Un libro che gode di notorietà
di Mario Ajazzi Mancini
"Non si dà pudore senza oscenità"
(J. L. Nancy)
Circola da qualche tempo in libreria, con un passaparola sempre più insistito, un romanzo
- chiamiamolo così - francese, che in patria ha sollevato discussioni a non finire. Da
noi, se ne pronuncia il titolo, vergognandosi un po': Ho goduto. Eppure, qualcuno l'ha
recensito anche in televisione, e si sa come vanno queste cose. In fondo, spolverato
d'intellettualità, sembrava trattarsi soltanto di una sorta porno milde - simile a
quell'altro, Catherine non ricordo cosa, che ha riempito le pagine dei giornali fino
all'anno passato.
Avevo deciso di lasciar correre. Le pseudoconfessioni erotiche non mi acchiappano più,
specialmente quando pretendono di saperla più lunga del divino marchese - ma di solito,
le donne ci riescono. Mi sono ricreduto, a proposito di Sarah.
Sarà stato il modo in cui l'ho incrociata. Due signori, marito e moglie, si accostano
garbati al banco del libraio... avrebbe quel libro di cui si dice tanto in giro, sa quella
ragazza che ha scritto delle sue avventure erotiche. Che pudore! Da lodare. Mi sono
lasciato sorprendere, quasi una scommessa con me stesso: il rischio di un dado lanciato
all'azzardo della vita, mi sento di affermare. E poi, una paziente ne aveva parlato,
l'aveva prodotto durante un incontro. Come sottrarsi?
Prendo Sarah per mano, fino a raccattare qualche pensiero. Che trascrivo nello stesso modo
in cui si è depositato. Come una recensione leggermente diversa.
"Ho goduto [...]. Ora so di poter vivere il mistero che risiede in questa
folgorazione. Mi aiuta ad esistere ancora in un mondo in cui l'armonia non si compie che
in rari momenti d'eccezione".
Termina così il libro di Sarah - alla caccia spietata di un piacere che sembra sottrarsi
di continuo: tentativo reiterato di acciuffarlo, sessualmente, certo, con l'ostinazione
tuttavia dell'anatomista (quasi una pornografia). E così, mi pare, trova giustificazione
la panzana che racconta: un momento d'eccezione che si rivela e folgora, racchiuso, questo
sì, nel mistero di una parola che stentiamo a proferire: godimento. Tanto povera è
l'esperienza che ne abbiamo.
C'è del sessuale. Del sesso che si dà. Semplicemente, perché nel sesso si apre lo
spazio del rapporto: spaziatura che differisce e pone, non potrebbe essere
differentemente, la questione dell'identità. Domanda del singolo all'altro singolare,
domanda che chiede cos'è che sono, chi sono, quando sono uomo e donna. Senza sesso, non
c'è differenza e neppure identità possibile. Godimento - senza scomodare Lacan.
Ma spesso, come Sarah, ci s'imbroglia. Riteniamo che qualcuno, qualcuna, possieda le
chiavi dell'imperatore - uno sconosciuto, sovente, quella sola volta e per sempre. Allora
la domanda gira a vuoto; non c'è rapporto, spazio aperto per praticarlo. Solo ideale che
nutre la morte, fino al punto di scrivere l'equazione, più che abusata, che godere è
morire. Sostenerlo è un'altra attività sessuale, per lo più nevrotica, che trova
declinazione nel passato o nel futuro, mai nel tempo che ci resta per abbandonare la falsa
pista, la partita degli inganni.
Se il sessuale non espone il limite, l'attesa concerne solo la chiusura del tempo, o la
ripetizione infinita e scriteriata. Il limite riguarda la legge, il nome del padre...
Altrimenti, atti senza soggetto.
In tutti questi anni, non abbiamo fatto che parlarne, che riempirci la bocca - per non
lasciarselo scappare, alla prima occasione, che, in verità, somiglia davvero all'ultima.
Un discorso - si diceva, quello dell'amore - di cui siamo l'esito, l'effetto che ci
colloca in una posizione, in luogo - di parola, appunto. Ma chi parla qui? E se parla, fa
un'esperienza? Spesso, basta dire "che bello", "ti amo" - la voce
smorzata dall' onda, dalla risacca del piacere. Piacere che si dà e si riceve, senza
titolarità troppo spesso. Piacere di niente che la parola intrattiene, conducendolo alla
soglia del proprio svanimento. Collasso, vertigine: il rischio è grande, perché ci
sbatte in faccia - gli occhi sono chiusi, accecati da tutto quel parlare - il nulla
dell'esistenza che affermiamo di avere, con la forza bruta dell'immediatezza.
E allora mi chiedo se l'esperienza, anche se rifratta, può affrancarci dalla teoria; se,
pesa dal desiderio di vedersi, di mostrarsi godere, Sarah non si perda nella
rappresentazione che fornisce della propria, nebulosa intimità: bersaglio mobile che solo
la macchina ottica del pudore renderebbe presente, consentendole di scriversi - il suo
nome, senza infingimenti - tra le chiacchiere ordinarie che si snocciolano intorno al
sesso - spacciandolo per amore, talvolta: melma appiccicosa che spandiamo sul mondo degli
uomini.
Leggendo...
SARAH, Ho goduto, Guanda 2003.
J. L. NANCY, Il "c'è" del rapporto sessuale, SE 2002.
F. FERRARI, J. L. NANCY, La pelle delle immagini, Bollati 2003.