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A orecchie tese

di Giovanni Rotiroti

Roland Barthes ricorda che non è più possibile definire "l'ascolto come un atto intenzionale di audizione (ascoltare significa voler sentire, in modo pienamente cosciente), attualmente gli si riconosce il potere, quasi la funzione, di esplorare terreni sconosciuti: nel campo dell'ascolto è incluso non solo l'inconscio, nel senso topico del termine, ma anche, se così si può dire, le sue forme laiche: l'implicito, l'indiretto, il supplementare, il differito. L'ascolto si apre a tutte le forme di polisemia, di sovradeterminazione, di sovrapposizione, disgregando la Legge che prescrive l'ascolto diretto, univoco. L'ascolto è stato per definizione, applicato; oggi gli si chiede piuttosto di lasciar manifestare". L'abilità di colui che pratica l'ascolto, l'analista, sarà quella di distinguere, differenziare ciò che si sente, si ode, da ciò che si ascolta. Alberto Zino scrive: "L'udito, ciò che viene udito, non è l'ascolto, anche se fra i due c'è dell'implicazione. Ciò che è considerato udibile, è l'unico modo di rendere transitivo l'ascolto, di soggettualizzarlo, di trovarne un autore. L'ascolto, in tal modo astratto dal vuoto che comporta, non può che con-fermare, a un tempo connettere e chiudere il conto."
In Francia un volumetto dal titolo A l'écoute di Jean-Luc Nancy (Galilée, 2002) riprende la questione dell'ascolto e punta sulla "confessione auricolare" connessa all'ontologia del segreto e della risonanza. Nell'ascolto avviene una "dissimetria" in cui il "sentire" neutralizzerebbe l'ascolto. Questa è la pratica più diffusa nella filosofia. Sembra che il filosofo non sia più capace di ascolto oppure abbia voluto sostituire all'ascolto "qualcosa che sarebbe piuttosto dell'ordine dell'intendere". Lo scritto di Nancy ha un notevole valore epistemico perché chiarisce, mette ordine e denuncia il peccato originale che la fenomenologia ha procurato all'ascolto. L'essere si manifesterebbe, appare come verità ultima nel fenomeno, in questo modo l'ascolto fenomenologico annullerebbe la risonanza di fondo, "l'eco della figura nuda nella profondità aperta". L'ascolto invece designerebbe il luogo dell'ascoltare in segreto, il potere della sorpresa in una conversazione o in una confessione. Ma quale segreto svelerebbe l'ascolto? La voce... Prestare l'orecchio significa ascoltare la voce, essere all'ascolto della voce, che risuona nel fondo abissale del linguaggio. È "una intensificazione e una cura, una curiosità o un'inquietudine" che mostra uno stato teso, attento, forse anche ansioso nella sua componente inconscia. Nancy non lo dice esplicitamente ma lo fa intendere. Ciò significa che l'ascolto non è una percezione come per il "sentire". Sentire significa comprendere, sentir dire o sentirsi parlare. In fondo al sentire è come se ci fosse una risonanza fondamentale, "una profondità prima o ultima di "senso" stesso (o della verità)". Sentire significa comprendere il senso. Ascoltare, invece, "è essere tesi verso un senso possibile, e quindi non immediatamente accessibile". In tale senso possibile si stabilisce una spaziatura che è quella dove abita il soggetto, meglio, il senso del soggetto stesso. E tale senso "consiste nel rinvio". La struttura del rinvio è il luogo del soggetto, il quale non è altro che la forma di questo rinvio. "Un soggetto si sente: è la sua proprietà e la sua definizione. Vale a dire che si ode, si vede, si tocca, si gusta, ecc. e si pensa o si rappresenta, si avvicina e si allontana da sé, e sempre così si sente sentire un "sé" che si sfugge o che si ritaglia" nel mondo, nell'altro. L'ascolto permetterebbe dunque un accesso a sé perché in esso il soggetto si rinvia e si invia in un continuo rilancio. Il sentire ha a che fare con la vista, mentre l'ascoltare con l'udito. Fra di essi non vi è reciprocità. Jacques Lacan l'aveva già argomentato in un certo modo. Il visivo, il fenomenologico è dell'ordine dell'immaginario, in quanto tendenzialmente mimetico, mentre in sonoro è dell'ordine simbolico perché partecipa dello scambio. Un altro aspetto fondamentale e costitutivo del soggetto è quello della temporalità, della scansione, del ritmo. Nicholas Abraham aveva dato un'indicazione importante alla costituzione ritmica del soggetto. Il tempo separa il soggetto dall'altro e dal mondo, ma anche da se stesso. Nella temporalità sonora il soggetto esercita il suo gioco facendo leva sul proprio limite, simula la sua oscillazione tra il fuori e il dentro che sono i bordi che contornano il senso stesso del suo stare al mondo. È come se il soggetto abitasse in un luogo sonoro ed egli divenisse soggetto nella misura in cui la sua voce vi risuona.La logica dell'ascolto fa appello a un'altra logica quindi, non quella della manifestazione, ma quella dell'evocazione, come nella musica. È un appello che invoca e convoca, come una spinta anticipando la sua venuta e trattenendo la sua dipartita.
L'ascolto dell'analista, rispetto a quella del filosofo, è un modo dell'ascoltare che non pretende di essere padrone del senso, della voce che svanisce. La voce si dilegua in una deriva ed è sempre una promessa, il suo vero prodursi viene dal silenzio. Si tratta dell'ascolto particolare di una voce che chiama in nome del silenzio. Essa dice molto poco, se non nulla, ma ci consente di ascoltarla se ad essa si tende l'orecchio. Essa ci concede il momento di uno stupore, una meraviglia e ci permette di considerare la parola come un evento che non si lascia avvolgere da un significato. Ciò che ci chiede, questa voce, è una sospensione, uno svuotamento che ci consenta di accoglierla come un'eco nella nostra disposizione soggettiva. Non è ascolto dell'ovvio, ma dell'estraneo che guadagna margine e spazio nel soffio di una parola; interrompe il tempo e irrompe nel flusso di pensiero, premendo e spingendo ad interrogarlo.
Il silenzio, in questa prospettiva non è privazione, ma una "disposizione alla risonanza", alla sua tensione, vibrazione, grido, appello, canto. Una disposizione profonda ad accogliere una enunciazione senza enunciato, "un'alterità da ciò che si dice" (Lacan): una voce.

Connesso al tema di Nancy, c'è il libro di Adriana Cavarero A più voci. Filosofia dell'espressione vocale (Feltrinelli, 2003) la quale contrappone la vocalità al sistema logocentrico della parola. Anche qui, sul banco degli accusati, siedono i filosofi che chiudono le orecchie alle voci. Il metodo della storia della filosofia, fedele "alla fenomenologia vocalica dell'unicità", "consiste nell'ascoltare la parola in quanto essa suona nelle pluralità delle voci di coloro che, ogni volta rivolgendosi all'altro, parlano. In un certo senso, questo secondo metodo funziona dunque anche come un rovesciamento, se non come una decostruzione, del primo. Sintonizzandosi sul registro fenomenologico dell'ascolto, esso indaga la parola dalla prospettiva della voce invece che da quella del linguaggio. La parola, intesa come parola che esce dalla bocca di qualcuno, più che essere il luogo verbale dell'espressione, è infatti il punto di tensione fra l'unicità della voce e il sistema del linguaggio. Privilegiare l'uno o l'altro polo cambia radicalmente gli assi interpretativi del quadro teorico. Apparentemente, si tratta di un gesto facile, di un semplice rovesciamento di prospettiva, ma l'ampio ventaglio degli studi contemporanei sulla voce testimoniano che le cose stanno altrimenti. Anche tematizzare la voce in quanto voce o, se si vuole, la "vocalità", non garantisce alcuna restituzione di senso al fenomeno dell'unicità vocalica se non si ha l'accortezza e la pazienza di abbattere il filtro metafisico che da millenni blocca l'ascolto. Oltre a rivendicare un'indipendenza dell'ordine vocale rispetto al linguaggio, si tratta dunque di protocollare le strategie che consentono al polo del linguaggio o, meglio, alla sua assolutizzazione, di neutralizzare quella pluralità delle voci che costituisce l'altro polo della parola. Detto altrimenti, il proprio della voce non sta nel puro suono, sta piuttosto nell'unicità relazionale di un'emissione fonica che, lungi dal contraddirlo, annuncia e porta a destinazione il fatto specificamente umano della parola". L'attacco è rivolto a Jacques Derrida, ovviamente, perché col suo gesto ingabbia la voce nel fonocentrismo fenomenologico scoraggiando la potenza antimetafisica della pluralità delle voci, lo si rimprovera per non aver aperto per la voce "un orizzonte di relazione piuttosto che di autoaffezione, di polifonia piuttosto che di monologia. Si aprirebbe però anche un varco dove la voce si fa sentire come vibrazione di una gola di carne che annuncia l'unicità di chi la emette invocandone un'altra nella risonanza. Per quanto i metafisici, e Derrida con loro, fingano di ignorarlo, precisamente questa è la vita, sempre fragile e singolare, che si comunica nella voce. Basta porsi in un'intenzione d'ascolto che, con tutta evidenza, forse perché concentrati sul lavoro silenzioso e solitario della scrittura, i filosofi rifuggono".
È vero che la "voce è il modo con cui l'unicità, squisitamente umana, sprigiona la sua essenza", ma si corre nuovamente il rischio di uscire dalla fenomenologia, per ricadervi più corposamente. Questa voce "radicata nella carnalità dei corpi", al di fuori della parola o come eccedenza della parola, soffoca le altre voci, ci fa ammutolire, non consente l'accesso soggettivo al simbolico e fa ripiombare di nuovo l'essere umano nel regno animale senza parole né scambio, privandolo dunque della possibilità di testimoniare eticamente la mortalità e la finitudine (tragica) della propria soggettivazione.
Partendo da Artaud, Deleuze insegnava che bisogna trattare i corpi "senza organi", prima di ogni distinzione di spazio o di funzione di risonanza, trattare i corpi come anima nel senso di strumenti (musicali) che trasmettono vibrazioni, note, vocali e consonanti. A partire da qui si dà del soggetto, del corpo, che vibra per l'ascolto, risuona come un'eco. Il corpo va fatto suonare, è lì la risonanza soggettiva che si apre al gioco delle parole in un continuo altalenare, come insegna la psicanalisi, in un gioco che teoricamente non ha mai fine. Lo scrivere, l'"archiscrittura" come la intende Derrida, non è altro che far risuonare il senso al di là della significazione, al di là del senso stesso. Il soggetto ascoltando la propria voce si trova e trovandosi si allontana da sé. In questo gioco egli scrive il suo testo non essendo né lo stesso né diverso da quello che era prima. La scrittura in questo senso è voce molteplice che risuona e la sua analisi ha a che fare con il ritmo della sua temporalità. Ogni ethos che riguardi il carattere del soggetto parte da qui, se vuole sopravvivere alla sua fine e all'abbandono anche da parte della filosofia.

Leggendo Jean-Luc Nancy e Adriana Cavarero.

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