L'ipotesi dell'origine evolutiva del linguaggio
di Riccardo Simoni (2002)
L'acquisizione del linguaggio, il coerente sistema delle sue strutture e leggi interne, e
la realizzazione di opere simboliche artistiche sono considerati come i tratti
qualificanti delle straordinarie abilità cognitive che distinguono gli esseri umani da
tutti gli altri animali.
Alla luce di ciò è facile pensare che un risultato così straordinario deve essere
l'espressione ultima di un lungo e graduale processo di miglioramento e potenziamento.
Come potrebbe tutto ciò essere accaduto per caso? Se tutto è frutto dell'evoluzione,
allora sembra di poter interpretare il linguaggio come la vetta massima di un processo che
deve aver funzionato a lungo e intensamente per rifinire e perfezionare la nostra specie.
Eppure, l'evoluzione non opera in modo continuo, ma per salti (Natura facit saltus): la
selezione naturale non è -e non può essere - un processo finalistico in sé. La
selezione naturale può solo promuovere (premio selettivo) o eliminare le novità proposte
dai cambiamenti genetici casuali che si generano spontaneamente e fisiologicamente nel
DNA. Tali cambiamenti sono la capacità di base del genoma che si cimenta con l'ambiente e
con esso interagisce. Il DNA è informazione prodotta da un sistema a generazione
spontanea che l'ambiente seleziona e salva nelle sue parti funzionali. La sopravvivenza di
gruppi di individui biologici che persisteranno nell'ambiente stesso, almeno fino a che
non si verificheranno cambiamenti catastrofici nel senso di von Bertallanfy, sarà l'esito
del processo selettivo stesso.
L'evoluzione può essere descritta come opportunistica: essa semplicemente sfrutta o
respinge le possibilità che si presentano; e a loro volta queste stesse possibilità
possono essere favorevoli o sfavorevoli, a seconda delle circostanze ambientali. Non vi è
nulla di intrinsecamente direzionale o inevitabile in questo processo. Esso può
tranquillamente invertirsi ogni volta che l'ambiente cambia.
La lezione forse più importante che possiamo trarre da ciò che sappiamo sulle nostre
origini riguarda il significato di ciò che in anni recenti è stato definito sempre più
spesso come "esaptazione" ( dal latino ex aptum: prendere ciò che serve, che è
adattativo). Con questo termine si definisce un concetto biologico che serve per definire
quei caratteri che insorgono in un contesto per poi essere sfruttati in un altro, o il
processo con il quale simili novità vengono adottate negli organismi viventi.
Il classico esempio di processo esaptativo, che diventa processo adattativo, è fornito
dalle penne degli uccelli. La penna è una struttura essenziale per il volo (ovviamente
insieme alle ossa cave , al cervelletto, ai grandi muscoli pettorali eccetera). La penna
è una modificazione del pelo, che è un annesso cutaneo, e milioni di anni prima che si
sviluppasse la capacità (e la necessità) di volare, le piume e le penne (ancor più
specializzate e più rigide ), venivano usate semplicemente come isolanti termici. Le
nostre tanto decantate capacità cognitive potrebbero essersi originate come le penne
degli uccelli: un'acquisizione insorta in un contesto prima di essere sfruttata in un
altro.
Esaminiamo più da vicino questa ipotesi partendo dalle origini della storia
dell'umanità.
I primi Homo sapiens sapiens delle cultura di Cro-Magnon arrivarono in Europa circa 40.000
anni fa dal centro Africa, in Kenia dove vi sono i più cospicui e importanti ritrovamenti
di ominidi. Essi portarono con sé più o meno l'intera gamma di comportamenti che
distingue gli esseri umani moderni da ogni altra specie mai esistita. Scultura, incisione,
pittura, ornamento del corpo, musica, notazione aritmetica, raffinata conoscenza dei
materiali, elaborati rituali funebri, minuta decorazione di oggetti utilitari, tutto ciò
era parte del sapere dei primi Homo sapiens sapiens, come documentano anche molti siti
europei anteriori a 30.000 anni fa.
Chiaramente, tutto ciò che accomuna questi comportamenti è il fatto che tutti hanno come
presupposto l'acquisizione di processi cognitivi simbolici. Era entrata in scena una
categoria di essere vivente completamente nuova, che rapidamente riuscì a soppiantare,
dopo un periodo di convivenza, la specie di Homo sapiens neandertaliensis che preesisteva
già da almeno 100.000 anni.
Spiegare questo fenomeno straordinario è il problema più interessante e più elusivo di
tutta la biologia, anche perché sembra non esservi alcuna correlazione tra il
raggiungimento della modernità cognitivo-comportamentale e quello della modernità
anatomica (volume e anatomia del cranio e del suo contenuto sono sostanzialmente
sovrapponibili). In realtà è interessante notare che solo quando apparvero tecniche di
lavorazione della pietra equivalenti a quelle dei Cro-Magnon di circa 45.000 anni fa, i
neandertaliani cedettero il possesso della regione europea. E fu quasi certamente
l'adozione di processi cognitivi simbolici e della tecnica ciò che diede agli esseri
umani moderni il vantaggio finale (e, per i neandertaliani, fatale) sulla specie. Quindi,
la comparsa di Homo sapiens anatomicamente moderni sembra aver anticipato notevolmente
l'arrivo di esseri umani moderni soprattutto dal punto di vista comportamentale.
Cervello e innovazione: la parola
Il cervello negli ultimi due milioni di anni aveva raggiunto le proporzioni
attuali, passando dagli iniziali 500 -600 cc. di volume agli attuali 2.000-2.200-cc..
L'Homo sapiens neandertaliensis era dotato di un cervello grande quanto il nostro, anche
se la forma del cranio era diversa per una accentuazione maggiore dei tori orbitali e
occipitali. Dalle testimonianze archeologiche assai differenti che essi lasciarono si sa
che i neandertaliani e i Cro-Magnon si comportavano in maniera assai diversa. Gli
specialisti di evoluzione del cervello umano hanno difficoltà a identificare qualche
carattere della superficie esterna del cervello, fra quelli rilevati dai calchi
dell'interno della scatola cranica, che possa di per sé indicare differenze funzionali
importanti fra il cervello dei neandertaliani e quello degli Homo sapiens moderni. La
stessa cosa vale anche per il cervello dei predecessori immediati degli Homo sapiens
neandertaliensis, la cui cultura e modo di vita erano simili a quello dei neandertaliani
stessi. Quindi, individui anatomicamente simili a quelli moderni erano da moltissimo tempo
già attivi e precedono di almeno 100.000 anni l'arrivo di esseri umani moderni dal punto
di vista comportamentale. Ma benché questa idea possa apparire controintuitiva (non
sarebbe più plausibile"spiegare" l'arrivo di un nuovo tipo di comportamento con
quello di un nuovo ominide ?), in realtà è molto sensata. Infatti, dove possono
consolidarsi le innovazioni comportamentali, se non in seno a una specie preesistente?
Chiaramente, quindi, non possiamo attribuire l'avvento delle capacità cognitive
semplicemente al lento perfezionamento del cervello nel tempo. Accadde qualcosa di diverso
da un potenziamento fisico del meccanismo cognitivo: da tempo era esistente un HARD-WARE
adeguato e sufficiente, l'innovazione sta in un nuovo SOFT-WARE, in un nuovo sistema
operativo che fa funzionare meglio un cervello con spazi di memoria già sufficientemente
estesi e capienti. La configurazione cerebrale risultava notevolmente uniforme per tutti i
primati superiori da almeno 150.000-200.000 anni e la massa neurale continuava a
comportarsi in modo tradizionale. Le basi necessarie per l'adozione di processi cognitivi
moderni erano già state biologicamente gettate; e il grande passo non consisteva più
nell'aggiunta di un po' di materiale neurale. Inoltre l'uomo aveva un apparato vocale che
poteva produrre i suoni del linguaggio articolato oltre 500.000 anni prima che i nostri
progenitori lo sfruttassero realmente.
Il cervello esaptato genera il linguaggio:
Come si è visto, la selezione naturale di per sé non genera nulla, può invece
sfruttare ciò che esiste già. Nell'emergere del pensiero simbolico e della sua
rappresentazione fonetica non c'è traccia di quel processo lento che ci si aspetterebbe
nell'ambito della selezione darwiniana. Deve essere accaduto, invece, che dopo un periodo
di espansione e riorganizzazione casuale del cervello nella discendenza umana, qualcosa
abbia preparato il terreno all'acquisizione del linguaggio. Questa innovazione deve essere
dipesa dal fenomeno dell'emergenza (o interazionismo di Popper) tramite il quale una
combinazione di elementi preesistenti genera un risultato inaspettato e non prevedibile
sulla base dei presupposti. Un esempio classico di questo fenomeno di base della natura è
l'acqua: la sue caratteristiche non possono essere previste a partire da quelle dei suoi
costituenti, idrogeno e ossigeno. La combinazione di questi ingredienti dà origine a
qualcosa di nuovo, che può essere visto solo a posteriori. Con l'esaptazione, l'emergenza
rappresenta un potente meccanismo del processo evolutivo, ed è la forza che spinge verso
l'innovazione.
Nel caso del potenziale linguistico dobbiamo supporre, data la sua innata presenza negli
uomini attuali, che inizialmente in una popolazione sia avvenuto un cambiamento neurale.
In termini genetici,era probabilmente un mutamento non molto rilevante, che non aveva
nulla a che fare con l'adattamento in senso classico. Poiché nella prima infanzia il
cervello si struttura con la creazione e il consolidamento di vie neuronali preferenziali,
che si consolidano in vie specifiche a partire da masse indifferenziate di connessioni
neuronali, è possibile che questo evento sia stato non genetico bensì epigenetico,
dipendente da stimoli legati allo sviluppo . Infatti il numero maggiore di neuroni nel
nostro cervello è raggiunto in epoca molto precoce, al sesto mese di vita intrauterina.
In questa epoca abbiamo la concentrazione di ben 400.000 neuroni per centimetro cubo, che
stanno tra loro in interconnessione. Al passaggio di stimoli elettrici, soprattutto se
ripetuti, il segnale si propaga da neurone a neurone seguendo certe vie preferenziali
piuttosto che altre. Dopo un certo tempo, le cellule neuronali che lavorano di più
perché spesso chiamate a trasmettere lo stimolo elettrico, vanno in ipertrofia e crescono
mantenendo la funzione, mentre i neuroni scarsamente chiamati a lavorare o addirittura
esclusi dalle vie preferenziali dello stimolo, degenerano e muoiono. Alla nascita infatti
la popolazione neuronale si è ridotta al numero normale di 150.000 neuroni per centimetro
cubo e, in genere , resta stabile per buona parte della vita. Il primo stimolo recepito
dal Sistema Nervoso Centrale sembra essere la Gravità, che , sebbene attutita dal
galleggiamento del feto nel liquido amniotico, è avvertita in modo continuo dai recettori
periferici e informa la rete neurale con continui e ripetuti input, selezionando i primi
circuiti neuronali cerebrali. Tali circuiti si stabilizzano e entrano in connessione con
neuroni efferenti adibiti a rispondere con un output, e si cominciano a verificare i primi
movimenti antigravitari di risposta quando un neurone motorio mette in moto un muscolo,
effettore periferico. Il bambino inizia così a "tirare calci" nel ventre
materno. La stessa epigenesi avviene per tutti gli altri stimoli sensitivi, e perdura a
lungo anche dopo la nascita e permette alla razza umana di fissare molte informazioni
prima che la maturazione del cervello si compia. Gli stimoli, quindi,
"scolpiscono" una rete tridimensionale di neuroni che diventano sempre più atti
a condurre lo stimolo stesso; anche la selezione opera nelle popolazioni di neuroni una
selezione darwiniana. In realtà oggi sappiamo che il nostro cervello mantiene a lungo la
capacità di fissare le informazioni grazie a una "plasticità" neuronale
spiccata. La nostra capacità di memoria consiste infatti nella quantità possibile di
connessioni sinaptiche attive tra neuroni diversi e il grado di trofismo e quindi di
allenamento e esercizio a cui sono sottoposte.
L'acquisizione del linguaggio da parte dei bambini è dunque un esempio classico di
epigenesi e avviene nel modo in cui si è tentato di spiegare. Ritornando al nostro
argomento su come si sia sviluppato il potenziale linguistico già insito non solo negli
ominidi, ma anche negli animali come "protolinguaggio", è suggestiva l'ipotesi
avanzata da Jan Tattersall: una forma iniziale di linguaggio può essere stata inventata
dai bambini. Dato che il cervello non è una struttura statica, ma una entità dinamica
che si riorganizza durante lo sviluppo (e, in presenza di stimoli appropriati, per tutta
la vita ), non è implausibile che un precursore del linguaggio sia nato da un gruppo di
bambini durante il gioco. Un simile prelinguaggio poteva comprendere parole,-suoni-,
legate tra loro con significato adattattivo. È difficile immaginare che, compiuta questa
invenzione, la società potesse non adottarla (Su un'isola del Giappone alcuni ricercatori
avevano cominciato a nutrire con del riso un gruppo di macachi che vivevano presso una
spiaggia. Parte del riso finiva nella sabbia e dopo che i maschi dominanti e le femmine si
erano nutriti, ai giovani macachi non restava altro che consolarsi mangiando i chicchi
caduti a terra raccogliendoli faticosamente e pazientemente uno a uno per potersi nutrire.
Fino a che un giorno un giovane macaco che per gioco aveva gettato in acqua una manciata
di sabbia e riso mentre litigava con altri giovani, si accorse che il riso galleggiava
sull'acqua e la sabbia andava a fondo. Capì che non gli restava altro che raccogliere col
cavo della mano il riso galleggiante e nutrirsi a volontà. Occorse un po' di tempo
perché gli adulti seguissero l'esempio, prima le femmine e poi i maschi dominanti. Senza
dubbio alcuni tra i maschi anziani e più dominanti non si degnarono mai di adottare
questo comportamento preferendo la familiare sabbia tra i denti: ma una buona idea è una
buona idea, ed è difficile che , nel caso del linguaggio, una volta sviluppato il
concetto di associare parole a oggetti concreti o a oggetti astratti o idee, non si sia
diffuso molto rapidamente in tutte le società).
La transizione, tuttavia, da uno stile di vita non linguistico a uno linguistico
comportava un enorme balzo cognitivo e tecnico. L'aggiunta della sintassi è stata
successiva e necessaria al sistema stesso e resa inevitabile dall'avvento delle
associazioni parola-oggetto. Una progressione in un solo stadio, dall'assenza del
linguaggio al linguaggio articolato, sembra piuttosto implausibile. Un processo a più
stadi rispecchierebbe meglio il modo in cui i bambini acquisiscono il linguaggio, con il
vocabolario che si sviluppa per primo, mentre la sintassi e poi la strutturazione della
frase compaiono dall'età di due anni in poi.
Dopo essersi originato il linguaggio cambiò parecchio nel destino degli umani,
cominciarono ad articolarsi le lingue sempre più complesse e diversificate. Ma la
struttura del linguaggio, indipendentemente dalla cultura, è dovuta al fatto che le sue
basi fondamentali (biologiche) erano già presenti nella specie prima dell'avvento del
linguaggio stesso.