Ricevo da Dino Perroni un testo in risposta alle "parole per Chiara", lo
copio in questo messaggio, a favore di tutti i partecipanti, con la speranza di aprire un
dibattito...
Mario
Caro Mario,
approfitto della vacanza domenicale per ringraziarti delle "Parole a Chiara",
testo che ho apprezzato ed al quale, in uno spirito probabilmente analogo a quello che
anima il tuo scritto, aggiungo qualche 'amplificazione' personale.
La famiglia di mia madre, la mia famiglia quindi, ha perso ad Auschwitz alcuni suoi
componenti. Tre di essi sono stati sterminati dai nazisti in condizioni che ho sempre
ritenuto tra le più abiette manifestazioni del male. Per due di loro, la morte ha
concluso un periodo durante il quale, inseriti in una delle famigerate 'orchestrine'
allestite a fini di occultamento propagandistico, hanno assistito impotenti all'abuso di
un talento musicale perpetrato dai signori del campo. Per un altro, la fine è intervenuta
allorché parte della gerarchia interna, che ne aveva forzosamente ottenuto prestazioni
omosessuali, ha deciso di eliminare una testimonianza non più gradita.
Ad Auschwitz non sono mai stato in visita. Entrai a Mauthausen solo quando, già
grandicello, mio padre -formalmente cattolico, sostanzialmente ateo, antifascista di
estrazione liberale- volle che io aprissi gli occhi ed io volli dimostrare a lui che ce
l'avrei fatta a tenerli aperti.
Da allora ho molto letto, molto visto e molto sentito sulla Shoa (ma non da mia madre, la
quale fino alla fine dei suoi giorni non è mai riuscita a completare neppure un discorso
sui suoi scomparsi senza prorompere in pianti interminabili, in sofferenze visibili).
Pochi mesi fa' sono tornato a Gerusalemme. L'unico 'museo' nel quale ho sentito il
desiderio di reimmergermi è stato Yad Vashem, museo della Memoria e più importante
centro di documentazione mondiale sull'antisemitismo nella storia e nell'attualità.
Yad Vashem, da Yad Ve-Hashem, in ebraico significa "la mano ed il nome" ed è
espressione antichissima con la quale veniva indicato il luogo di un altare, di un
santuario nel quale la presenza divina (nel Nome) si rendeva evocabile, invocabile e, nel
contempo, fattuale (nella Mano): sensibile e terribile, cioè.
Se non l'hai già visitato, ti dico che esso consiste in un certo numero di edifici (sedi
di mostre, esposizioni tematiche, biblioteche, spazi convegnistici, sezioni didattiche,
unità informatizzate), di itinerari evocativi (tra i quali il famoso viale dei Giusti) e
di monumenti altamente suggestivi, disseminati nel silenzio di un'intera collina boscosa e
lussureggiante.
Tra i monumenti, elevato sulla vegetazione, spicca un grande ponte totalmente proteso nel
vuoto e percorso da due rotaie. Al cui fondo, visibile quindi al visitatore ma anche a
quei cittadini che ne accolgano la metafora in lontananza da altre zone della città,
staziona un vagone piombato originale (uno di quei carri che trasportavano ad Auschwitz
quelle che già erano le vittime del sistema concentrazionario): dono di Lech Walesa in
una sua visita a Gerusalemme.
Mi è stato raccontato che qualche anno fa', all'atto della costruzione di quel ponte e
della esposizione del vagone, un'anziana donna -sopravvissuta ad Auschwitz ed abitante in
un quartiere residenziale su una collina prospiciente (Gerusalemme si stende su diverse
colline, come Roma)- ha intentato causa alla Fondazione del museo pretendendo la rimozione
del monumento perché, in quanto sopravvissuta, non avrebbe voluto vedere riproporsi ogni
mattina la testimonianza angosciante della sua deportazione. Mi è stato raccontato che ha
perso la causa e che è stata costretta, dai suoi ricordi, a traslocare altrove: in cuor
mio, ne sono stato contento.
Mentre mi veniva raccontata questa storia, infatti, mi trovavo su una terrazza dalla quale
si godeva il panorama incomparabile di una città splendida, dalle cupole d'oro e dai
tanti campanili, dalle case tutte (per normativa comunale) di pietra rosa, spalleggiate da
minareti svettanti (da dove proveniva l'eco litanica delle preghiere dei muezzin),
affogate nei giardini. Mentre mi veniva raccontata questa storia lo sguardo correva anche
lungo i pendii verdi della collina sulla quale ero, resi fertili nella siccità
mediorientale -pensavo ammirato- da quel sistema irrigatorio flessibile e "a
gocce" tanto diffuso nei giardini di tutto il mondo, inventato in Israele da Yoel De
Malach, agronomo italiano scampato alla deportazione ed emigrato nell'allora
indifferenziata Palestina.
Di ritorno dal viaggio a Gerusalemme, ho ripreso a riflettere sull'ombra di Auschwitz; ho
ripensato a quel giorno a Yad Vashem, a Mauthausen, a mia madre e a mio padre, agli studi
e al resto. E francamente non ho potuto che vedere confermarsi le opinioni faticosamente
'conquistate' nel corso degli anni. Quelle che, pur considerando la Shoah non un semplice
'incidente' della storia, leggono non nella Catastrofe (non in Auschwitz, cioè), ma
nell'Idea di Israele (in quanto popolo, più che in quanto Stato), nell'idea messianica,
cioè, ciò che occupa la centralità del percorso socioculturale (non esclusivamente
religioso) ebraico.
So che la problematica è oggetto di importanti e contrastate posizioni filosofiche e
letterarie che in gran parte conosco (mitteleuropee, francesi, americane, israeliane e non
solo ebraiche) e che hanno animato e continuano ad animare i dibattiti culturali succeduti
alla Catastrofe (Shoah).
Dal mio punto di vista, però, non posso non notare che in fondo, il canto struggente
sulla bocca di chi si avviava ai crematori di Auschwitz era proprio quel bevìat
hamascìach (verrà il messia) di cui ciascuno poteva dire anì m'aamim (ne sono certo) !
Dal mio punto di vista, psicologico-analitico infine, non posso non osservare come
l'archètipo del Sé di cui il pensiero junghiano si è lungamente occupato,
metaforizzandolo nell'immagine del Cristo, trovi le sue radici nel senso di trasformazione
perennemente rigenerante propria dell'idea messianica, assai più che nella sofferenza,
organica al suo stesso paradigma.