Per quanto tu ragioni
di Mario Ajazzi Mancini
"Per quanto tu ragioni c'è sempre un topo - un fiore - a scombinare la logica" (Giorgio Caproni)
Anche questo mese, per motivi che esulano la giustificazione, presento il lavoro di un
amico - l'amicizia, si sa, ultimo ed esile baluardo, non sprechiamolo, all'insulsaggine di
un vivere appiattito da chiacchiere ordinarie. Conosco Luciano Buricchi da molti anni. Da
quando è venuto ad abitare vicino a me. L'ho sentito spesso parlare dei manicomi toscani
(da San Salvi a Montelupo, per intendersi), della sua militanza ante litteram in favore di
una nuova pratica - con una passione per il racconto che adesso è confluita, tramite
l'esperienza giornaliera dell'annotazione, in una scrittura che vedo giungere, tanto
inattesa quanto benvenuta.
Infermiere psichiatrico dal 1973, Luciano ha attraversato con passo caparbio, e ancora
fresco, la svolta basagliana, ha guardato passare le più svariate azioni terapeutiche e
riabilitative, ha conosciuto i reparti più bui e le vicende più sconsolate. Si è
commosso ed ha registrato, senza fingere. Quando ha appreso l'arte, con la fatica della
consuetudine, si è ravvisato narratore, cominciando, con mossa epistemica, a parlare di
se, di quanto ha riscontrato e saputo, per cogliere, se mai ve n'è una, quel poco di
verità che consola le anime candide...
Al fondo, nient'altro che storie, storie di storie. Al fondo di se stessi non si trova che
l'ignoranza, l'arcano dell'identità... Ed è qui che arriva la parola, se le consentiamo
di sorprenderci, bene detta certo, ma anche e sempre potenziale, in attesa, perché un
fattorino meno sventato la sappia consegnare. Non importa a chi.
Di questa parola/lettera - mi è parso di coglierne il tracciato nel libro - ho cercato di
dire, rispondendo all'invito di una "prefazione" (non saprei come chiamarla) che
Luciano, alle perse credo, mi ha rivolto, abbandonato da testimoni molto più diretti di
me, e molto più restii. L'ho fatta col cuore - si può ancora dir così? Ne pubblico uno
stralcio, per invogliare ed invitare il lettore. Non s'attenda più di quanto posso
dargli, che è un granello di leggerezza, in una vicenda tanto seria quanto inconclusa.
In forma epistolare...
A Luciano e ai suoi Brutti Angeli del manicomio
"Talvolta la nostra vita pare scandita da un'attesa. Dall'attesa di una lettera che
è stata spedita - dal caso, forse, dagli dei - e non ancora recapitata. Una lettera en
souffrance. Che aspetta anch'essa. Aspetta la determinazione immutata di un portalettere,
meno distratto. Capace di trovarci, dovunque siamo. A qualsiasi ora, giorno, mese o anno
del nostro, spesso ingiustificato, esser qui. A destinazione, finalmente - mittente
sconosciuto. Ma non senza sconquasso, soprassalto. Perché le cose cambiano, impreviste.
Il possibile, dopo essere stato reale, si declina al futuro. Ed è come un'esigenza. Che
salda a noi e scrive con noi una massa sterminata di fatti, accadimenti, percezioni,
pensieri sfuggiti al catalogo, all'archivio; a quelle schede o cartelle che le dita del
ricordo possono scorrere rapide e richiamare. Ora come allora.
Quando arriva, ci affida un compito - ci chiama - assieme all'onore di sostenerlo. Che il
perduto, il dimenticato non affondi, ma resti con noi, in noi indimenticabile; e per
questo ancora possibile. Non tanto perché si restauri una memoria, quanto perché, nel
momento in cui la riceviamo, rende visibile la traccia di una diversa vicenda che ci
appartiene, e che è la nostra, come la vita che abbiamo vissuto, che vivremo domani -
nostra ed unica, a futura testimonianza.
A Luciano, la lettera è stata consegnata nel 1973, l'11 di settembre - il destino [adesso
ci pare] beffardo. E gli ha rivelato un luogo. Un luogo che c'era, da sempre. Immutabile.
Prima che la nuova storia compisse l'opera. Il manicomio Vincenzo Chiarugi, in via San
Salvi n°12, a Firenze.
[...] Facciamo quasi fatica a rammentare quale spauracchio sia stato. Cosa abbia
significato quel nome - San Salvi. [...]. Troppe svolte, senza revoca. Convegni e libri, a
celebrarle. Giustamente. Ma un topolino, un fiore, un altro libro... Forse.
Eppure, a quei tempi, non troppo lontani in verità, la faccenda era seria. Come? A San
Salvi? Ma scherzi... Ci voleva poco per evocare lo spettro della reclusione senza ritorno.
[...]; perché là ci stanno solo i matti, i mentecatti, quelli che, "presi nella
mente", hanno perso la ragione. E allora di ragione ce n'era abbastanza, in giro,
senza tema di smentita.
Di cambiar le cose, neanche a parlarne. [...]. Prima di arrivare ad una psicofarmacologia
che sostituisse le strozzine, le camicie di forza, ad una riorganizzazione territoriale
[...], a dei progetti terapeutici che contemplassero il recupero, per non palare della
prevenzione.
Psichiatria non ancora psicodinamica, nei casi più fortunati attenta alla virata
fenomenologica che avrebbe consentito di ripensare l'intero discorso del grande
internamento.
Nel libro di Luciano, di questi eventi a venire, solo qualche premonizione. La percezione
di un fervore, direi, piuttosto che un pensiero organizzato - a dispetto di quelle
letture, mandate giù come capita, sulla scorta dell'entusiasmo, di quella curiosità che
l'incontro con San Salvi - non si è mai preparati, la lettera colpisce all'improvviso -
può infiammare in un ragazzotto idealista - guerrigliero urbano dalla folta capigliatura
- che sembra aver smarrito tutto, tranne la fiducia nel cambiamento [...].
Il manicomio si configura qui come un luogo epistemico. Dall'incertezza dell'impatto,
dello sconcerto iniziale alla determinazione di una scelta. Progetti e programmi. Per sé
e per gli altri. Singolare e plurale, in linea con lo spirito del tempo. Perché sovente i
sentimenti impastano il desiderio; e la certezza è solo quella che negli occhi
"teneri, ingenui, insofferenti, irragionevoli" brilli una scintilla di
giustizia. Troppo poco, probabilmente, per cantar vittoria. Sufficiente per rompere
l'incanto, mollare i sogni, per trovarne ed inseguirne di nuovi.
L'esperienza s'intreccia alla scrittura. Con parsimonia, con rispetto. E con un mirabile
candore che può anche far sorridere, se non se ne afferra il senso di civiltà che
l'anima, e che si consegna alla lettura con arrendevole sincerità.
Anche quel poco di artificio che impronta queste pagine - le peste, i piedi dolci del
metronomo Aldo, lo spudorato Arringatore, il taccuino dalla copertina nera, dove si
registrano i sussulti di quel primo mese [...], il cerimonioso rituale della memoria,
della rievocazione che tenta di modellarsi sul tempo fermo del manicomio, costruendo, in
parallelo, la solitudine di un'annotazione, altrettanto circolare - si deposita [...]
nell'attestazione di un pathos, di uno stupore che coglie quando si fa comunque i conti
con la scrittura - che è appello, invito, dono e disincanto.
La lettera che arriva somiglia a quella mai inviata al giovane poeta - grazie per quel
Rilke. Nella bettola di San Frediano si suggella la scoperta di qualcosa che Luciano
considera autentico e proprio; e che tuttavia sfugge sempre, perché fa cenno verso
un'altra vicenda di parole, verso altre vite che non si riducono al dato biografico, e
che, illuminate dalla nostra, legate alla nostra, si rivelano indimenticabili, perché
perdute e di nuovo possibili".
Luciano Bricchi, Dovevate vederli, LoGisma editore 2003.
Il libro esce con il patrocinio della Regione Toscana.
L'editore ne fa promozione offrendo il volume al 30% di sconto, 7 invece di
10, prenotandolo all'indirizzo elettronico logisma@tin.it, oppure contattando www.logisma.it