Presentazione del libro Odontotyrannos. Ionesco e il fantasma del Rinoceronte, Roma, Il Filo, 2009 . Firenze, Mercoledì 22 aprile, ore 10,00 St. 8, primo piano. Dipartimento di Lingue e Letterature Neolatine v. S. Reparata, 93.
Giovanni Rotiroti
Una domenica mattina in una tranquilla cittadina di provincia fa irruzione un rinoceronte. Stupore. Il rinoceronte è seguito da un altro rinoceronte. Panico. Ormai anche gli scettici e i relativisti si devono arrendere davanti all’evidenza: i rinoceronti si moltiplicano e invadono a poco a poco tutta la comunità. Ma si scopre che non è un’invasione: sono gli esseri umani che subiscono una metamorfosi, uno dopo l’altro, si trasformano progressivamente in animali con uno o due corna. Alla fine della pièce resta sulla scena un solo uomo, forse l’ultimo... dice che prenderà la carabina e proverà a resistere contro l’invasione dei rinoceronti. Il suo nome è Bérenger. Lo spettatore non saprà mai fino alla fine se anche il protagonista diventerà prima o poi un rinoceronte come gli altri, oppure no. Bérenger non è un eroe, non possiede alcuna virtù eroica, Bérenger è un tale qualsiasi, un uomo qualunque, il sosia o il doppio di Eugène Ionesco, l’anti-eroe protagonista, suo malgrado, del Rhinocéros.
Cos’è il Rhinocéros? Il Rinoceronte è l’Odontotyrannos, cioè un fantasma individuale di portata collettiva, quasi di massa. Ho preso in prestito l’Odontotyrannos da Norman Manea, il quale nel suo libro La quinta impossibilità l’ha preso in prestito dal neopitagorico Filostrato, il quale a sua volta l’aveva preso in prestito dal libro di Daniele (7.7) che nella letteratura giudaica apocalittica sta ad indicare la forza devastatrice che i tiranni avrebbero rigenerato con rinnovata vitalità a partire dal terrore escatologico che lo stesso Odontotyrannos incarnava anche nella tradizione indiana. L’Odontotyrannos è un favoloso animale con denti di ferro. È un’insolita creatura che proviene dai libri.
Con questo titolo nel mio libro ho voluto sottolineare lo stretto legame che c’è tra l’animale, il sacro e il potere sovrano. Questo rapporto riguarda fondamentalmente l’uomo, cioè quell’animale politico che, secondo Aristotele, ha il linguaggio, vive in comunità e che forse sa, ma non del tutto, che prima o poi gli toccherà di morire. Almeno così la pensa Eugène Ionesco.
Il Rhinocéros è il fantasma del totalitarismo politico ed ideologico che si è trasformato progressivamente in mito, storia, racconto, e infine opera teatrale. Eugène Ionesco ha portato sempre con sé nelle sue conferenze in tutto il mondo il Rhinocéros. Il Rhinocéros è un’ossessione personale, un’inquietante estraneità che dimora irriducibilmente nella soggettività umana, è forse l’assillo stesso dell’opera ioneschiana a partire dalla sua esperienza vissuta in gioventù in Romania. Questo mio libro, che ho l’onore qui di presentare, ripercorre i luoghi fondamentali che hanno forse contribuito alla formazione di questo fantasma trans-individuale e trans-ideologico. Non è un caso che per tentare di rispondere alla domanda che cos’è un Rhinocéros io sia partito dall’opera meno conosciuta di Ionesco, ovvero dall’opera scritta in romeno all’inizio della sua strepitosa carriera letteraria, quando Ionesco era semplicemente un Eugen Ionescu qualsiasi in Romania, ossia, come è stato più volte scritto, quando Eugen Ionescu era un uomo qualunque.
Per quanto mi riguarda, ho incontrato di persona il Rhinocéros nel lontano 13 novembre del 1986. In quella data l’Eugène Ionesco di fama mondiale, l’iniziatore consacrato del teatro dell’Assurdo tenne una conferenza sul Rhinocéros, nel teatro della Badia Fiesolana, presso l’Istituto Universitario Europeo, non lontano da Firenze. Mi ricordo che l’autore non parlò subito della sua pièce e delle motivazioni profonde che l’avevano spinto a comporre quest’opera.
Nello stupore generale dei presenti in sala, Ionesco senza battere ciglio e senza fornire alcuna indicazione di regia - se non quella di evitare di russare per non risvegliare gli altri spettatori che si sarebbero inevitabilmente di lì a poco addormentati - si era messo a leggere interamente il racconto dallo stesso titolo, Rhinocéros, per più di un’ora, in un francese impeccabile, il francese dell’Accadémie Française.
Avevo come l’impressione di trovarmi di fronte a un La Fontaine redivivo, un vero affabulatore, un raccontatore di favole. La moglie di Ionesco, Rodica, l’inseparabile compagna dai tempi dell’Università, era in prima fila, lo ascoltava compiaciuta e talvolta si assopiva anche lei per qualche breve istante.
A quel tempo gli spettatori presenti a quest’evento non sapevano che il drammaturgo originario di Slatina stava cercando in quell’occasione di regolare pubblicamente i suoi conti con la "Giovane Generazione", cioè con quella generazione di scrittori, suoi amici, pensatori ed artisti che erano stati protagonisti con lui della vita culturale romena tra le due guerre, ovvero la generazione Criterion. Questo mio libro cerca di ripercorrere i tratti più salienti di quella esperienza comunitaria che ha avuto come protagonisti anche Mircea Eliade ed Emil Cioran.
Ma ritorniamo, ora, alla questione che ci eravamo posti all’inizio. Cosa significa Rhinocéros? Rhinocéros funziona come un nome proprio. Significa sia rinoceronti al plurale che rinoceronte al singolare. Il francese mantiene questa ambiguità. Con questa pièce del 1960 Ionesco rivisita un episodio doloroso della sua vita, accaduto vent’anni prima. Ciò significa che Rhinocéros è una rielaborazione a posteriori, après coup, un qualcosa che avviene solo dopo, in ritardo, e a cose fatte. Rhinocéros è quindi un’opera autobiografica che riguarda gli anni che Eugen Ionescu aveva trascorso in Romania nel momento in cui il nazionalismo autoctono si stava trasformando in una vera e propria isteria collettiva, una strana ed inquietante malattia psichica, ovvero un’epidemia rinocerontica.
Dal punto di vista storico, l’ideologia estremistica della Legione dell’arcangelo Michele (che era un movimento filofascista in Romania) aveva iniziato a convertire al suo credo molti intellettuali della giovane generazione, molti dei quali erano amici fraterni di Eugen Ionescu. L’autore racconta questa straniante esperienza nei suoi diari redatti sia in francese che in romeno. Ricorda che davanti ai suoi occhi gli amici cominciavano a manifestare degli inconfondibili tratti zoomorfi. Si trattò di un’esperienza allucinante, la trascrizione in presa diretta di un delirio. Ionesco afferma che si sentiva sempre più solo ed isolato dagli altri, dice che era circondato da persone dure come pietre, pericolose come serpenti, implacabili come tigri. Si chiede: come poter ancora parlare con una tigre, con un cobra? Come convincere un lupo o un rinoceronte? Come farsi capire da lui? Egli si sentiva come l’ultimo uomo in un’isola mostruosa. Egli, da quel momento, si sentiva di non rappresentare più niente per i suoi amici, anzi era proprio lui un’anomalia per loro, era lui il mostro.
Sempre dai diari sappiamo che dopo che il leader carismatico della Legione, Corneliu Zelea Codreanu, fu concretamente tolto di mezzo su ordine del re - all’epoca in Romania tutti avevano capito che si era trattato di un vero e proprio omicidio di Stato - da quel momento, si diceva, Eugen Ionescu coglie dal vivo la propagazione di un virus contagioso, una reale pandemia psichica dai contenuti ideologici e propagandistici. Da quanto riporta Ionesco, questa malattia dello spirito, oltre ad essere estremamente contagiosa, non è affatto assurda, ma segue una precisa logica interna che è di tipo spettrale. È come se il rinoceronte, - ovvero l’uomo che ha contratto la rinocerontite -, fosse posseduto da un cadavere vivente, un redivivo che si impadronisce rovinosamente della psiche degli intellettuali della giovane generazione in maniera collettiva. Secondo Ionesco, sono proprio gli intellettuali rinocerontizzati, che hanno avuto, storicamente, la responsabilità effettiva del propagarsi della malattia psichica nella società civile romena. Questa colpa ricade essenzialmente sugli amici che si sono fatti ammaliare dall’estremismo politico. Essi si sono lasciati vampirizzare dal Rinoceronte spettrale come nel Macbeth di Shakespeare.
Nel suo diario, Ionesco annota che ormai in Romania c’è una società filosofica estremamente pericolosa per la vita democratica del paese. Questa società di pensiero è capeggiata da un professore universitario (ovvero il Logico del Rhinocéros). Questa società si è convertita alla mistica legionaria ed ormai appartiene di fatto alla famiglia spirituale della Guardia di Ferro. Dalle testimonianze dei suoi allievi, sappiamo che questo professore era dotato di un forte carisma socratico presso gli studenti di Bucarest. Dopo il suo soggiorno nella Germania nazista nel 1933 - e non ricevendo più alcun credito da parte del sovrano Carol II, il quale era stato suo compagno di liceo - questo professore prefigurava insieme ai suoi eletti una "comunità politica e spirituale di destino" che avrebbe dovuto accogliere il disagio proveniente dalle masse giovanili scolarizzate e disoccupate, che erano per lo più scontente della vita sociale che conducevano nel paese. Questa comunità spirituale e politica avrebbe quindi dovuto veicolare tale disagio giovanile in senso rivoluzionario, per il riscatto della patria. Di fatto sarebbe stata una rivoluzione antiistituzionale e antiliberale. Ionesco afferma che i rappresentanti di questa comunità filosofica e politica hanno invaso ormai tutti i giornali, le riviste, la radio. Fanno dei corsi all’università, tengono delle conferenze nei teatri della capitale e in provincia, scrivono libri, parlano, parlano e coprono tutto con il loro frastuono. La loro visione del mondo è diventata quella dominante e chi non la pensa come loro sarà perduto.
La situazione precipita rovinosamente in Romania. Il re impone di fatto una dittatura personale. Avalla provvedimenti antisemiti e rende esecutiva la pena di morte. Se da un lato il sovrano combatteva la setta mistica della Legione dall’altro ora utilizza ai propri fini la propaganda ideologica che si faceva in nome del genio intramontabile di Codreanu. Il Capitano è morto! Viva il Capitano! Lo spettro del Capitano sopravvive così alla sua spoglia mortale. Mentre il corpo fisico di Codreanu è cadavere, l’altro, quello ideale, sopravvive nella sua dimensione spettrale e fantomatica.
Eugen Ionescu è angosciato. Si sente solo ed abbandonato dagli amici di un tempo. Cerca di fuggire dalla Romania. Dice che gli sarebbe potuta arrivare qualsiasi cosa: una possibile contaminazione ideologica, una metamorfosi definitiva come i suoi amici, diventare cane, essere abitato anche lui dal Demone dei Legionari. Si convince che non è più possibile immunizzarsi. È impossibile evitare il contagio.
Bérenger nella pièce vacilla, il conformismo, pensa, potrebbe essere più sicuro. Forte sarebbe il suo tornaconto come antidoto all’angoscia o alla colpa di non essere come gli altri. Ma questo ragionamento non regge. Lui non ce la fa proprio ad essere come gli altri. E non sa neppure bene il perché. È il panico più totale.
L’eroismo di Bérenger, nella pièce e nel racconto, è mostrato, dunque, come involontario. La scelta è inconscia. Questo è il tratto etico ioneschiano della pièce e del racconto. Non si è trattato quindi di un calcolo o di una decisione consapevole. Forse,- proprio il fatto che Bérenger sia un anti-eroe, - è ciò che lo rende simpatico al pubblico degli spettatori, - nonostante i suoi acclarati difetti di ordine comportamentale.
Sulla scena Bérenger è sempre brillo, quasi ubriaco. È come se avesse bisogno di bere per avere ancora il coraggio di parlare con gli amici.
Bérenger, come si sa, è l’alter ego ioneschiano. È il sosia di un eugen ionescu qualsiasi, un uomo come un altro in Romania, un Everyman anonimo senza alcuna virtù eroica tradizionale. Assillato dalla propria fragilità e dalle proprie debolezze, Bérenger semplicemente rifiuta di essere altro da quello che è. Ma non ne conosce la causa né la ragione. Qualcosa, di apparentemente singolare o sintomatico, gli impedisce di aggregarsi ai corifei della Legione. Forse non ha le loro qualità, non è bravo come loro, o forse sono proprio gli slogan, le parole d’ordine, le prescrizioni, il passaggio all’atto politico dei rinoceronti che gli impediscono di adeguarsi, di mettersi in riga, di irreggimentarsi in una posizione chiara e netta all’interno della comunità dei suoi amici intellettuali.
Forse sono proprio certe parole, una certa lingua, una certa sonorità perversa che fanno arretrare il protagonista dall’aderire alla visione dominante, apparentemente conciliante, normalizzante, conformista. Sono tutti d’accordo nel fare la rivoluzione. Tutti dicono la stessa cosa. Questo è un ritornello che lo ossessiona di continuo.
"Ecco uno slogan rinocerontico, - scrive- uno slogan di uomo nuovo - che un uomo non può comprendere: tutto per lo Stato, tutto per la Nazione, tutto per la Razza. Questo mi sembra mostruoso, evidentemente".
E poi si chiede: "Ma cos’è lo Stato, cos’è la Nazione e che cos’è la società?"
Ionesco prova a darsi certe risposte: "Sono delle astrazioni. L’umanità non esiste. Non ci sono uomini, la società non esiste, ci sono solo degli amici.
Per un rinoceronte, non è la stessa cosa. Per me il suo Stato è fantasma. Per lui, è la persona concreta che è fantasma".
Di nuovo il fantasma, il redivivo, la logica spettrale del Rhinocéros.
Le parole di Ionesco riflettono l’affezione animale che scaturisce dalla forza sovrana della legge, ovvero dalla paura, dal terrore generalizzato. Una parola rinocerontica nasce quando la legge morale diventa un dispositivo perverso. Questa legge richiede per i suoi contraenti una forma assoluta di obbedienza in cambio della protezione. Assistiamo all’esasperazione del mostro, dell’animale, della bestia e della sovranità del potere. Le figure della legge, dello Stato nazione, della paura sovrana, che stanno alla base del contratto civile, sono emanazioni bestiali che provengono genealogicamente da Hobbes, Machiavelli, dalle favole di La Fontaine, dalle creature bizzarre di Urmuz, e anche dalla Metamorfosi kafkiana di Gregor Samsa.
Il dio feticcio, che dà voce alla chiamata dei Legionari, è in realtà l’incarnazione di un morto. L’artificio perverso della legge spettrale trasforma la vita sociale in una macchineria sadica su un fondo mitico e xenofobo. È una logica implacabile, oscena, un meccanismo sregolato. È un bisogno di assoluto che si alimenta in vista di una salvezza oltremondana. L’offerta a questo dio oscuro reclama il sacrificio supremo, che non è solo quella della vita reale, (dell’organismo biologico), ma è, innanzi tutto, la morte della parola, la fine dell’umano e insieme del vivente - ovvero di ciò che gli è più proprio.
I rinoceronti non parlano, urlano, sono catturati da un dispositivo perverso che li spinge a una convulsione motoria che è insieme mortifera. La legge e il crimine in questa logica sono indissolubili e soggiacciono a un potere assoluto, che non ammette repliche. È la legge implacabile del Rinoceronte.
Ciò che Ionesco mette in scena non è solo la denuncia del contagio ideologico, ma è soprattutto la pulsione acefala che muove i rinoceronti verso la competizione spasmodica, il fanatismo, il cinismo, la voracità del potere che è ammantato di idealismo religioso e che si configura come un sapere infallibile. - Tutto ciò prima che la dittatura reale, quella delle sentenze inappellabili, si installi nei gangli atrofizzati del pensiero, e assuma la definitiva caratteristica della mutazione psico-antropologica.
Ionesco stabilisce così un’equivalenza tra l’Uomo nuovo, - quello preconizzato dall’ideologia totalitaria - e il Rinoceronte, invenzione del fantasma soggettivo.
Per Ionesco l’Uomo nuovo, compiuto, comunitario, spirituale, con destino eroico, - portato avanti dall’ideologia totalitaria - è l’uomo morto-vivo, il cadavere vivente nella dimensione spettrale dello strigoi o del vampiro. Il reale perseguito dall’Uomo nuovo è orribile e inaudito, mortifero e inquietante, mistico e pulsionale. Si tratta cioè di un nuovo tipo di soggetto sepolto vivo, che abolisce quello vecchio.
Seguendo fino in fondo questa logica di sacrificio, la mutazione antropologica di un tale soggetto, - sottoposto alla certezza stabilita dall’orizzonte narcisistico della comunità fusionale,- può avvenire solo a patto dell’(auto)distruzione fisica di sé e dell’altro.
Il soggetto rinocerontizzato viene così a trovarsi in una terra di nessuno, nel campo della morte reale, un territorio in cui è sospeso qualsiasi ordine simbolico e dove vengono abolite tutte le differenze in nome di una logica implacabile e inospitale che elimina tutto ciò che appare come corpo estraneo nell’immaginario sociale della nazione.
Gli amici di Eugen Ionescu sono divenuti ormai irriconoscibili. Sono fantasmi, fantasmi di animali o animali-fantasmi. Ma "il ricordo lontano", "l’enorme delusione" che sembra immergerlo "nelle tenebre senza fine" è quello relativo ad "A.", l’amico che qualche anno prima Eugen Ionescu aveva difeso sulla stampa per fargli vincere il premio letterario della Fondazione Reale che meritatamente gli sarebbe spettato.
Ecco la testimonianza quasi in presa diretta dello spaesamento ioneschiano alla vista dell’amico fraterno, anche lui come gli altri, tardivamente legionarizzato.
"Ho incontrato recentemente A. Non possiamo più intenderci, è un altro, un altro che porta lo stesso nome. Una volta, non troppo tempo fa, quando pronunciavo il suo nome, quando scrivevo il suo nome, quando lo vedevo, o quando pensavo a lui, il mio cuore si illuminava; sentivo una presenza calorosa, riconfortante. Non mi sentivo più solo. Adesso, quando scrivo il suo nome, o pronuncio il suo nome, quando rivedo in spirito il suo volto, mi afferra l’orrore, quasi l’odio, un profondo malessere. Il suo nome mi sembrava un nome d’arcangelo. Adesso è diventato barbarico, o così mi appare: peggio, è diventato il nome di una iena o d’un cane.
Tempo fa, egli abitava una piccola casa in mezzo a un immenso giardino. Il giardino era sorvegliato da un cane enorme, un bulldog, mezzo selvaggio, molto brutto, d’una crudeltà stupida. Durante il giorno stava incatenato, non aveva amici […]. Implacabile e feroce. È l’unico cane veramente idiota che io abbia mai conosciuto. Non abbaiava mai. Saltava silenziosamente addosso a chiunque per ridurlo a brandelli. Una volta, durante il giorno, il cane era riuscito a sciogliersi dalla catena. A. si trovò faccia a faccia col cane. Il cane gli balzò addosso. A., gridando, ha lottato per qualche minuto col cane, in un atroce combattimento. Quando sono riusciti a separarli, A. era livido, col viso di un altro, cambiato, era curiosamente cambiato. A partire da quel momento, A. ha cominciato a essere un altro. A poco a poco, qualcun altro si è sostituito a lui. La bestia l’aveva posseduto, aveva lasciato in lui il suo seme. Ho incontrato da poco, per caso, il nuovo A. Ero stupefatto, atterrito. La germinazione, la crescita, lo sviluppo del germe della bestia era compiuto. Lo stesso aspetto di A. non è più lo stesso: il volto si è allargato, sembra quello del cane. È diventato il figlio del cane, o forse la femmina della bestia. È feroce, implacabile, stupido. Non si può più parlargli. Non capisce più la mia lingua, la sua antica lingua. Gli ho detto, brutalmente, una sola frase: che dovrebbe essere sterminato. In realtà, ha solo più l’apparenza di A. - A. ormai è soltanto un ricordo lontano".
I Legionari sono giunti ai vertici del potere dello Stato dopo l’abdicazione del re. I Rinoceronti non parlano più. Ora agiscono.
Ionesco scrive l’orrore:
"Guardateli; sentiteli: non si vendicano, puniscono. Non uccidono, si difendono: la difesa è legittima. Non odiano, non perseguitano, ma fanno giustizia. Non vogliono conquistare né dominare, vogliono organizzare il mondo. Non vogliono scacciare i tiranni per prendere il loro posto, vogliono stabilire l’ordine vero. Non fanno che sante guerre. Hanno le mani piene di sangue, sono orridi, sono feroci, hanno delle teste di animali, sguazzano nel fango, urlano. Non voglio vivere con questi pazzi, non prendo parte alle loro feste, mi vogliono trascinare di forza con loro. Non c’è tempo di spiegargli".
Ionesco assiste in presa diretta alla scalata politica delle frange più estremistiche della Guardia di Ferro prima del loro imminente tracollo. Non vuole fare la guerra né per i nazisti né per i comunisti. Sa bene che ormai solo quattro o cinque amici intellettuali la pensano come lui nel paese, come disse a Firenze. Sogna di essere a Parigi, ma si risveglia in Romania, "pieno di cocente dolore e di nostalgia". Ormai ha perso tutto.
È il momento di fare una scelta improrogabile.
"Convinto che tutto fosse assurdo e che coloro che combattevano fossero stupidi, ero fiero di non stare al gioco e di svignarmela, grazie alla mia condizione che mi permetteva di non essere né romeno né francese, o ora l’uno ora l’altro".
Le sorprese non sono finite. Ecco che si fa strada nella vita di Ionesco sua Maestà l’Assurdo.
Il diario, che reca la data del 31 dicembre 1941, registra la decisione di Ionesco di lasciare la Romania rinocerontizzata.
Ma non è facile andar via: "il consiglio dei ministri ha deciso che nessuno può partire al di là delle frontiere a meno di una missione ufficiale". Dopo vari tentativi andati a vuoto di ottenere un visto per l’estero, il "miracolo si è prodotto". La destinazione della "missione ufficiale" è a Vichy, la capitale della Francia collaborazionista con i nazisti. Ionesco scrive:
"I miei amici di differenti ministeri mi hanno procurato un buon passaporto, con dei visti in regola. Prendo il treno domani. Mia moglie mi accompagna. Sono come un evaso che fugge con l’uniforme del guardiano".
Infatti, Eugen Ionescu fugge dalla Romania - travestito da Rinoceronte.
Sua Maestà l’Assurdo, però, non ha completato l’opera. Il fantasma del totalitarismo è duro a morire. La Romania, dopo la destituzione del regime militare di Ion Antonescu, si è avviata alla stabilizzazione politica e alla riappacificazione stalinista. Ed è proprio in tale contesto che la Corte Marziale di Bucarest condannerà "in contumacia" a cinque anni di reclusione "un qualsiasi Eugen Ionescu", si legge, "per insulti contro l’esercito romeno" e ad altri sei anni "per pregiudizi recati alla nazione" a causa di un’ultima Lettera spedita da Parigi (pubblicata su «Via
ţa românească») a guerra finita, quando ormai credeva di aver vinto la sua battaglia contro i rinoceronti nazificati.Ionesco riporta con queste parole l’episodio che segnerà indelebilmente la sua vita, costringendolo all’esilio definitivo in Francia:
"Durante la guerra e il dopoguerra ero a Parigi. Da Parigi inviai una lettera a una rivista romena, una lettera che mi attirò le ire della stampa e la condanna di un tribunale di cui faceva parte il cognato [di mio padre], magistrato militare del nuovo regime dopo aver condannato, qualche anno prima, nella stessa veste, le spie comuniste. Mio padre, di lontano, mi fece sapere che avevo avuto torto ad attaccare l’esercito giacché adesso era l’esercito del popolo, e i magistrati romeni giacché adesso erano magistrati socialisti. In sostanza adesso mi si rimproverava di non essere bolscevico".
Che strani scherzi gioca la storia!…
La generazione Criterion, la generazione degli amici scrittori, è ormai andata "in polvere". L’autore del Rhinocéros non smetterà mai di dire che coloro che erano stati realmente legionari - ma che occupavano posti inattaccabili di potere nell’apparato statale- avevano avuto il tempo di cambiare i costumi di scena e di diventare perfetti comunisti al soldo di un altro padrone. E dirà anche che solamente i suoi colleghi di generazione, quelli che non sono tutti morti sul fronte russo o in Siberia, sconteranno realmente la pena del loro colpevole abbaglio. Alcuni di questi, che neppure erano stati iscritti nelle liste della Legione, impazziranno, saranno ridotti all’afasia o al mutismo coatto imposto con la forza dal nuovo regime, e altri ancora saranno costretti a marcire nei campi di lavoro forzato per le grandi opere statali di canalizzazione.
Dunque, riguardo alla delicata e complessa questione del Rhinocéros, non tutti gli amici seppero resistere al contagio psichico denunciato da Eugen Ionescu. Cosa avviene quando si sbatte nella realtà e questa realtà si chiama Hitler, Mussolini, Stalin o Codreanu? Ci si apre allo spreco, al dispendio delle parole mortifere segnate dal loro potere di distruzione. Il sintomo, talvolta, parla e si ammanta di parole d’ordine, le parole della rinocerontite, e si assiste allo spettacolo di una trasformazione non solo linguistica, ma di una mutazione soprattutto antropologica. La parola, in questo caso, non è più vuoto parlante, desiderio, ma è pietra, metallo, arma contundente, violenza insensata.
Il delirio della rinocerontite parla con un certo linguaggio, testimonia dello smarrimento dell’uomo dove tutto è menzogna. Ma si pretende di vivere nella verità assoluta e incontrovertibile dei fatti.
Qui sta il potere distruttivo della parola. Questo mondo è diventato intollerabile perché le cose come sono non sembrano affatto soddisfacenti.
Allora c’è bisogno della risposta del sintomo che dia certezza. C’è bisogno dell’assoluto, dell’immortalità, del delirio, che garantiscano in un certo qual modo un piano sicuro di salvezza.
Questa è la vera follia della rinocerontite.
Basterebbe perciò rimanere logici fino alla fine per trovarvi un definitivo approdo.
Nessuna prevenzione è possibile dalla rinocerontite. Ogni parola in qualche modo contiene in sé il virus della rinocerontite quando la si vuole collocare nella cornice delirante della certezza, cioè fuori dalla domanda, dall’interrogazione critica permanente.
Non vi sono "antidoti" per questa malattia se non, forse, l’ascolto vigile di una parola all’altezza del cuore.
Grazie a tutti per l’attenzione.