back

La coscienza della morte

(autore sconosciuto)*

 

Nelle cosiddette società moderne, uno dei "fare" centrali su cui riposa la costruzione dell'ego degli individui e per estensione, la costruzione dell' "ego della società", è la negazione della morte.
Veniamo addestrati fin da piccolissimi a dimenticare che dobbiamo morire. Ciò naturalmente dà un certo sollievo alla paura dell'ignoto che pure abbiamo appreso, ma ci richiede il prezzo altissimo di dimenticare anche la natura magica della vita.
 
La negazione sociale della morte è un tratto particolare della cultura europea e degli ambiti da essa dominati. Ma non è in nessun modo universale.
 
I popoli precolombiani in generale e gli antichi toltechi in particolare, fecero della coscienza della morte uno dei valori fondamentali della loro vita, tanto nel campo sociale come in quello individuale.
L'abitudine occidentale di comprare "assicurazioni sulla vita", pagare a rate il costo del proprio funerale, lasciare le proprietà agli eredi prima di morire e lo stesso shock violento prodotto dal percepire da vicino la morte di qualcuno, sono alcuni esempi che mostrano fino a che punto veniamo addestrati a crederci immortali.
 
Il ruolo delle religioni, che vendono diversi tipi di paradisi e di resurrezioni, in cui trascenderemo la morte, è fondamentale per la congiura del dimenticare. Sebbene questo tipo di religiosità non sia esclusiva dell'occidente, è però in occidente, nell'impero del consumismo, che il suo aspetto di negazione della morte è più enfatizzato ed efficiente. Fare donazioni alla chiesa, anche solo in occasione di matrimoni e battesimi, è un modo più o meno cosciente di comprarsi "un po' di terra" in paradiso. Rispetto alle religioni orientali, possiamo osservare che quando alcune loro correnti - come lo yoga - penetrano in occidente, la reincarnazione diventa uno dei punti che più attraggono il consumatore occidentale, mentre gli aspetti più sottili, come il silenzio interiore o la pratica di una vita semplice, vengono appena percepiti. Siamo disposti a pagare quasi qualunque prezzo per l'inganno dell'immortalità. Il fatto è che la morte è il mistero. È l'ignoto. E ci è stato insegnato a temere il mistero e a negare l'ignoto. È strano, abbiamo imparato a dimenticare l'unica cosa realmente sicura della nostra vita: la morte.
In fondo a tutta questa faccenda c'è l'ego. È lui che teme la morte e a ragione. Davanti alla morte l'ego si riduce a ciò che è sempre stato: niente. Perché la morte non è la negazione della vita, ma la negazione dell'ego. La vita invece si sostiene con la morte.
 
La vita dei nostri corpi si nutre della morte di animali e piante, allo stesso modo in cui questi si nutrono della nostra propria morte. Per questo, visto che ego e morte sono antitetici, la coscienza della morte rappresenta una delle strade per arrivare -in vita -al di là delle frontiere dell'ego.
 
Mentre l' ego non ha modo di trattare con il fatto della nostra mortalità, il corpo come campo di energia conosce intrinsecamente il suo destino. n nostro altro io può trattare direttamente con il mistero e interagire con l'ignoto, senza che la non-comprensione a livello razionale lo spaventi. Così, la coscienza della morte è uno degli accessi alla consapevolezza dell'essere: siamo un campo di energia, non un ego.
 
Questa coscienza intrinseca può essere recuperata solo fuori dal mondo delle parole. Come la ricapitolazione, è un ricordo del corpo, più vicino al sentimento che alla ragione. Precisamente perché l'immortalità è uno dei fare strutturalmente basilari dell'uomo comune, il suo non-fare corrispondente - la coscienza della morte - è una delle tecniche fondamentali nel cammino del guerriero.
 
Inoltre, sul fare dell'immortalità si basano a loro volta la maggior parte dei fare e delle routine dell' ego che più consumano energia. L'importanza personale è possibile solo se ci sentiamo immortali. I fare più comuni di un essere immortale si rivelano come vere mostruosità alla luce della nostra mortalità. Poiché ci sentiamo immortali ci permettiamo di:
 
- Rimandare a un domani inesistente le decisioni e le azioni che solo oggi possiamo compiere.
- Reprimere gli affetti, negandoci la possibilità di esprimerli e dimenticando che l'unico tempo per toccare, accarezzare e incontrarsi è un oggi, che in ogni caso sarà molto breve.
- Non apprezzare la bellezza e imparare a vedere tutto "brutto".
- Difendere la nostra immagine.
- Abbandonarci a sentimenti di odio, rancore, offesa e meschinità varie.
- Preoccuparci per delle sciocchezze, arrivando fino alla depressione e all'angoscia.
- Lamentarci, essere impazienti, sentirci sconfitti, eccetera.
 
Un mortale cosciente non si può permettere un tale spreco del suo tempo unico, breve e irripetibile sulla terra. Per questo un mortale cosciente è un guerriero, che fa di ogni atto una sfida. La sfida di gustare la vita fino in fondo in ogni istante. La sfida di vivere il suo momento nel modo più impeccabile che il potere gli permette. Un mortale gode e assapora il valore di ogni attimo prezioso, perché sa con certezza che la morte lo spia e che all'appuntamento che ha con lei non ci sarà modo di mancare. Poiché la morte può toccarlo in qualsiasi momento, un guerriero si dà per morto in anticipo. Considera ogni azione come "il suo ultimo atto sulla terra" e cerca di fare in modo che tale atto sia il meglio di se stesso.
 
Naturalmente, le azioni di un essere che - alla luce della sua morte imminente - sta dando il meglio di se stesso in ogni suo atto, hanno un potere speciale. Possiedono una forza e un sapore che non si possono comparare con le noiose ripetizioni di un immortale. È per questo che il guerriero fa della sua coscienza della morte la chiave di volta di tutta la sua conoscenza e di tutta la sua lotta. Così, invece di basarsi sui valori vuoti e astratti di chi cred e che non morirà mai, si basa sull'unica cosa veramente sicura che esiste nella vita: la morte.
 
Come dicevamo prima, arrivare alla coscienza della morte non è un problema di riflessione. Non è un concetto mentale, ma un fenomeno della coscienza del corpo. La consapevolezza della morte è radicata nel lato sinistro. È uno degli aspetti della consapevolezza dell' altro io e può essere recuperata solo mediante la pratica del non-fare.
La tecnica di usare la morte come consigliera è uno dei non-fare che si possono utilizzare per recuperare questa consapevolezza e inoltre ci permette di affrontare le nostre faccende quotidiane da una prospettiva molto più sobria, efficiente e realista di quella dell'uomo comune.
 
 
* complimenti all'autore; chi ne avesse notizie ci contatti a redazioneilcounseling

 

 

 

http://www.ilcounseling.it