "Avevo l'intenzione di parlarvi di un certo aspetto dell'arte di Charlot. Ma qualcuno tra voi ha nominato gli ebrei. E allora vi parlerò, come ebreo, dell'ebreo Charlot ... ".
In sala scoppiarono subito gli applausi. Mihail Sebastian sollevò il braccio e ringraziò il pubblico, poi improvvisò una delle più commoventi e più intelligenti conferenze che abbia mai avuto l'occasione di ascoltare. Presentò uno Charlot che solo un europeo orientale avrebbe potuto scoprire e comprendere. Parlò della solitudine dell'uomo nei film di Charlot e spiegò come fosse il riflesso della solitudine dei ghetti. Quando terminò di parlare, dopo circa venti minuti, fu accolto da applausi scroscianti. Una parte della sala si alzò in piedi per applaudire. Avevamo vinto una battaglia e ne eravamo coscienti. Nell'ufficio adiacente al palco degli oratori, esultavamo tutti. Nina Mare( cominciò a danzare di gioia e ci abbracciò uno dopo l'altro.
Alla conferenza su Lenin avevamo invitato a partecipare, oltre a Belu Silber, anche Lucretiu P(tr((canu. Volevamo avere tra noi due marxisti, accanto a Mircea Vulc(nescu e a Mihail Polihroniade che si preparavano a criticare il comunismo l'uno in nome della democrazia e l'altro in nome del nazionalismo. Avevo conosciuto Belu Silber tempo addietro alla redazione di "Cuvântul". Era diventato amico di Gheorghe Racoveanu dal giorno in cui quest'ultimo, circa due anni prima, aveva scritto un articolo prendendo le sue difese in un processo di spionaggio. Belu Silber ne fu molto colpito e subito dopo essere stato assolto venne a ringraziarlo. Da allora passava regolarmente in redazione ed era amico soprattutto di Mircea Vulc(nescu, Ion C(lug(ru e Paul Sterian. Piccolo di statura, brillante e assai colto, nonostante ripetesse continuamente che era marxista, non sembrava né dogmatico, né intollerante. Mi apprezzava soprattutto perché, nei miei articoli sull'India, avevo attaccato il colonialismo e il "British Raj".
Feci la conoscenza di Lucretiu P(tr((canu, credo, in quella stessa sera. Mi piacque il suo volto a un tempo dolce e severo. Parlò in modo non brillante, ma con sincerità e saggia sobrietà. Le interruzioni degli studenti presenti in sala non lo turbarono. Aspettava che il baccano finisse per riprendere il suo discorso, sempre calmo e concentrato. Gli studenti interrompevano invece Mihail Polihroniade, ma per applaudirlo, tutte le volte che faceva cadere il discorso sulla necessità di una rivoluzione nazionale. E quando ricordò la frase di Lenin - che lo Stato borghese è un cadavere che sarà rovesciato in un sol colpo - fu applaudito tanto dagli studenti nazionalisti, quanto dai gruppi di simpatizzanti comunisti che la presenza di Lucretiu P(tr((canu aveva attirato alla Fondazione.
A seguito di questo dibattito si diffuse la voce, soprattutto negli ambienti della Siguranta, che il gruppo Criterion era cripto-comunista. In realtà, il solo comunista tra noi era Belu Silber. Ma il coraggio di aver invitato a parlare, e proprio alla Fondazione Carol I, il segretario del Partito comunista, Lucretiu P(tr((canu, era stato travisato. Avevamo cercato di essere obiettivi secondo il principio: audiatur et altera pars. Pensavamo che in una cultura degna di questo nome tutte le correnti di pensiero potevano essere rappresentate. Ci sentivamo abbastanza forti da non aver più paura di confrontarci con ideologie e sistemi di pensiero contrari alle nostre convinzioni. Ritenevamo inoltre che non avremmo potuto superare il provincialismo culturale se non abolendo i complessi di inferiorità e i meccanismi infantili di difesa propri di ogni cultura minore. Se si credeva nelle possibilità creatrici del genio romeno - e questo era il caso della maggior parte di noi, sia pure per motivi diversi - non c'era più alcuna ragione di aver paura delle "influenze nefaste" o delle "idee sovversive". D'altra parte, ci sentivamo "adulti" e non accettavamo più il consiglio di "non giocare con il fuoco", perché sapevamo benissimo che non ci stavamo giocando.
Ciò che sarà chiamato più tardi lo "spirito del gruppo Criterion" si chiariva e si precisava a mano a mano che realizzavamo il nostro programma. Fin dai primi dibattiti, il pubblico intuì che aveva a che fare con un'esperienza culturale significativa e di grande respiro, e ci rimase fedele sino alla fine. Anche quando non si trattava di argomenti scottanti, come Lenin, Freud o Gide, la sala era ugualmente piena. Nel dibattito sul romanzo romeno contemporaneo, Mihail Sebastian attaccò con molta vivacità Cezar Petrescu e fu estremamente critico con Ionel Teodoreanu, i due romanzieri di maggior successo all'epoca, mentre non risparmiò gli elogi verso Hortensia Papadat-Bengescu, Camil Petrescu e Matei Caragiale. Da parte sua, Mircea Vulc(nescu mostrò come i romanzi di Cezar Petrescu si integrassero in tutta una tradizione letteraria romena, e per questo fossero significativi anche se non validi dal punto di vista artistico. Ciò che appassionava il pubblico era il dialogo tra i membri del gruppo Criterion. Molto raramente, e solo nel caso di argomenti delicati - come ad esempio Lenin o Mussolini - gli oratori si incontravano preliminarmente e preparavano nei dettagli il dibattito. Di solito, ciascuno esponeva agli altri gli argomenti critici che pensava di sviluppare, e solo se vedevamo che alcuni di noi avevano l'intenzione di insistere sugli stessi aspetti, li pregavamo di modificare il loro schema di intervento. In ogni caso, la spontaneità del dibattito era quasi sempre assicurata. Ciò dava luogo talvolta a scene divertenti. Ad esempio, quando discutemmo sull'America messa a confronto con l'Occidente e con l'Estremo Oriente, Petru Comarnescu, che si era in certo qual modo identificato con l'uomo e con la cultura americana, sopportò con sufficiente calma le critiche che gli facevo in nome della spiritualità orientale, ma perse la pazienza ascoltando Mihail Sebastian che prendeva in giro l'homo americanus in nome dello spirito francese, e cercò di interromperlo a più riprese. Anche dopo che fu richiamato all'ordine da chi presiedeva la riunione, continuò a prorompere in esclamazioni, a scoppiare a ridere e ad agitarsi sulla sedia tutte le volte che gli sembrava che Mihail Sebastian superasse la misura.
Per i membri del gruppo Criterion la riunione non si concludeva nella sala della Fondazione. Dopo ogni dibattito, ci radunavamo tutti al caffè Corso, dove occupavamo un intero angolo della sala al primo piano e continuavamo a discutere fin dopo mezzanotte. Di solito, Dan Botta, che partecipava molto raramente ai dibattiti pubblici, esprimeva in modo conciso ma impietoso le sue impressioni. Non dimenticava mai di ricordarci la nostra responsabilità di fronte al pubblico. Secondo lui, ciò significava in primo luogo che avevamo il dovere di elevare il pubblico non fino a noi ma al di là di noi, fino ai nostri ideali. Dan Botta riteneva che Criterion potesse realizzare, nelle menti dei più intelligenti tra i nostri uditori, un'operazione di anamnesis platonica. Assistendo alle nostre conferenze, dove erano presentati e dibattuti argomenti così diversi, il pubblico assisteva di fatto a un nuovo genere di dialogo socratico. Il nostro obiettivo non doveva consistere soltanto nell'informare il nostro uditorio ma, in primo luogo, nel "risvegliarlo", nel metterlo a confronto con tutte le correnti di idee e, in fin dei conti, nel modificare il suo modo di essere nel mondo.
Naturalmente, a questo punto, seguivano lunghe e animate discussioni, non perché non condividessimo le idee di Dan Botta sulla funzione di Criterion ma perché non eravamo sempre d'accordo sui mezzi da lui proposti. Dan Botta sosteneva che in ogni riunione almeno uno degli oratori non facesse alcuna concessione al pubblico "medio", ma utilizzasse il linguaggio severo della metafisica, della scienza o della poesia. È del resto così che capitava di solito. Ma alcuni di noi ritenevano che il semplice fatto di dibattere dei problemi difficili fosse sufficientemente ardito e che non dovevamo accrescere le difficoltà usando un linguaggio eccessivamente rigoroso. Evidentemente, però, eravamo tutti d'accordo che ogni oratore fosse libero di adottare lo stile che più gli conveniva." (tr. R. Scagno, Le promesse dell'equinozio, Jaka Book pp.241-247).

Essere giusti con la Romania significa non relegarla all'angusto mito letterario di Dracula. La Romania ha dato i natali a Tristan Tzara, Eugène Ionesco, Mircea Eliade, Emil Cioran, Paul Celan e c'è anche un po' di Romania nello studio viennese di Freud. Il famoso divano dei suoi pazienti pare fosse coperto da un tappeto della Bucovina. In Romania la psicoanalisi ha assunto i tratti di una vera e propria avventura portata avanti da una generazione di ventenni in preda all'insonnia.
Forse, pochi sanno che la psicoanalisi ha cominciato a muovere i suoi primi passi sulla terra romena, se crediamo al mito delle origini. È curioso ricordare che Freud, quando era adolescente, aveva un amico del cuore in Romania con il quale ha corrisposto assiduamente nel decennio 1871-1881. Il suo nome è Eduard Silberstein, ebreo-romeno di Br(ila. Questi due adolescenti si scrivevano in tedesco e in spagnolo e si firmavano con il nome dei due perros en el hospital de Sevilla, "Cipion" e "Berganza", tratti dalle Novelle esemplari di Cervantes. L'amicizia, la letteratura, la filosofia, la religione, la politica, la scienza, il primo amore e la scelta professionale sono i temi dibattuti dai due ragazzi. Sogni, delusioni, segreti, consigli sentimentali, inframmezzati da grande ironia e intelligente umorismo costituiscono i fili di questa trama epistolare. Dopo il 1965 alcune di queste lettere sono state ritrovate e pubblicate. L'asse Freiberg-Br(ila attraversa la mitologia privata, gli ideali, lo sviluppo intellettuale di ciò che sarà l'origine stessa della psicoanalisi, una cura attraverso la parola e la scrittura.
Concludiamo questo excursus su Cioran, la psicoanalisi, la Romania con una riflessione di Lorenzo Zino: "Forse occorrerebbe ascoltare con grande pazienza un altro enunciato di Cioran che per alcuni aspetti è terribile: "Essere vuol dire essere incastrati"".

 

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