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GUARDARSI DENTRO PER VEDERE MEGLIO
di Cristina Zandonella

email: zandonella@rieducazionevisiva.it sito: www.rieducazionevisiva.it

Miopia, ipermetropia e astigmatismo, i cosiddetti "vizi di rifrazione", alterazioni dell'accomodazione come la presbiopia, patologie della mobilità, come lo strabismo e la diplopia, patologie della retina e glaucoma sono tutti disturbi in continuo costante incremento. E' incredibile pensare che in molti campi di terapia sia avvenuta un'evoluzione nella concezione della cura, da trattamenti puramente sintomatici delle malattie ad una considerazione più globale di diverse componenti della persona che ne è affetta, mentre un'attenzione molto riduttiva sia stata prestata ai problemi della vista. Come se l'occhio non fosse altro che un piccolo sistema di lenti naturali che possono difettarsi e necessitare, quando possibile, solo di una correzione rapida ed estetica. Infatti il normale trattamento di questi disturbi prevede che l'occhio venga osservato e considerato secondo le leggi dell'ottica fisica. Attraverso misurazioni si valutano il deficit visivo, si calcola l'alterazione o l'eventuale compromissione del campo visivo con sofisticate strumentazioni e sulla base dei risultati viene proposta una correzione tramite occhiali, lenti a contatto o interventi chirurgici nel tentativo di ripristinare la perfezione del percorso ottico. Dove non è possibile intervenire la persona viene liquidata con una serie di documentazioni che riportano in cifre e dati l'entità del suo danno e preoccupanti previsioni riguardo un'inevitabile, progressiva perdita della capacità visiva. Anche nel caso in cui vengano prescritte lenti o tentati interventi chirurgici è molto frequente che la soluzione sia solo temporanea e che il disturbo riprenda imperturbabile il suo corso lasciando la persona con un intimo o manifesto senso di frustrazione e impotenza che talvolta culmina nel terrore della cecità. E' indubbio che qualcosa non va in questo sistema di cura, qualcosa manca.
Cosa sta tentando di dire il corpo attraverso un disturbo visivo e quali sono i vantaggi che ne può trarre? Cominciamo col considerare cosa succede nell'atto del vedere. Gli occhi si rivolgono verso gli oggetti esterni ed accolgono la loro luce e con essa il loro contenuto percettivo: il colore, la grandezza, la forma e la distanza. Questa luce viene filtrata dai mezzi refrattivi dell'occhio, elaborata dalla parte nervosa, sensibile della retina e letta dal cervello secondo i suoi schemi, i suoi codici di lettura. E qui nasce l'immagine, un'immagine che è stata scelta dalla mente e selezionata tra le altre possibili per il suo significato, per il suo messaggio simbolico, per la funzione che essa si trova a svolgere nel contesto di quel particolare momento. La luce fisica emanata dagli oggetti viene modulata dal percorso ottico e trasformata dai recettori della retina tramite adeguate reazioni chimiche in impulso nervoso per poi divenire luce -coscienza. L'occhio viene illuminato nel duplice significato di rischiarato da una sorgente luminosa e dotato di una consapevolezza superiore. Aprire gli occhi per accogliere la luce in forme e colori nuovi è uguale a vivificare le matrici interiori della mente per allargare il campo di coscienza; sul piano ottico estendere, ampliare il campo di vedute è uguale a potenziare lo sviluppo della funzione visiva. Attraverso gli organi degli occhi avviene dunque uno scambio tra un mondo interiore della mente con i suoi codici di conoscenza, i suoi concetti, il suo sistema di comprensione, determinati sia dall'esperienza individuale che dalla cultura universale, e un mondo esteriore costellato di oggetti con diverso aspetto e riferimento nello spazio.

Gli occhi fanno da tramite, da filtro tra questi due universi che si incontrano mettendo in atto un processo tra i più creativi della storia dell'uomo: la formazione delle immagini. Queste rappresentano il frutto dell'unione tra interno ed esterno dell'organismo umano e il processo del vedere è il meraviglioso laboratorio nel quale si compie questa fusione. Inoltre, nel momento in cui percepiscono gli occhi non accolgono solo le informazioni circa gli oggetti e le scene della realtà, ma anche il loro correlato emotivo, la loro valenza affettiva per la persona che le recepisce in un determinato momento. Una scena può essere piacevole, incuriosire o turbare, ferire e così via. Essa può venire elaborata con maggiori o minori dettagli a seconda della sua gradevolezza e dell'interesse che suscita; ogni oggetto è accompagnato da un significato più o meno piacevole insito nelle sue proprietà e nelle esperienze precedenti che rievoca. Dipenderà quindi dalla disponibilità del momento l'apertura a vedere: ogni scena risulterà modulata dalle variazioni emotive e affettive di chi guarda. Ciò è particolarmente evidente nel contatto di sguardo in cui le luci - coscienza di due persone si toccano e comunicano più o meno intensamente. Analizziamo ora cosa cambia di questo processo all'insorgere di un disturbo di vista. Le immagini che si vengono a creare sono alterate; la realtà che fino a qualche tempo prima appariva in un certo modo risulta cambiata secondo modalità molto particolari, specifiche di uno stato più complessivo della persona in quel momento dato. Si può dire che per i suoi equilibri esistenziali la persona abbia bisogno di difendersi da una realtà troppo disturbante modificandola in modo da renderla più accettabile, più tollerabile. E lo fa seguendo una via simbolica: io sono, tutto diviene, come ciò che vedo. Pensate al gesto di un bambino piccolo che vuole nascondersi perché teme di essere sgridato: egli si copre gli occhi con le mani convincendosi così del fatto che se lui non vede, nessuno lo possa vedere.

Il disturbo di vista diviene così un aiuto a rimuovere stimoli offensivi dove altri mezzi non sono più sufficienti. Lo sfuocamento rende un'oggetto dalle linee più morbide, emotivamente più sopportabile mentre un'immagine nitida è troppo incisiva. Osserviamo in particolare come può cambiare la visione in alcuni tra i principali difetti di rifrazione. Nella miopia, dal greco myo "chiudersi" e ops "vista", il miope chiude la vista, restringe il campo di vedute, impedisce per paura alla realtà di entrare nella sua interezza. Non accoglie scene troppo dolorose nella loro nitidezza, ma le accetta solo fuori fuoco, più povere di dettagli e quindi meno rilevanti. E' frequente che il miope sia stato traumatizzato da episodi della sua vita affettiva, o da prolungate situazioni di sofferenza o di disagio, poco tempo prima dell'insorgere del disturbo. Egli reagisce così ad un bombardamento di stimoli offensivi che non riesce a controllare altrimenti; il peso da sopportare è troppo grande e lo alleggerisce attraverso lo sfuocamento. Una delle prime cose che il miope non riconosce sono i volti delle altre persone: occhi che possono scrutarlo, giudicarlo, spiarne le emozioni, cercare il contatto attraverso la comunicazione di stati d'animo. La miopia agisce come mascheramento, distacco, chiusura in se stessi e gli occhiali fungono da rafforzativo di queste tendenze. Una manifestazione della miopia scolare è cominciare a non vedere bene la lavagna; non riconoscere i segni che costituiscono la trasmissione del sapere da parte di un'autorità istituzionalizzata. Lo studente miope è in questo caso dominato dalla paura di non essere all'altezza o dal bisogno di primeggiare; l'insorgere della miopia è influenzato dalla tensione mentale che si accompagna al dovere di apprendere. Anche in certi ambienti di lavoro si può verificare la medesima situazione: la vista peggiora quando la persona si sente sopraffatta da un certo senso di inadeguatezza e teme il controllo e la critica dei superiori. Altri casi di miopia si verificano o incrementano in adulti semplicemente a causa del sovraccarico di stimoli troppo forti che addormentano l'occhio nella sua funzione; come con l'abuso di osservazione di schermi o videoterminali dove la fissazione innaturale di stimoli luminosi troppo intensi diminuisce la sensibilità retinica ai contrasti di luce naturale. Nell'ipermetropia, dal greco hypérmetros "eccessivo" e -opia, l'ipermetrope vede in eccesso, carica troppo emotivamente gli occhi nella loro funzione, li fa agire più del necessario per ansia, eccitazione, fino a rendere la realtà sfuocata, o faticosa da percepire, su tutte le distanze. L'ipermetrope è così agitato interiormente che si stanca sempre per vedere. Egli non ha quasi mai una distanza visiva sulla quale è a riposo, una dimensione che lo lasci tranquillo, che lo concilii con il reale, ma è in uno stato di continua evasione; la fuga è la sua principale difesa: reagisce alle situazioni difficili come fuggendo
all'infinito.
E' importante notare anche che l'ipermetropia è una condizione naturale nell'occhio del bambino e quindi l'ipermetrope adulto mantiene a livello somatico dei tratti infantili. Nell'astigmatismo, a privativo e dal greco stigma - atos "punto", senza il punto, l'astigmatico ha un occhio privo di un unico punto di fuoco, è incapace di centralizzarsi per continua irascibilità, tensione, mancanza di calma interiore; la realtà appare abbastanza nitida ma sdoppiata, a volte moltiplicata, disturbante. L'astigmatismo è un difetto estremamente variabile che si accentua in situazioni di stress e si può dire collegato alla incapacità della persona di trovare una sua dimensione unica. Nella presbiopia, dal greco présbys "vecchio" e - opia, è la visione che invecchia, gli occhi si irrigidiscono e sfuocano gli oggetti vicini, la realtà attuale per paura delle prospettive; essi si proiettano sulla distanza, simbolicamente il passato rassicurante. Una presbiopia precoce è spesso il sintomo di uno sforzo di accettare uno stato di cose che è diventato troppo pesante, troppo uguale a se stesso, troppo limitato nelle prospettive, di tale univocità che richiama un'idea di fine. Il presbite ha bisogno di spaziare, di allontanarsi da un presente troppo limitato e di ammorbidirsi nel contatto col reale per trovare nuove soluzioni. Nello strabismo la muscolatura degli occhi risulta bloccata, spesso per effetto di una contrazione traumatica: un episodio improvviso, talvolta difficile da risalire, ha dissociato la visione dei due occhi. Dal momento che ciascun occhio è collegato simbolicamente all'opposto emisfero cerebrale, lo strabico, attraverso il suo disturbo visivo, esprime una dissociazione tra i due emisferi e tutte le funzioni a loro specifiche. Tali funzioni in stato armonico sono complementari, in stato disarmonico sono in opposizione: è come un insolubile conflitto interno, due modi d'essere in lotta tra loro. Così lo strabico si trova nella situazione di dover integrare oltre che la visione binoculare anche due personalità molto differenti. La stereoscopia, dal greco stereos "solido" e scopia "vedere", la visione del solido, la percezione del senso del rilievo, che si ottiene solo come conseguenza di una buona visione binoculare, è il miglior risultato che può prefiggersi chi è affetto da strabismo; simbolicamente riimmergersi, in una dimensione unitaria, nelle cose, farne parte integralmente anziché osservarle piattamente come spettatore. Di qui l'elenco potrebbe continuare, ma è importante tener presente che in questo modo ci si sta solo orientando, che ogni persona, comunque venga definito il suo disturbo, ha un suo modo particolare di distorcere la visione delle cose per seguire un preciso messaggio simbolico che va esplorato e compreso. Dunque i metodi correttivi non fanno che allontanare la persona da se stessa, essi fanno violenza ad un tentativo di espressione del corpo. Gli occhi attraverso la distorsione della realtà che operano stanno tentando di comunicare qualcosa e lo fanno insistentemente, alle volte in modo drammatico, fino alle più gravi conseguenze. Essi stanno mettendo in atto una difesa: modificano delle immagini fino al punto in cui all'interno l'anima le possa accogliere ed accettare. Adottare la correzione ottica significa opporsi a questo naturale processo di espressione, è come tappare la bocca ad un bambino che urla perché è in pericolo. Questa realtà che l'organismo ha cercato in tutti i modi di rendere più tollerabile attraverso lo sfuocamento viene riproposta dalla comunità sociale come obbligo, in decimi di acuità visiva. Tutto deve essere nitido come i dieci decimi della tavola optometrica, il rischio per chi si oppone è di perdere completamente il contatto sociale e di ricadere nella dimensione fantastica, senza regole ma oscura dell'inconscio, di qui la paura della cecità. Le lenti però sebbene siano in grado di incrementare l'acuità visiva, offrono un'immagine degli oggetti, soggetta a numerose distorsioni ed aberrazioni, molto differente da quella dell'occhio normale. Inoltre la correzione che esse apportano è fissa, immutabile mentre il vizio di rifrazione ha una continua variazione spontanea. Dunque si può vedere bene attraverso gli occhiali solo se si produce e mantiene inconsapevolmente il grado di errore refrattivo che essi correggono. Per questo quando una persona comincia a portare permanentemente la correzione ottica incrementa lo sforzo visivo per ottenere un'immagine nitida con quel grado di correzione. Altri fattori negativi degli occhiali sono la limitazione del campo visivo, la rigidità a cui costringono l'occhio e il disagio pratico incrementato dal forte senso di dipendenza che essi creano. Vi è infine un'eccessiva facilità nel prescriverli anche per casi in cui non sarebbe strettamente necessario correggere la vista quasi a soddisfare un bisogno inconscio di conforto e protezione. Spesso comunque le persone esprimono una certa inadattabilità con svariate manifestazioni di intolleranza alle lenti; in questi casi lo specialista chiarisce che deve avvenire un adattamento evitando di andare più a fondo del problema. Egli così finisce per non prendere in debita considerazione il fatto che l'invito alla rassegnazione e all'indifferente tolleranza ad un sintomo costituiscono le vie migliori per venirne sopraffatti. Eppure gli occhiali servono. Essi permettono di svolgere una serie di attività altrimenti impedite da una vista difettosa costituendo un compromesso tra le onnipotenti esigenze di espressione dell'anima e il bisogno di vivere come essere sociale bene, o al meglio possibile, in relazione con gli altri.

Però è importante tenere presente che le lenti correttive non rappresentano mai la cura, la soluzione ad un problema visivo, ma semplicemente uno strumento, di cui poter disporre secondo i criteri del momento, che aiuta a raggiungere e mantenere una certa efficenza pratica. Inoltre, a livello percettivo, le lenti ricordano all'organismo come potrebbe essere una realtà più nitida, in quale direzione tendere per migliorare; ma quella realtà, percepita attraverso un mezzo esterno, è alienata da se stessi. Molto diverso è vedere con i propri occhi... Quando sono gli occhi che riescono a migliorare una visione che si riteneva irrimediabilmente deteriorata, quando l'esperienza percettiva è diretta dall'interno e non attraverso ausili ottici si ha la magica sensazione di entrare in contatto con una potenzialità inesplorata, di interagire con una funzione ricchissima di connessioni autonome ma che ha dei canali aperti alla partecipazione attiva della mente. E' la persona stessa che aiuta i suoi occhi a vedere nitido e loro incredibilmente rispondono mettendo in atto nel medesimo tempo tutta una serie di trasformazioni interiori di un modo d'essere legato a quel disturbo. Queste trasformazioni diventano la via di comunicazione con il proprio disagio e la nitidezza la via d'uscita da raggiungere gradatamente, senza fretta eccessiva, evitando troppo rapide soluzioni, ma seguendo i tempi che l'anima è disposta ad accettare istante per istante. Un vero processo terapeutico dovrà quindi curare la vista rivolgendosi direttamente ai suoi organi, agendo sui motivi di blocco e rieducandone la funzione. La rieducazione visiva si basa sull'osservazione e lo studio delle problematiche che hanno accompagnato l'insorgere del disturbo e quelle che ne favoriscono l'evolversi, e sulla formulazione di un programma specifico di esercizi visivi miranti al ripristino della visione normale. Tale programma di rieducazione evita in modo assoluto la costrizione e mira allo sviluppo, il più possibile spontaneo, di tutte le capacità e facoltà dell'individuo di portare e mantenere in naturale efficienza la sua funzionalità visiva. Una volta raggiunto un buon equilibrio questo tenderà a mantenersi spontaneamente senza più necessitare di alcuna applicazione. Coloro che soffrono della condizione dei loro occhi , che sono insoddisfatti dell'utilizzazione delle lenti correttive perché si sentono intimamente vittime di un progressivo processo negativo che non riescono né ad arrestare né a comprendere, saranno probabilmente disponibili ad intraprendere una via terapeutica che non comporta l'assoggettamento passivo a strumentazioni di tecnologia avanzata, ma la partecipazione attiva ad un costante lavoro di rieducazione percettiva. Incredibilmente i risultati di tale metodologia si evidenziano piuttosto rapidamente e perdurano nel tempo, l'unica difficoltà consiste nell'accettare di guardarsi dentro per cambiare tutto ciò che sta insieme a quel modo di vedere che si è scelto di modificare. Stupisce pensare che bastino degli esercizi di semplice applicazione per produrre dei cambiamenti così radicali nella capacità visiva di una persona. Ma è la diversità terapeutica che sta alla base: la tecnologia avanza verso sistemi sempre più sofisticati che estraneano l'occhio dalla sua funzione globale sottoponendolo ad adattamenti non sempre proficui; mentre per altra via, imprimendo un movimento in una direzione, ma in quella giusta, la Natura mette in moto dei sistemi di modificazione, di equilibrio, di guarigione che rivelano la sua grandiosa potenzialità anche al piccolo terapeuta.

 

 

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