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1° Convegno Nazionale S.I.A.F. "Dal Clinico all’Olistico. Prospettive a confronto per un nuovo approccio nella relazione d’aiuto". Sabato 10 ottobre 2009, Firenze, via dell’Anconella, 3. Gruppo di lavoro degli armonizzatori familiari.

 

"Tutto bene!?". Note sulla medicalizzazione della vita.

di Giovanni Rotiroti

Abstract

Questa relazione, che parte da un’esperienza concreta e quotidiana, rilegge la questione della cura e dell’ascolto dell’armonizzatore familiare come pratica di resistenza contro la progressiva medicalizzazione della vita. Alla ragione clinica, di tipo diagnostico, descrittivo e prescrittivo, si oppone una ragione ospitale che 1) tende criticamente a mettere in discussione i dispositivi perversi che impongono la condizione normale del nostro vivere, e che 2) permette di risoggettivare il cosiddetto sintomo (Kern "cuore e nocciolo" dell’alterità e della differenza) in maniera tale che l’essere umano possa attraversare in modo differenziato, e con il proprio passo, le crisi di crescita e di cambiamento in una diagonale virtuosa e aleatoria, rispetto ad un’artificiale idea di norma e di supposta oggettività del riscontro fisiologico scientificamente dato e misurabile.

Talvolta accade che le persone, incrociandosi per strada, invece di fermarsi e di dirsi qualche parola significativa, si scambiano inequivocabilmente questa formula stereotipata: "Tutto Bene?!". Come mai gli umani, nella nostra società liberale e tecnologicamente avanzata, si vergognano quasi di dire, quando si incontrano, "come stai?", ma preferiscono invece impiegare la formula "Tutto bene!?". Come mai questo cambiamento nelle modalità del saluto e della buona educazione tra gli esseri umani? Come mai questo "Tutto bene!?", anticipato con tanta fretta, ha finito per sostituire il più tradizionale "come stai"?

Cos’è che inquieta in questa domanda, in queste due parole: "come stai"?

Forse il "come stai?" non è così banale come si potrebbe a prima vista credere. Il "come stai?" apre forse un particolare discorso, dischiude il flusso di alcune parole che forse non si vogliono per niente sentire e neppure dire.

"Tutto bene!?", invece, è più appaesante. "Tutto bene!?" tappa la scabrosità della domanda, evita il possibile debordamento, intende, forse, impedire una possibile rottura degli argini soggettivi.

"Tutto bene!?" è diventata la parola d’ordine dei tempi attuali, - tempi abbastanza strani, a dire il vero, in cui la stessa psicologia, e ora anche la pedagogia, si stanno progressivamente medicalizzando nelle forme rigide del sapere oggettivistico e diagnostico.

"Tutto bene!?" significa sono a posto. Niente da dire. Non ho questioni da comunicare. Sono sano, sono intero. Non mi vedi come sto bene? Che razza di domanda mi fai? Chiedilo a qualcun altro come stai! Perché lo chiedi proprio a me?

Ma la tragedia sembra incombere sugli umani. È meglio farla franca. Svicolare. Evitare l’ostacolo, sviare, non esporsi troppo. L’altro ti vede, pensa, emette il suo inappellabile giudizio. In realtà potrebbe godere del tuo disagio. Meglio immunizzarsi. "Va tutto bene". "Grazie". "Non c’è di che".

L’impressione che ho, - ma non sono stato il solo ad avvertirlo -, è che il "tutto bene!?" sia, in verità, una sorta di inganno, o di auto-inganno se volete, un misero escamotage, un’espressione sostitutiva al non ne voglio sapere, al non dirmi nulla, al non voglio sentire niente di te. Preferisco prevenire la tua risposta, non voglio entrare in contatto con la tua domanda, perché potrebbe farmi rabbia, paura, inquietarmi con i suoi dubbi, mostrare tutta l’inconsistenza dei miei fantasmi di auto-controllo che tentano vanamente di offrirmi una prospettiva rassicurante sul mondo, in cui io e te viviamo.

Da un altro punto di vista invece, rispondere sinceramente alla domanda "come stai?" può mettere a soqquadro ogni mia più intima certezza e convinzione, mi fa entrare in contatto con le mie piccole o grandi frustrazioni quotidiane, le mie confusioni, i miei smarrimenti. Mi può mettere nella reale situazione di toccare con le parole la mia impalpabile ferita, di non essere padrone della mia volontà, di non volerne sapere di questo tuo eventuale disagio o dolore, - che forse è anche il mio, ma che io non voglio affatto riconoscere in me, anche se tu con la tua sola domanda sembri proprio ricordarmelo.

È come se il rispondere sinceramente al "come stai?" avesse questa possibilità di ridestare un dolore mai sopito, oppure la capacità di innescare un contagio in un corpo presumibilmente sano. Rispondere a "come stai?" infetta e affetta. Può essere molto pericoloso.

È meglio perciò prevenire, evitare accuratamente questa domanda imbarazzante, non dare la possibilità all’altro di rispondere autenticamente. Meglio "Tutto bene!?" al più inquietante "Come stai?"

Evidentemente, il dolore o il disagio nella nostra civiltà sembrano far scandalo anche nei modi in cui ci si saluta. Il linguaggio della sofferenza, ai nostri tempi, appare incomprensibile, alieno, addirittura inumano. Il dolore è un qualcosa che deve essere rimosso dal nostro immaginario sociale. È come se il dolore non dovesse più appartenere al campo dell’esperienza della vita delle nostre parole. Andrebbe espulso, estirpato oppure rimosso, negato, reso inoffensivo, occultato, oppure relegato nel limbo del discorso medico o patologico.

Forse non si vuole riconoscere al dolore - a quello psichico mi riferisco, non a quello organico che è inutile e senza senso - dicevo, non si vuole riconoscere al dolore, la sua risorsa comunicativa, la sua partecipazione al processo di crescita e di mutamento della vita, che si svolge giorno per giorno, attimo per attimo impercettibilmente nella nostra soggettività, - una soggettività indomita che di continuo insiste nella nostra vita e si manifesta negli imprevisti, negli errori, negli intralci costanti dell’esistenza quotidiana. Si presenta soprattutto nelle nostre parole.

Per chi fa il nostro lavoro, prestare ascolto al dolore equivale ad ascoltare l’uomo stesso, al suo peculiare e problematico modo di abitare nel mondo. Ascoltare il dolore è un compito etico non solo politico, riguarda il modo stesso dello stare insieme, implica il legame emotivo, il prodursi dell’evento. Significa, nella pratica, educarsi al desiderio, esercitarsi alla costruzione e alla ricostruzione dei nodi sociali a partire proprio dalle parole, anche dalla domanda apparentemente più banale del "come stai?".

Ascoltare il dolore significa dunque non ignorarlo, non rimuoverlo chirurgicamente, ma piuttosto assumerlo, sostenerlo e portarlo sulla scena del dialogo, in forma di parole. È necessario prendersi del tempo ma anche darsi del tempo, affinché qualcosa, proveniente dal mistero dell’incontro, possa realmente accadere.

Tuttavia è necessario essere molto accorti e delicati, dal momento che c’è modo e modo per ascoltare il dolore. C’è ascolto vero e c’è ascolto ipocrita, strumentale. Infatti, un’attenzione episodica, oppure scandalistica del dolore, non può costituire un ascolto veritiero.

In questo caso, il dolore è solo apparentemente portato sulla scena, mentre in realtà viene nuovamente rimosso, disatteso, strumentalizzato, al limite spettacolarizzato in maniera scandalistica, oppure viene additato in modo colpevolizzante.

Il dolore, in realtà, è diffuso e pervasivo. Il dolore è profondamente radicato nell’umano perché tradisce la sua "natura" e il suo "carattere" fondamentalmente relazionale. Il dolore è segno che mai si può vivere realmente senza l’altro.

Un ascolto veritiero del dolore, del dolore dell’altro, è un atto insieme appassionato e lucido, meditato, frutto di una paziente auscultazione e di una convinta sperimentazione su di sé.

L’ascolto è un potente dispositivo intellettuale oltre che una particolare predisposizione affettiva. Da questo punto di vista, il dolore diventa, pur nella sua irriducibile negatività, una risorsa preziosa, soprattutto per correggere i progetti politici, economici ed esistenziali, - per far emergere, di volta in volta, l’estraneo e l’inquietante che le parole esplicitamente contengono, o che indirettamente suscitano.

Se invece il dolore viene messo a tacere come dall’alto di un sapere indefettibile, e ridotto al silenzio attraverso il controllo autoritario del protocollo morale - sia nella forma della benevolenza, sia in quella di un procurato mutismo - si profilano allora altri e violenti scenari: la rabbia del dolore può esplodere come dal basso, in una forma di impazzimento e di esasperazione oppure incistarsi nella tristezza cupa e nella disperazione profonda.

Il linguaggio della sofferenza è molto preciso, in questo senso. La sofferenza mangia, divora, consuma. Forse il problema è che oggi non ci sono più le parole per dire questo dolore. E questo fa pensare che se la sofferenza non trova la via dell'espressione nelle parole essa non potrebbe neppure essere vissuta in senso realmente umano. Nessun sofferente reggerebbe l’urto brutale del dolore se in qualche modo questo dolore non fosse già raccolto nella regione abissale del senso. Esso trova un varco nelle parole, quasi fosse il suo destino.

Quindi la questione del dolore va posta correttamente nei termini della relazione che l’uomo intrattiene con il mondo e con le parole che lo costituiscono.

Infatti, il dolore per lo più uccide la parola, tende a farla ammutolire. Ma se la parola del dolore è semplicemente tramortita, essa ha la possibilità di fare il senso e di dare il senso. Se siamo fortunati, il dolore espresso dalle parole apre talvolta orizzonti nuovi di senso e di possibilità per l’essere umano. Questo ce lo dice la grande poesia.

La parola espressa nel dolore, talvolta, fa crescere l’umano in quanto tale, lo dispone al cambiamento, crea forse il nuovo, in un orizzonte che sembra immodificabile e definitivamente irrigidito.

Il dolore lacera il senso ma non fino ad estinguerlo del tutto: nella crisi resta quanto meno aperta la possibilità di interrogarsi sulla sensatezza del senso e sul senso del non senso che ci attraversa impietosamente.

Ci si interroga sul senso della vita a fronte del non vissuto. E l’esistenza si fa questione quando la si può vivere di volta in volta come domanda, come interrogazione sempre aperta. La ricerca di senso, cui il dolore costringe, riguarda il piano immanente dell’esistenza e consiste nella ricostruzione di sé a partire dalle possibilità recise, tagliate fuori, quelle che a prima vista sono state scartate.

Ogni uomo è reso unico nel suo soffrire. Ma ciò non toglie che ogni uomo riesca a vivere la propria sofferenza, a consumare nella vita la propria morte nel cuore proprio perché vive, proprio perché parla e testimonia di questo suo morire attraverso la vita che zampilla e che è contenuta nelle sue parole.

Un legame di tale natura, soprattutto nella vita in comune, non è qualcosa che possa essere stipulato tra soggetti separati e autonomi, ma è il contrassegno di una comune appartenenza a un medesimo destino di separazione che non pretende affatto di essere assoluta.

I soggetti si pongono in relazione tra loro poiché appartengono a un con-diviso orizzonte di senso, perché appartengono a un linguaggio che li precede ed entro cui è data a ognuno la possibilità di prendere la parola.

In questo senso, il dolore ci rende interpreti unici e insostituibili di una parte già scritta, di uno spartito predisposto dove ogni sofferente trova domande e parole per il proprio dolore e dove c’è anche la possibilità di incontrare l’attenzione o il rifiuto degli altri.

Tutto questo discorso ci conduce a una cosa molto semplice che riguarda la ragione della clinica. Il sintomo non è solo la deviazione patologica dal normale funzionamento del corpo o del pensiero. Il sintomo non è sempre l’esito di una scompensazione della salute nella malattia. Il sintomo, che si esprime attraverso le parole, crea un senso misterioso che mi riguarda, un senso che tocca le fibre del mio essere in maniera del tutto enigmatica. Il sintomo evoca una risonanza che è come l’eco di una campana che segna le ore che si ripetono facendo un giro.

Il senso del sintomo, in questa risonanza, resta misterioso, non è trasparente, è come se fosse imprigionato, incapsulato, gelosamente custodito in qualche parte di me.

Nel cosiddetto sintomo si deposita un frammento del mio passato che si manifesta con tratti spettrali, talvolta terroristici, e ciò molto mi inquieta. Mi angoscia. È molto doloroso.

È un passato che non è mai realmente passato. È un passato che non è stato mai sufficientemente detto né mai abbastanza simbolizzato. Si tratta di un indimenticabile della storia della mia vita che non è solo alle mie spalle ma mi si mette incredibilmente davanti, mi aspetta, mi assilla, nei casi più terribili mi perseguita.

Si tratta di un passato sempre presente proprio perché l’ho dimenticato, un passato che è incriptato e si mostra a me stesso nella sofferenza proveniente dall’insensatezza stessa del sintomo.

La verità del sintomo non è oggettiva, misurabile o quantificabile, come vorrebbe la ragione clinica dettata dai protocolli medici, ma la verità del sintomo riguarda una verità che mi concerne nella sua particolarità più propria (anche se è bizzarra, assurda, malsana, originale, impropria).

Questa verità io l’ho allontanata da me stesso. La rifiuto, la ripudio, la respingo, non la intendo, non la voglio riconoscere, e quindi l’ho sottoposta a oblio, cioè l’ho congelata, l’ho forse murata nel mio cuore di pietra. Perché? Perché mi sono affidato a una ragione coercitiva, oggettivistica, comportamentale, cognitiva e non a una ragione ospitale.

La verità enigmatica che mi riguarda contiene infatti un aspetto inconciliabile con l’immagine ideale che io stesso ho fabbricato per me. Perciò la mia sofferenza nasce perché mi sono troppo legato a quell’immagine ideale che ho di me, mi sono troppo attaccato a quella che è solo una parvenza di identità e quindi cerco di allontanare la verità che mi riguarda in una sorta di memoria spettrale o di frigorifero interiore nella speranza che si congeli e non mi inquieti più con la sua insorgenza larvale o fantomatica.

Quello che però non so è che in questa memoria congelata, in questa cripta gelosamente custodita, in questo cuore murato con la pietra, proprio qui abitano gli spettri, e loro non cessano mai di ritornare. Lo spettro contenuto nel frigorifero immaginario riappare, intercetta la mia esistenza e insiste nella ripetizione. Batte incessantemente le mie ore.

Se siamo fortunati, questo cosiddetto sintomo che la ragione della clinica tende disperatamente ad espellere o a rimuovere - o cerca insistentemente di sedare, - questo sintomo singolare, dicevo, talvolta ha la possibilità di parlare, ha la possibilità di far emergere un senso, un evento di senso, in maniera inaspettata e imprevista. Quindi non si tratterà di eliminarlo, sopprimerlo, aggredirlo, o di relegarlo ancora di più nel limbo delle parvenze spettrali, ma si tratterà invece di liberare il suo senso che risulta in esso imprigionato. Si tratterà di portarlo sulla scena della parola, senza per questo necessariamente comprenderlo, né tanto meno inserirlo in determinate categorie diagnostiche e oggettivistiche.

Quello che apparentemente era una alterazione della normalità, in realtà era l’incarnazione della verità del soggetto. Per questo è necessario riservare al cosiddetto sintomo un accoglienza ospitale che permetta alla verità di parlare, di dire come sta, di ascoltare le presumibili stimmate della sofferenza attraverso una testimonianza coraggiosa e all’altezza delle proprie emozioni.

Per cui, il sintomo parla là dove qualcuno soffre, cioè parla nella forma della sofferenza, grida ciò che l’io, per vari motivi, ha voluto far tacere. Il sintomo persevera, non passa, persiste, non è come un sogno che si dilegua alle luci dell’alba. Si tratterà dunque di accoglierlo questo sintomo, come si fa con gli stranieri. Si tratterà di dargli un permesso di soggiorno, di regolarizzarlo, incivilirlo e dargli un diritto di cittadinanza nel teatro della vita in comune.

Forse così alla fine, se siamo fortunati, non ci perseguiterà più di tanto e non attenterà più alla nostra vita, rendendola mortifera, distruttiva, costantemente in eccesso, ma anzi forse quel cosiddetto sintomo ci renderà la vita piena di sorprese, operando cambiamenti insperati, un po’ insensati e folli, ma sicuramente nuovi e appassionanti, non deleteri per noi e per gli altri.

Allora cosa mi resta da rispondere alla domanda "come stai"? Risponderei così: "Mai senza l’altro".

"Come stai? - Non sto mai senza l’altro". La mia vita non è mai senza l’altro. La mia tragedia non è il conflitto, l’alterità, la differenza dell’altro e con l’altro, bensì i due estremi che negano questo rapporto: la confusione nell’altro e la separazione dall’altro.

In questa nuova stagione in cui la ragione clinica imperversa e miete le sue inconsapevoli vittime oppongo una ragione ospitale che impara ad accettare il mistero e l’enigma dell’incontro, il mistero e l’enigma di chi non conosciamo, di chi appare come estraneo e non solo straniero.

Sì, cari amici, ci attende un lungo e faticoso cammino. Dobbiamo diventare competenti della complessità, esperti della diversità, capaci di incontrare il mistero dell’altro senza spaventarci, capaci di comunicare con uomini e donne che vengono da altre esperienze e percorrono altre strade che non sono le nostre. È necessario esercitarsi all’ascolto, all’accoglienza dell’altro e quindi imparare a confrontarci apertamente con il mistero e l’enigma di chi non conosciamo, di chi appare come l’estraneo e non solo lo straniero, anche se tutto questo può sembrarci un abisso che si spalanca sotto le nostre orecchie. È bene non illuderci. Non abbiamo altre strade eticamente percorribili. È in gioco la nostra stessa libertà che, ricordiamolo, non è mai assoluta e non è mai senza l’impalpabile presenza dell’altro.

Grazie per la vostra attenzione.

 

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