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Capire ciò che accade attorno a noi

Riflessioni sulla formazione del clima organizzativo nelle aziende

© Aniela Pratesi 2002

Abstract

Il continuo interesse degli studi sulle aziende è motivato dalla necessità di cambiarle. Gran parte delle ristrutturazioni sono fatte a seguito di peggiorate condizioni economiche, oppure per massimizzare il rendimento dei reparti. Solo in alcune realtà più illuminate si cerca di trasformarne l'assetto in vista di una migliore qualità della vita e relazioni interpersonali più soddisfacenti, quindi un aumento della motivazione. Eppure, se ci pensiamo bene, presso il luogo di lavoro si spende la maggior parte della nostra esistenza, nonché le ore migliori della giornata, quelle in cui siamo più riposati e attivi.
Agli studiosi è stato chiaro fin dall'inizio che il clima che si respira sul luogo di lavoro condiziona la sua attività e produttività.
Con questa breve ricerca tenteremo di ricostruire come esso si forma e quali sono gli elementi che lo costituiscono. Per far ciò passeremo sinteticamente in rassegna le varie ipotesi che si sono susseguite nel tempo, per arrivare alle teorie attuali. Concluderemo definendo quale sia, a nostro parere, il tipo di clima più auspicabile.

Introduzione

Nel passato ben poca attenzione è stata posta a rendere accogliente il nostro luogo di lavoro; sentendolo freddo e ostile ce ne siamo distaccati emotivamente relegandolo a "luogo di pena" dal quale l'ultima timbratura ci rende liberi per poche ore. Insomma, ci hanno dato gli "arresti lavorativi", ma almeno ci pagano.
In quest'ottica di segregazione il collega non è un amico ma un compagno di prigionia, sospetto e potenzialmente dannoso. E' lui uno dei principali nemici che incontriamo, apparentemente motivato dal desiderio di emarginarci o sottrarci la carriera, ma in realtà sintomo della nostra incapacità di comunicare con l'altro e di socializzare a un livello più maturo. Le statistiche parlano chiaro: la maggior parte dei problemi di un'azienda riguardano la gestione dei rapporti personali tra gli addetti. L'ufficio e la fabbrica diventano il luogo privilegiato di proiezioni a base di confitti con l'autorità mai risolti e di contrasti con le figure genitoriali e parentali. Uno scenario di incomunicabilità che si è sviluppato ancor più negli ultimi decenni, a fronte di quello che era un atteggiamento più amichevole e cooperativo della civiltà rurale e artigianale del passato. Dagli anziani si sente raccontare di pranzi e cene sociali con le famiglie, di gite fatte insieme, di aiuti ricevuti in momenti di difficoltà. Erano tempi in cui far parte di un gruppo dava un senso di appartenenza e identità. La nostra società individualista ci porta alla deriva anche in ambienti che, per loro natura, favorirebbero la socializzazione e la condivisione di intenti. L'uomo d'oggi è veramente solo.
Nessuna meraviglia, quindi, che la gente vada al lavoro malvolentieri.

Alcuni paesi stranieri, fra cui spicca la Germania, da molti anni tentano di realizzare un matrimonio felice tra l'impiego e la vita privata, per esempio costruendo piscine e campi da tennis in prossimità dell'impianto produttivo. Altri tentativi sono stati quelli di portare in azienda la famiglia con la realizzazione di opere teatrali, cinema, mostre e concerti. Tutte occasioni di unificare due costrutti che, nel nostro paese, sembrano destinati a vivere da eterni separati in casa.
Risentiamo forse della cultura latina votata al dolce far niente, per la quale il lavoro è una maledizione, contro la morale calvinista del nord Europa per la quale essere utili e produttivi è la massima aspirazione.
L'azienda è stata per troppo tempo considerata roccaforte del profitto, degli industriali e del capitalismo in genere, contro la logica dell'umanità, della condivisione di spazi e di intenti rappresentata dalla forza lavoro e dai suoi portavoce. Il volto disumano del progresso ha sabotato la nostra essenza. Adesso vorremmo, con qualche corso e tecniche di successo, cambiare una mentalità creata da cento e più anni di industrializzazione. Ma dobbiamo farlo, perché l'unica macchina di cui eravamo sicuri, la macchina uomo, si è guastata.
Lo strumento di indagine per sondare queste tematiche è l'analisi del clima organizzativo.
Per leggere la realtà aziendale bisogna rifarsi al quotidiano, alla sua vita di ogni giorno: i pensieri che passano per le teste, le parole che si dicono, i comportamenti che si vedono agire. Questo perché sono gli uomini che fanno l'azienda, non viceversa. Finché saremo prigionieri della convinzione che l'azienda è solo un luogo di produzione non potremo cambiarla; è poi conseguenza di ogni cambiamento positivo un aumentata motivazione degli operatori, più produttività e più qualità dei servizi erogati. E va favorito un altro aspetto meno conosciuto, quello della protettività, ovvero della capacità dell'azienda di proteggere i suoi dipendenti da ansie e conflitti interni.

Gli studi su questo argomento sono da vent'anni oggetto di rinnovato interesse e di numerose ricerche. La mole di variabili e la difficoltà nell'isolarle hanno a più riprese rallentato lo studio del fenomeno, ma alla fine si è potuto definire al meglio un concetto che, per certi aspetti, si poteva confondere con altri affini (per esempio la soddisfazione lavorativa) ed ha stimolato l'interesse verso la definizione di altri costrutti, come la cultura organizzativa.
L'indagine del clima è uno degli strumenti che consente all'azienda di effettuare un'autodiagnosi. Lo studio è complesso perché coinvolge aspetti molto diversi della realtà lavorativa, ed è a volte d'aiuto un'ulteriore suddivisione tra i concetti di clima psicologico ed organizzativo. Il primo viene indagato a livello individuale, mentre il secondo sul piano organizzativo vero e proprio.

Nel momento in cui una persona arriva in un nuovo posto di lavoro si aprono due realtà: ciò che il contesto mette in atto nei suoi confronti e ciò che il soggetto mette in atto nei confronti della nuova situazione (Pozzi, 1992).
Le persone sono continuamente coinvolte nel tentativo di capire e dare un senso a ciò che accade intorno a loro. L'individuo percepisce il clima tramite la sua personalità ed esperienza; è chiaro come, data la varietà dei punti di vista personali, ricostruire l'effettivo clima di un ambiente sia un lavoro assai delicato. Bisogna tenere conto anche delle aspettative degli impiegati, che hanno già in partenza una precisa opinione su come la propria azienda dovrebbe funzionare. Una troppo netta differenza tra l'aspettativa del lavoratore e le condizioni obiettive porta inevitabilmente a conflitti e stress.
Oltretutto, come Schneider ipotizza nel caso delle aziende di servizi, a carico dell'impiegato esiste una "doppia pressione", proveniente da una parte dalla clientela e dall'altra dai superiori. E' normale che una situazione di questo tipo possa generare stanchezza e frustrazione.

I
Il concetto di clima

L'azienda vivente dipende da come il lavoratore interpreta e assume il proprio ruolo entro quella specifica comunità. In primo luogo c'è da sottolineare che le percezioni degli individui derivano dall'esperienza accumulata sul proprio luogo di lavoro. La persona si crea una mappa del modo in cui il suo ambiente funziona, al fine di adottare il comportamento più consono alla situazione. Il clima serve ad adattare il comportamento dell'individuo alle richieste provenienti dall'organizzazione in cui lavora (Schneider & Reichers, 1983).
Il clima di un'organizzazione, come fenomeno, rimane relativamente costante nel tempo. Esso è stato riconosciuto come indicatore della qualità delle relazioni interne. Una delle definizioni attualmente più accreditate, condivisa già da autori come Sells e Evans (1968), interpreta il clima in relazione alla cultura di un'organizzazione, ovvero lo riconoscono come percezione, da parte delle persone, della cultura di cui essa è portatrice. Però, per poter parlare effettivamente di "clima", le percezioni devono essere condivise dalla maggioranza dei membri ed acquisite in relazione a specifici fattori della situazione esistente. E' comunque ancora un mistero come individui sottoposti ad una vasta gamma di situazioni abbiano percezioni relativamente simili delle stesse e, per di più, attribuiscano medesimi significati ai tratti salienti della vita aziendale (Schneider & Reichers, 1983).
Secondo Evans (1968) non sono solo i membri dell'organizzazione a percepire un clima, ma anche i soggetti esterni. Tali sensazioni sono ampiamente condivise dei membri della stessa unità lavorativa, ma nella stessa azienda possono esistere climi molteplici poiché l'ambiente organizzativo può essere percepito diversamente da membri appartenenti a livelli diversi, di diversa posizione gerarchica, oppure di reparti diversi ma nella stessa posizione (Johnson, 1976; Litwin & Stringer, 1968; Payne e Mansfield, 1973; Powell e Butterfield, 1978; Schneider e Hall, 1972).
Ricapitolando il clima organizzativo è proprio di ogni organizzazione e la distingue dalle altre. Si tratta di una percezione condivisa, con propri valori, rituali e simboli.
Il modo in cui essi vengono percepiti è esattamente il livello al quale si colloca il concetto di clima, che è :

1. la percezione collettiva che le persone hanno dello spirito della loro organizzazione;
2. ciò che risulta dall'interazione tra individui;
3. ciò che riflette la cultura in atto nell'azienda, i suoi valori e atteggiamenti;
4. ciò che influenza il comportamento delle persone

La realtà del clima non viene subita e registrata passivamente ma viene costruita nell'interazione sociale. Per spiegare le modalità della sua formazione vi sono differenti approcci, che cercheremo di sintetizzare qui di seguito.

II
La formazione del clima organizzativo

Come si forma il clima all'interno di un'azienda? Prima di rispondere a questa domanda può essere utile effettuare un breve excursus sulle varie teorie che si sono susseguite nel tempo.

L'approccio strutturale
Questo tipo di approccio definisce il clima una caratteristica dell'organizzazione, un suo attributo. E' una caratteristica appartenente all'azienda ed esiste indipendentemente dalle percezioni individuali dei membri. Secondo questo punto di vista le condizioni esistenti nella struttura sono la chiave degli atteggiamenti, dei valori e delle percezioni che i suoi membri ne hanno.

Secondo il punto di vista di Payne e Pugh (1976) le condizioni in cui si trova l'azienda intessono gli atteggiamenti, i valori, le sensazioni sugli eventi provate dai suoi membri.
In questa ottica vengono analizzati aspetti sostanziali dell'azienda, quali le sue dimensioni, la gerarchia, le tecnologie e gli strumenti impiegati, senza dimenticare le formalità e i comportamenti richiesti ai dipendenti. L'organizzazione produce da sé un clima con caratteristiche indipendenti da quelle percepite dai suoi membri.

Se accettiamo questa spiegazione significa che le persone incontrano ed acquisiscono il clima della struttura dove operano. L'approccio strutturale deriva da quella tradizione intellettuale che sostiene che la realtà deriva dalle condizioni oggettive. Anche se alcuni aspetti di questa teoria possono essere condivisi si notano in essa delle carenze, come il non poter spiegare perché in reparti diversi della stessa struttura il clima possa essere molto diverso (ricerche di Howe, 1977; Johnston, 1976; Moran & Volkwein, 1988; Powell & Butterfield, 1978).

L'approccio percettivo
Ecco un approccio più legato alla psicologia (è detto infatti anche "approccio percettivo/psicologico"). L'approccio precedente faceva nascere il clima dalla costituzione dell'organizzazione; questo si pone in posizione antitetica, sostenendo che esso origina dall'individuo e dagli aspetti che per lui sono significativi (ricerche di James, Hater, Gent, Bruner, 1978). Quanto la prospettiva strutturalista fa derivare il clima dalle proprietà fisiche delle organizzazioni l'approccio percettivo lo fa nascere dall'individuo.
L'approccio percettivo crede che la realtà esista nella coscienza soggettiva degli individui.
Sostiene che le persone reagiscono alle situazioni non solo sulla base degli eventi oggettivi, ma anche e soprattutto su quegli aspetti che sono psicologicamente significativi per loro.

Secondo questa teoria, la persona percepisce il contesto organizzativo e se ne crea una rappresentazione psicologica tramite dei processi, fra i quali le comunicazioni, la leadership, il modo in cui vengono prese le decisioni nell'azienda.
Anche stavolta ci troviamo di fronte ad una visione limitata, che non considera tutte le variabili in gioco. In questo caso si potrebbe, più giustamente, parlare di clima psicologico, che è definito come: " una descrizione del contesto fondata su basi percettive ed elaborazioni psicologiche " (James et al., 1978, p. 784) od anche come percezione basata sull'esperienza e condivisa dai membri di un'azienda.

A questo livello si analizzano gli effetti delle personalità, delle relazioni, del posto occupato nella scala gerarchica. Usando questo metro di ricerca sapremo cosa pensa l'individuo, come si rappresenta la realtà lavorativa e crea una propria visione di quello che gli accade intorno; rimaniamo però ad un livello individuale, poco oggettivo.
Ci troviamo nella situazione complementare all'approccio strutturale: qui è l'individuo che impone all'organizzazione il suo significato ed il suo modo di reagire all'ambiente che lo circonda. Procedendo con questo approccio sapremo bene come vengono percepite le situazioni a livello personale, ma poco della realtà oggettiva dell'azienda. E' utile nel caso in cui si voglia comprendere una specifica persona e il suo stile di adattamento alla realtà del lavoro, ricostruire la sua mappa del territorio (vedi in proposito gli studi di James et al., 1978). James et al., sottolineano tuttavia che gli individui non cercano soltanto di ottenere adattamento all'ambiente, ma esercitano su di esso un intervento attivo nel tentativo di cambiarlo.

L'approccio interattivo
Questa posizione è interessante, perché prende a fondamento del clima le interazioni tra gli individui. Non crede che l'origine del clima si debba trovare solo nelle caratteristiche dell'organizzazione e nemmeno che sia stabilito soltanto dagli umori delle persone che la frequentano. Dice che sono i rapporti, le relazioni, le interazioni in risposta al contesto ad esserne la fonte.
La situazione dell'azienda viene rappresentata nel modo in cui viene vista da coloro che hanno rapporti con essa. Tale percezione è influenzata dalla personalità di chi percepisce, però, le sue stesse percezioni sono nello stesso tempo influenzate dai rapporti tra individui.
Questo modo di vedere riconosce che i processi relazionali generano significato e richiedono l'interazione tra il contesto oggettivo (approccio strutturale) e la consapevolezza soggettiva (approccio percettivo). E' questa la differenza più interessante in confronto agli assunti precedenti; mette finalmente d'accordo i concetti di realtà oggettiva/soggettiva, proponendo un modello attraverso il quale il significato origina dai rapporti. Alcuni hanno descritto il clima come combinazione tra caratteristiche delle personalità ed elementi strutturali dell'organizzazione (Gavin, 1975; George e Bishop, 1971). Le ricerche effettuate dimostrano che la comunicazione è la componente centrale che contribuisce alla formazione del clima, che diventa la raffigurazione dell'interazione esistente tra i membri di un gruppo.
Con questa teoria ci stiamo avvicinando ad una visione più complessa ma anche più completa dell'argomento. E' evidente che, essendo molte le variabili in gioco, più visioni si mettono insieme e più chiaro risulterà il quadro finale.
Quindi una parte del clima è forgiato dalla struttura dell'organizzazione così come è, un'altra parte dalle personalità individuali e adesso anche dalle loro interazioni. Quel che mancava, e che l'approccio interattivo ha introdotto, è la definizione del tipo di comunicazione in atto.

L'approccio culturale
Siamo partiti dall'analisi strutturale, basata sulla identificazione delle proprietà formali, passando per la visione percettiva, che focalizza l'attenzione sulle caratteristiche psicologiche dei dipendenti, fino all'approccio interattivo che indaga il modo attraverso cui gli individui si relazionano. Adesso l'approccio culturale ci insegna che le persone interpretano e definiscono la realtà tramite la creazione di una cultura organizzativa.
La cultura organizzativa possiamo definirla come l'insieme degli assunti di base di un gruppo che si sono rivelati validi per far fronte ai problemi di adattamento esterno e interno; essi verranno trasmessi ai nuovi membri come il modo più corretto di sentire ed agire di fronte agli stessi problemi.
Alcuni ricercatori sostengono che "le percezioni condivise delle pratiche quotidiane possono essere intesi come il nocciolo della cultura organizzativa".
Lo studio della formazione del clima ha fatto quindi molta strada dalle ipotesi iniziali; l'ultimo passo, il più recente, collega la sua origine al concetto di cultura organizzativa. In effetti essa gioca un ruolo fondamentale nella genesi del sistema di credenze condiviso che impronta l'interazione tra i membri e il loro comportamento.

La cultura è costituita principalmente da due elementi:

* il contenuto, ovvero il significato dato da credenze, norme e ideologie che collegano le persone e permettono loro di interpretare la realtà che li circonda.

* il modo, la forma in cui vengono espressi i significati, sia direttamente che indirettamente tramite l'elaborazione di miti condivisi, rituali e simboli.

La cultura è quindi un insieme di significati condivisi da un gruppo; non si tratta di un processo mentale soggettivo, ma di qualcosa che nasce nel momento dell'interazione tra le persone, costituendo la strumento per interpretare l'esperienza. La cultura, oltre che ad interpretare e dare significato, serve a guidare le proprie azioni. Le definizioni di cultura apparse nella letteratura enfatizzano la consensualità delle aspettative, assunti e vedute che governano le interazioni sociali (Wuthnow e Witten, 1988). E ancora: la cultura, in quanto sistema si focalizza su tipi di significati rappresentati da valori, norme, conoscenze formali, credenze e forme espressive (Parsons, 1960).

La scuola cognitiva vede la cultura come un sistema di conoscenze apprese attraverso percezioni, credenze e valutazioni che aiutano gli individui ad agire in modo accettabile con altri membri del gruppo o con altri membri di altri gruppi (Goodenough, 1971).

L'approccio culturale sposta l'attenzione dalle percezioni individuali (approccio percettivo) all'interazione tra individui, concetto espresso già in nuce dall'approccio interattivo. Rispetto a quest'ultimo costituisce un ulteriore progresso, in quanto delinea il ruolo che la cultura ha nella formazione del clima. Benché siamo partiti da un'indagine di tipo psicologico, con quest'ultimo passo stiamo andando verso una di tipo sociologico.

III
Cultura o clima?

A questo punto ci preme analizzare la reciproca influenza dei due costrutti nella realtà aziendale.
In sintesi, la cultura è alla base delle relazioni sociali. E' storicamente e socialmente costruita, ha assimilato tanti significati, credenze, assunti e attese che intessono le relazioni umane. E' un aspetto inizialmente poco visibile della vita sociale, ma è profondamente compresa dal gruppo cui appartiene. Una persona esterna può impiegare diverso tempo per comprendere la cultura di un gruppo (o di un paese, di una famiglia o di un'azienda), mentre coloro che ne fanno parte la assorbono naturalmente. Essa rappresenta il loro assunto di base, l'accordo sulla realtà.

Essa si manifesta più chiaramente nel momento delle interazioni sociali, guidando comportamenti e reazioni. Una volta compresa la chiave di questi possiamo ricostruire il sistema di significati condivisi del gruppo che stiamo osservando.
Una delle sue funzioni è, per dirla con Geertz (1972): "edificare significati in funzione dei quali gli individui interpretano le loro esperienze e guidano le loro azioni".

Per fare un esempio possiamo affermare che le regole comportamentali, come la distanza fisica tra interlocutori o il modo di gesticolare, riflettono un certo modo di pensare, una filosofia essenziale riconosciuta come propria dal gruppo, che permette ai suoi membri di interpretare e comunicare le cose di tutti i giorni. Oltre a ciò possiamo affermare che far parte di un gruppo non è un atto passivo; benché richieda di mantenere certi atteggiamenti e valori, permette anche di contribuire alla loro creazione. Per questo appare superata la teoria strutturale, che vede il formarsi del clima dalle proprietà formali dell'azienda. Ormai sappiamo che tra i membri di un gruppo e il luogo ove opera esistono profonde interconnessioni e scambi che lo modellano continuamente. Oltre a ciò vediamo come le stesse interazioni tra le persone subiscono a loro volta sia l'intervento del clima sia della cultura.

Differenze tra cultura e clima
Può essere utile identificare delle differenze tra i concetti di clima e cultura; cominciamo a dire che il primo è una caratteristica relativamente durevole di un'organizzazione. La seconda invece ha la proprietà di resistere più a lungo nel tempo e subire trasformazioni più lente. La cultura progredisce lentamente, in quanto esiste quando una certa unità sociale vive da lungo tempo ed ha un passato condiviso alle spalle.
Il clima è più mutevole e, benché sia fatto dagli stessi elementi della cultura, si forma più velocemente e altrettanto velocemente muta. Ha, dunque, una caratteristica più umorale e temporanea.

Un'altra differenza la notiamo relativamente al campo d'influenza; il clima agisce più che altro a livello di atteggiamenti e valori, la cultura opera anche ad altri livelli, come quello ideologico e filosofico.
Il clima aziendale è il risultato delle fluttuazioni o variazioni immediate nell'ambiente interno ed esterno all'organizzazione, ma nello stesso tempo è intessuto dalle più profonde forme della cultura. Per il primo caso possiamo citare l'esempio dei cambiamenti a breve termine, come i tagli al budget, le nuove assunzioni o i licenziamenti, le politiche via via intraprese dall'azienda per rinnovarsi. Tutti questi eventi possono colpire subito il clima ma difficilmente ne modificano la cultura. Essa assume quindi la funzione di ancora, il serbatoio dei valori stabili cui attingere in tempi di crisi.

Come abbiamo visto sono tanti i legami tra cultura e clima, ma anche notevoli le differenze; per esempio il fatto che il clima è un fattore relativamente durevole di un'azienda, mentre la cultura è una caratteristica più stabile nel tempo. Questo perché essa cresce con lentezza e affonda le sue radici in realtà complesse, quali la storia del paese in cui si trova e delle persone che l'hanno creata. La cultura ha un passato alle spalle, e continua a modificarsi lentamente, il clima è una caratteristica mutevole, legata a particolari momenti storici ed agli umori del caso. Il clima è più soggetto alle influenze esterne (per es. situazione del mercato, tagli o incrementi di budget, cambiamenti di personale). Si può, in buona parte, considerare una manifestazione esterna della cultura aziendale.

Connessioni tra cultura e clima
Da quanto osservato fino ad ora risulta chiaro che clima e cultura dell'azienda sono strettamente interconnessi, benché diversi. La loro azione si nota in momenti alterni: il clima vero e proprio si esprime nei gesti, nelle espressioni quotidiane, negli atteggiamenti del lavoratore, mentre la cultura è quel qualcosa che viene percepito nell'aria, un insieme di assunti non detti ma presenti, impliciti nell'organizzazione. La cultura di un'azienda è l'archivio dei suoi significati, dei valori collettivi che si possono individuare solo entrando più strettamente in contatto con essa, oppure, quando possibile, assistendo alle sue proiezioni esteriori (mostre, filmati, dichiarazioni di intenti).

Schneider, nel 1987, si convinse che sia possibile spiegare il fenomeno per cui in organizzazioni simili si vengono a trovare persone con caratteristiche di personalità simili. Se così è allora sarà possibile prevedere se quello specifico soggetto avrà la possibilità di adattarsi ad un ambiente caratterizzato da una certa cultura.

Conclusioni

Da quanto abbiamo visto la formazione del clima non è casuale ma affonda le sue radici in molteplici e complessi aspetti della realtà aziendale. Leggendo la sintetica carrellata proposta abbiamo visto come, nel passato, si sia partiti da ipotesi razionalistiche per arrivare, passando per una visione che tenesse conto del fattore umano e psicologico, alle attuali più recenti teorie. Esse vedono nelle interazioni tra individui, portatori di una cultura, la sorgente delle manifestazioni esteriori che noi chiamiamo clima.

A questo punto è naturale chiedersi quale sia il clima migliore per un ambiente di lavoro.
Molte aziende, quasi seguendo una nuova moda, fanno eseguire delle indagini arrivando spesso a risultati sorprendenti. Per esempio che le difficoltà più sentite sono quelle legate alla gestione dei rapporti personali, e non magari alle scarse attrezzature, alla burocrazia o al basso reddito percepito.

La letteratura psicologica aziendale enfatizza la necessità di un buon clima, ma sappiamo veramente definirlo? Certo, alla base deve esservi un ambiente sereno dove gli impiegati possano svolgere le loro mansioni con impegno e soddisfazione, ma non basta. Oltre a un generico ambiente positivo si deve creare una sensazione precisa: quella per cui la persona senta che la sua unicità è accettata e apprezzata.
Quest'aspetto, sottile e sfuggente da cogliere, è stato spesso trascurato pensando che bastasse coltivare la cortesia e l'attitudine alla collaborazione.
Secondo Dunnette (1973) lo scopo del datore di lavoro dovrebbe essere di fare tutto il possibile per creare al dipendente un ambiente dove possa esprimere le proprie abilità, capacità e attitudini.
In effetti, la ragione di scambio fra azienda e lavoratore è: "la garanzia di una condizione di lavoro motivante contro un sentimento d'integrazione e appartenenza" (Schneider, 1990).
Se vogliamo che il dipendente si senta parte viva dell'azienda dobbiamo dargli lo spazio necessario per essere se stesso, per usare creativamente sul lavoro i tratti specifici del suo carattere.
Una situazione, dunque, nella quale una buona combinazione di sostegno, autonomia, giusta ricompensa degli sforzi, capacità di innovare e un orientamento di valore che tenga conto della personalità, porti la persona a percepire che la migliore strategia di adattamento è l'essere se stessi (Schneider, 1978).


 

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Testo di Aniela Pratesi. Tutti i diritti riservati 

 

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