back

 

 

Noica, il dor e la saggezza del possibile. Convegno di Roma: Constantin Noica e la filosofia come salvezza, 3-2 giugno 2009.

Giovanni Rotiroti

A cent’anni dalla nascita di Constantin Noica (1909-1987) l’Accademia di Romania, con la collaborazione dell’Università di Roma "La Sapienza" Facoltà di Filosofia e il Forum degli Intellettuali Romeni in Italia, ha invitato a Roma molti studiosi ad approfondire alcuni degli aspetti del pensiero di questo importante filosofo, saggista e scrittore romeno. Nel programma del convegno consegnato ai partecipanti, che si intitola Constantin Noica e la filosofia come salvezza, si legge:

«Noica è "l’amico lontano" di Cioran e rappresenta una figura chiave della cultura romena, seppur meno conosciuta in Italia. Attivo sin da giovane negli ambienti culturali bucarestini, tra il 1920 e il 1922 Constantin Noica è a Berlino in qualità di referente dell’Istituto Romeno-Tedesco e segue in questo periodo i seminari di Martin Heidegger.

Rientrato in Romania, Noica e i suoi discepoli - il cosiddetto "gruppo Noica" - vengono processati dal regime comunista nel 1958 e lui viene condannato a venticinque anni di carcere di cui ne sconterà "solamente" sei a Jilava, uno dei carceri più duri del regime. Tornato in libertà rientra a Bicarest come ricercatore al Centro di Logica e continua a tenere i suoi seminari privati per un nutrito gruppo di discepoli.

Dal 1975 si trasferisce a Păltiniş, vicino alla città di Sibiu e la sua casa diventa meta di discepoli e ammiratori: la sua "scuola di Păltiniş" è rimasta famosa nella storia della cultura romena per essere stata un autentico vivaio di filosofi e intellettuali della Romania odierna.

L’idea di filosofia come salvezza sarà tema centrale di discussione in quanto fulcro della speculazione noichiana. Questa nozione permette infatti di considerare il suo pensiero come un ricettacolo di diversi aspetti anche culturali e spirituali i quali, tutti insieme, riflettono l’importanza della sua speculazione per la filosofia romena ed europea».

In Italia sono stati pubblicati i seguenti volumi di Noica: Sei malattie dello spirito contemporaneo e L’amico lontano (1993), Pregate per il fratello Alessandro (1992) presso Il Mulino e Saggio sulla filosofia tradizionale, Trattato di ontologia (2007) presso ETS.

Segue ora la mia relazione al convegno.

Buon giorno a tutti e grazie per avermi invitato. Il mio intervento si intitola Noica, il dor e la saggezza del possibile. La scelta di questo titolo ha forse la necessità di qualche precisazione visto che la parola dor non può trovare un adeguato equivalente nella lingua italiana, perché «il dor partecipa al vago e all’imperfezione dell’indefinito», è come «un’allusione all’indicibile», e ricorda la «pallida emanazione di un accordo misterioso». Cioran scrive questo a proposito del dor:

«Essere strappati dal suolo, fuori dall’orbita del tempo, tagliato dalle proprie radici, significa desiderare una reintegrazione nelle fonti originali di prima della separazione e della lacerazione. Il dor è sentirsi eternamente lontani da casa. È il desiderio di ritorno verso il finito, verso l’immediato, verso la conquista di quello che si aveva prima di essere soli, l’appello terrestre e materno, la diserzione del lontano. Si direbbe che l’anima non si sente consustanziale al mondo. Allora sogna tutto quello che ha perduto».

Il dor designa dunque, nella lingua romena, il nucleo più arcaico del desiderio. Il dor è attestato nella lingua popolare di tradizione orale, e si è imposto definitivamente nelle lettere romene grazie all’affermarsi del testo esemplare della Mioriţa e della poesia di Eminescu. Il dor sta ad indicare una strutturale mancanza che apre nell’essere una mancanza ancor più radicale.

In tal senso Dan Botta collega il dor alla visione dionisiaca del mondo facendola risalire al mito autoctono della Tracia leggendaria. Scrive in Charmion sau despre Muzică:

«Dioniso stesso, quello creato dall’infermo tremolio delle essenze, il Dioniso-Uno, il Dioniso-Tutto, è un dio assetato di visione. La materia, nella sua totalità armoniosa, soffre del desiderio della sua perduta purezza. Dioniso ha la nostalgia delle essenze.

Come il leggendario amico dell’onda, Dioniso contempla le proprie forme ideali, la bellezza del proprio assoluto. Tuttavia, l’onda innamorata restituiva a Narciso il suo volto. Ma Dioniso è, sopra tutto, il volto dell’onda assetato della sua splendida realtà, il volto che cerca il proprio modello, il volto che tende la bocca riarsa di desiderio».

Botta aggiunge:

«La materia tende verso l’assoluto. L’anima del mondo si purifica. Perciò Dioniso è triste, e Dioniso è pieno di gioia. È triste della sua parte di ombra, della materia che lo racchiude e - come Ulisse sulla riva di Ogigia - è triste della sua amara nostalgia. Dioniso è tuttavia felice, nella contemplazione delle essenze, dell’infinita gioia di eternità, di immobilità, di musica».

La materia dionisiaca del dor è la parola. Il dor indica la mancanza e il desiderio della parola. È proprio a partire da questa mancanza scaturita dal dor che si può dire che l’essere viene effettivamente ad esistere. Il soggetto umano, sentendosi lontano dal luogo natio e trovandosi separato dall’oggetto amoroso - entrambi avvertiti come irrimediabilmente perduti - vive dolorosamente la propria esistenza in termini di esilio e di erranza, in una sorta di insaziabile nostalgia per l’assenza. È questo il prodigio del dor nella testimonianza della lingua poetica. Tuttavia, gli effetti esorbitanti del dor talvolta conducono l’essere umano alla morte, altre volte alla follia, - alla follia del reale come precisa Noica, - e il reale, si sa, non manca di nulla.

Dal canto suo Noica - nel senso antico della cura e della pratica dell’esercizio filosofico - ha indicato nel dor il registro simbolico della parola che introduce idealmente alla saggezza del possibile. Ovvero ha effettuato un’Aufhebung di matrice hegeliana, indicando nel dor la struttura concettuale del processo dello spirito, cioè il modo specifico del movimento dialettico-negativo che è quello del superare conservando. Noica ha fatto del dor una traduzione rilevante, cioè ha rilanciato, sulla scena del pensiero, la questione dell’Essere, ripristinando dialetticamente le antiche modulazioni desideranti ricavate dalle risorse inesplorate della lingua romena - bonificandole. L’obiettivo dichiarato di Noica, rispetto a quello di Cioran, è dunque la riparazione o la guarigione dell’Essere contro le derive perverse del nichilismo che costantemente lo attraversano, lo minano dall’interno e rischiano definitivamente di deteriorarlo, recuperando così dall’oblio anche l’esperienza mitopoietica di Dan Botta rimossa dalla storia culturale della Romania.

Proprio attorno a questo vuoto centrale e attivo, scaturito dalle traduzioni rilevanti del dor, si organizza lo sforzo del soggetto noichiano nel tentativo di differenziare (e quindi di salvaguardare) l’Essere dalle «malattie dello spirito» del pensiero occidentale. Questa operazione animerà tutto il suo pensiero soprattutto negli ultimi anni della sua attività filosofica in Romania.

(In termini psicanalitici si può dire che Noica ha provato a spiritualizzare il godimento nel tentativo di differenziare - e quindi di salvaguardare - l’Essere dalle «malattie dello spirito» del pensiero occidentale. A ben guardare, le sei malattie dello spirito diagnosticate da Noica tengono conto della struttura dell’inconscio. Si tratta in effetti di differenziare l’oblio dell’essere che nasce dalla rimozione - e qui vanno inserite le malattie noiciane della Catholite, Todetite e Horetite, le quali, chi più chi meno carenti sul piano del generale, dell’individuale o della struttura temporale, sono tutte da ascrivere al quadro clinico della nevrosi - e l’oblio che nasce dalla forclusione o dal rifiuto: l’Ahoretia, l’Atodetia e l’Acatholia rifiutano infatti rispettivamente le determinazioni, l’individuale e il generale. Esse sgretolano, in termini noichiani, l’essere e la loro cifra è marcatamente di tipo psicotico. Queste sei malattie dello spirito - che possono essere tuttavia anche benefiche per il lavoro intellettuale e la creazione artistica quando non si danno in una forma eccessivamente perversa - pongono fenomenologicamente in risalto il manifestarsi dell’oblio dell’essere. )

Nel suo compito di recupero linguistico e di fedeltà alla tradizione dell’Essere, Noica si è avvalso, in maniera critica, soprattutto dell’eredità di Heidegger. Nel suo eremo di Păltiniş, il filosofo, valorizzando le risorse inesplorate della lingua romena, si è interrogato sulla questione dell’essere e del suo attuale oblio, cercando di imporre una «correzione ontologica» alle derive nichilistiche che hanno indelebilmente segnato gran parte del pensiero filosofico novecentesco.

Altrettanto determinanti sono stati anche gli apporti della filosofia dell’idea nazionale provenienti da Lucian Blaga e dai colleghi «generazionisti» del filosofo, come Dan Botta, Emil Cioran e Mircea Vulcănescu, i quali, insieme a Mircea Eliade, hanno condiviso con il filosofo l’esperienza associativa di «Criterion» sin dagli anni ‘30.

Come nelle antiche scuole di filosofia che miravano a comunicare ai loro adepti un’arte di vivere (e quindi anche un’arte del morire), Noica, nel dopoguerra e tra le tante difficoltà, ha messo a punto il suo sistema filosofico e ha trasmesso ai suoi allievi uno stile inconfondibile di pensiero. Ha dotato la lingua romena di un lessico filosofico appropriato e ha dischiuso un’originale prospettiva ontologica attraverso quel particolare concetto, di natura essenzialmente ermeneutica, che è «a fi întru».

«A fi întru» ricorre a più riprese nei libri più importanti dell’ultima fase del suo pensiero. Nella Nota che apre il volume Sentimentul românesc al fiinţei (1978) il filosofo dichiara che c’è un impensato nella lingua romena di cui è necessario rendere testimonianza: tale parola è «întru». «Întru sembra suggerire», scrive il filosofo, che «essere» significhi «essere in o verso qualcosa» - vale a dire «essere in e non pienamente in qualcosa» - e sta ad indicare il «riposarsi ma anche il desiderio dell’essere, il racchiudersi ma anche il suo dischiudersi ».

Con questa preliminare avvertenza incastonata nella nota introduttiva, Noica precisa la posta in gioco del suo libro, e chiarisce la peculiare differenza del sentimento romeno dell’essere rispetto all’esperienza ontologica che ha attraversato tutto il pensiero d’Occidente. Il «tentativo» speculativo di Noica è quello di descrivere un «particolare sentimento dell’essere» dell’anima romena a partire dalla testimonianza del poeta nazionale, Mihai Eminescu, il quale diceva della lingua romena che essa è venuta fuori dalle «velature del passato». Noica afferma che lo stesso si deve dire non solo per la lingua ma anche per «l’idea romena dell’essere».

Sempre in questo libro il filosofo di Păltiniş si chiede se i romeni abbiano qualcosa da aggiungere alla concezione tradizionale dell’Essere così come è conosciuta in Occidente. La risposta è affermativa: «i Romeni hanno un sentimento dell’essere che non si trova in altre comunità spirituali». E questa modalità specifica di «sentire l’essere» si manifesta soprattutto a livello della lingua. La lingua è il luogo dove emerge il sentimento della comunità - «che altro non è che il pensiero diffuso di una nazione».

Seguendo il dettato filosofico di Heidegger, Noica afferma che il linguaggio è la «dimora dell’essere», cioè il luogo dove si eventualizza l’evento dell’essere e dove il linguaggio si identifica con il Dire originario che fa tutt’uno con l’evento. Ed è proprio in questo nesso tra essere e linguaggio - dove il compito del pensiero diventa dunque quello di ascoltare il linguaggio - che Noica incontra nella lingua romena l’antica preposizione di origine latina «întru».

«Întru», per il filosofo, è «il modo romeno di risentire l’essere», cioè di entrare in risonanza con esso. «Întru» deve essere teorizzato e portato a uno sguardo ospitale benché sia un concetto vago e indeterminato che sfugge a qualsiasi tentativo di presa definitiva. «Întru» è una chiusura che dischiude, una limitazione che non limita: è fondamentalmente «l’istituzione di un concetto aperto».

Pertanto se volessimo tradurre «întru» in una lingua diversa dal romeno dovremmo rispettarne il senso originale, evocarne lo spirito più che ricalcarne la lettera. Ciò implica che tanto più vogliamo essere fedeli all’originale tanto più dovremmo stravolgere il suo significato logico-semantico e mettere da parte il suo lato strettamente comunicativo. Per adempiere a questo compito impossibile della traduzione è necessario correre il rischio dell’insensatezza, e tener conto della follia del reale, come suggerisce Noica. Dovremmo pertanto immaginare un traduttore che tanto più è traditore del suo mandato letterale tanto più è fedele al mandato spirituale di questa parola arcaica che giunge a noi dalle velature del suo passato. Riprendendo le parole di Noica, più che tradurre l’inteso, cioè il significato, è importante tradurre il modo dell’intendere, cioè la differenza, la forma, il suono che ha questa parola, cioè il significante in senso psicanalitico, e non meramente linguistico. Ciò significa quindi recuperare, in una modalità indiretta e simbolica, l’originario statuto della lingua che è puramente nominale. Ma per far questo è necessario entrare in ascolto della lingua e quindi interrogarsi incessantemente tenendo soprattutto conto dell’evento del domandare.

Entrando in ascolto della lingua romena e senza mai abbandonare l’orizzonte fenomenologico, secondo Noica il primo evento del domandare è la sospensione della realtà. Il dire stesso, innalzandosi, cioè «alzando il tono», entra in sospensione, e mostra che tutte le cose stanno come sospese prima di ritornare come «nuove, o rinnovate, in seno alla realtà». In questo senso, «la domanda "rigenera" la realtà». Cito direttamente dal libro:

«La domanda "carica" il mondo mediante il possibile. Essa fa suscitare la vita molto più di quanto possa soddisfare la risposta. In un certo senso, mai la domanda si copre con, o è ricoperta dalla risposta; poiché, al di là del fatto stupefacente che, per le domande di conoscenza, ogni risposta risveglia nuove domande e allarga la vecchia domanda […], rimane il fatto che proprio la prima domanda risveglia una ricchezza di possibilità che si conservano come un’aura attorno alla risposta. […] Solo attraverso il semplice fatto del domandare il mondo si è accresciuto. […]

Con i mondi possibili - e con tutti i sensi del possibile - il domandare trasporta una realtà accresciuta nel cuore stesso della realtà. Intorno a questa realtà accresciuta il pensiero ha il compito di parlare, e in tal senso il pensiero infuso nella nostra lingua o nella sensibilità filosofica romena parla in maniera sorprendente».

Questa funzione della domanda che prepara «l’accesso a una realtà supplementare» si rende possibile grazie alle «situazioni dell’essere» che Noica reperisce nelle modulazioni romene del verbo a fi.

Il verbo a fi ha questa capacità. Componendosi con se stesso, dà vita ad alcune modulazioni nuove dell’essere facendo leva sul proprio «vuoto attivo».

Questa capacità stupefacente, flessuosa e plastica del verbo a fi crea virtualmente nella lingua romena «le sei situazioni dell’essere» grazie al vuoto che «è attivo dall’interno», cioè grazie al vuoto che è all’interno della parola.

Tutti questi tratti del verbo a fi appartengono al primato del possibile sul reale e segnalano anche l’incidenza della temporalità come il modo specifico romeno di «attardarsi nel possibile».

Dando luogo a una sorta di «ramificazione temporale del possibile», questo evento misterioso e prodigioso della lingua consente alla psiche collettiva romena, ma anche a quella individuale, di far fronte a tutto ciò che Noica chiama «la follia del reale».

Sempre rimanendo sulla scia della domanda metafisica heideggeriana, Noica introduce, nel libro Cuvînt împreună despre rostirea românească, una particolare tonalità affettiva all’intonazione interrogante del suo pensiero. Essa fa riferimento all’indefinita modulazione sentimentale della parola dor.

Questo aspetto del suo ultimo pensiero è degno di tutto interesse. Per Noica il dor è un tratto specificamente ontologico della lingua romena. È «un’intuizione-limite» «che oltrepassa il proprio sistema di riferimento, negandolo» come dice il poeta Nichita Stănescu. Il dor è «una parola sublime», un «sublime arcaico», «una parola del futuro» che non è riconducibile né a «una rivelazione» né a «uno stato di fatto».

Partendo dal presupposto che l’anima romena è più votata al possibile che al reale, è proprio grazie alle irrealizzazioni del possibile che la lingua romena, secondo Noica, può produrre dei «miracoli» nella vita.

Uno di questi miracoli della lingua romena è la parola dor. Questa parola che appartiene alla «dote intellettuale dei tesori della lingua» viene identificata con quel particolare sentimento dell’essere di cui sembra patire l’anima romena con il suo eccessivo carico affettivo ed emozionale. In particolare, il dor è legato sia all’«esilio» che all’«erranza», e ha per Noica «qualcosa del prototipo».

La parola dor, scrive il filosofo, è «una composizione incomposta, un intero senza parti». «Non rappresenta una composizione ma una fusione. In essa si è fuso il dolore, da cui ha origine il termine, e il piacere nato dal dolore, anche se non si è ben compreso come». «Se un abitante della Grecia antica fosse messo nella situazione di tradurre la parola "dor", prenderebbe da una parte dolore e dall’altra piacere e direbbe "piacere di dolore"».

Noica rileva che «la lingua tedesca utilizza lo stesso procedimento del greco antico, cioè la composizione, per esprimere ciò che la lingua romena indica con la parola "dor"». Sehnsucht significa il desiderio ardente, la brama ma anche la nostalgia. Secondo Noica Sehnsucht deriverrebbe da Sucht, che indica la «passione», la quale, componendosi con il verbo Sehnen (avere nostalgia, desiderare ardentemente), indica propriamente il «ricercare». «Si potrebbe allora dire di ottenere nella parola tedesca: la ricerca dell’introvabile», introvabile perché l’oggetto del ricercare è già da sempre perduto. E quindi se non lo si trova lo si può inventare, proprio come sa fare la vera poesia.

Secondo Noica, le parole della lingua romena, quelle «buone e pregnanti», sono nate «da nozze prive di tentazione», cioè sono parole che esprimono lo spazio della creazione, dell’opera, dell’evocazione.

Noica accenna a una vera e propria «zona del dor», una zona in nome della quale la parola fa appello, chiama quasi fosse un comandamento, ed esige da noi che parliamo la sua lingua, una qualche forma di cura, di ascolto e quindi di ulteriore interrogazione. Noica scrive:

«In questa zona della parola, in cui non è sempre possibile la comunicazione, vi è comunque lo spazio per una comprensione più intima. E se chiamiamo la "zona del dor" […] questa soglia che circonda la parola, è perché la funzione del dor si dimostra veramente suggestiva per un tale mondo degli inizi. Giacché, in un certo senso, ogni parola è un dolore, e ogni libro è "un male sconfitto" [come diceva il poeta Eminescu] ».

Il dor è dunque un dono che appartiene ai prodigi della lingua romena. Esso stabilisce l’orizzonte e il senso stesso del domandare.

La domanda scaturita dalla «zona del dor» è, in fondo, il desiderio del pensiero che trasforma lo stato delle cose in pura possibilità, riattivando quelle voci interiori che sono le voci del passato che sussurrano il loro segreto nostalgico nella lingua, una nostalgia che per natura è insaziabile e quindi pulsa ripetutamente nel tempo.

«Introdursi al dor» significa per Noica restituire alla domanda la saggezza del possibile, non annientando, non rifiutando, ma lasciando l’essere aperto al suo domandare. Il dor in quando domanda sempre in atto sembra educare gli umani alla questione del piacere e del dolore, ricorda loro il fatto di essere parlanti e mortali, e restituisce, nell’ascolto di una voce desiderante, quell’indefinita e vaga promessa di futuro, che è l’enigma di ogni traduzione.

«Introdursi al dor» è la concezione noiciana dell’intuizione desiderante, dell’esperienza della verità che si fa umanamente carico della precarietà originaria dell’essere e che insieme alimenta la domanda e la possibilità stessa del dire, come compito fondamentale del filosofare.

Con Noica ci troviamo dunque di fronte a un’esperienza decisiva, quasi impossibile da dire, in cui si toccano i limiti stessi del linguaggio. Entriamo «in o verso» quel luogo destinale dove finisce il linguaggio, - il quale non è l’indicibile, né la rappresentazione impossibile della morte, del mondo, dell’essere insieme, della verità, - ma entriamo «in o verso» quel luogo dove scaturisce l’evento stesso del domandare, che è la cifra di ogni traduzione rilevante.

È la coappartenenza originaria dell’essere e del non essere, della presenza e dell’assenza, dell’apparire e del celarsi, per la quale tutto ciò che viene alla presenza si mostra anche come il luogo di un differimento, di una dislocazione, di un rilancio della parola come causa ed effetto desiderante del dor. Tale evento di linguaggio, inteso da Noica come la promessa destinale della lingua, scaturisce dall’incessante domandare il quale, esperendosi nel dor, attiva prodigiosamente il circolo della mancanza che non è semplicemente folle o tautologico, ma rivela la passione stessa del domandare nel suo essere, insieme, causa ed effetto di sé. Il dor è dunque per Noica un desiderio di assoluto, e a fi întru è il luogo in cui si celebra il suo appassionante mistero nuziale che rende possibile - nel cuore incandescente della lingua romena - proprio l’impossibile.

Vi ringrazio per l’attenzione.