La persuasione
di Riccardo Cardazzo (2002)
Introduzione
Fin dall'inizio dell'evoluzione gli esseri viventi hanno sempre avuto la
necessità di comunicare fra loro. Essenzialmente, la ragione principale è riconducibile
al perpetuare della specie, così in molti casi si può parlare soltanto di comunicazione
di tipo chimico, fra esseri appartenenti allo stesso regno e alla stessa specie. Quando
però si iniziano a prendere in esame gli appartenenti al regno animale, in particolare le
specie più evolute, si può iniziare a parlare di comunicazione attraverso codici
complessi, che, pur non essendo ancora veri e propri linguaggi, permettono di trasmettere
vari tipi di messaggio, dai segnali di pericolo ai rituali di corteggiamento, alle prime
rudimentali regole di convivenza sociale.
Nell'uomo l'esigenza del linguaggio è stata una delle questioni centrali per la
sopravvivenza, per potersi organizzare contro eventuali pericoli, per poter instaurare le
prime relazioni sociali, per poter trasmettere alle generazioni successive le conoscenze
fino a quel momento acquisite.
In ultima analisi, il comunicare sottintende una trasmissione di informazioni di vario
tipo, informazioni che possono riguardare fatti, pensieri, stati d'animo, istruzioni,
codici, e via dicendo. Quindi, l'esigenza di trasmettere queste informazioni è
riconducibile alla necessità di soddisfare dei bisogni, da quelli primari, fisiologici,
che riguardano la sopravvivenza organica e della specie (e questa esigenza appartiene
senz'altro a tutte le specie viventi: la fame, la sete, il freddo, la sicurezza), a quelli
secondari, di natura sociale e psichica.
Quando nell'uomo si sono consolidate le basi riguardanti i bisogni di sopravvivenza
fisiologica, entra in gioco la seconda serie di bisogni, quella che riguarda la
sopravvivenza psicologica dell'individuo, cioè i bisogni sociali, di appartenenza (essere
accettati da un gruppo), e i bisogni dell'Io, ovvero lo status, il potere (considerazione
e riconoscimento da parte degli altri).
Se è vero che per gli individui più primitivi lo status è connesso alle qualità di
forza fisica e di sprezzo del pericolo, è altrettanto vero che nella società moderna
questi bisogni vengono soddisfatti anche da altri valori, che possono andare dal possesso
di un titolo, al denaro, alla bellezza fisica, all'importanza sociale, all'autorevolezza.
È proprio in questo quadro che si è sviluppata l'esigenza di poter influenzare, se non
addirittura pilotare, la risposta dell'interlocutore all'emissione del messaggio. Quando
alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento
del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata al
soddisfacimento del bisogno stesso, è iniziata, nella storia dell'evoluzione umana, la
ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinate, in
altre parole, la persuasione.
La persuasione
Ma cos'è in realtà la persuasione? Dietro questo interrogativo si possono
celare innumerevoli risposte, ma solo alcune di queste possono essere accettate.
Mettiamo il caso di un neonato che piange perché ha fame. La madre nella stanza accanto
lo sente piangere ed accorre per allattarlo. In questo caso non si tratta di persuasione
perché il bimbo tende al soddisfacimento di un bisogno primario. Altra sarà la
situazione in cui, più avanti negli anni, il bambino farà i capricci per ottenere
l'acquisto di un giocattolo o di una leccornia, ma ancora non si può parlare di
persuasione. Questi due esempi non calzano ancora alla definizione di persuasione perché
in essi mancano gli elementi fondamentali al riconoscimento della stessa. Innanzi tutto
nel primo caso non c'è una manifestazione di volontà nell'azione del pianto, anche se la
risposta della madre sembra far pensare ad una reazione all'azione persuasiva. Nel secondo
caso, invece, se nella richiesta c'è una manifesta volontà, la risposta ottenuta non
arriva come risultato di una persuasione, ma come reazione ad una violenza psicologica (ed
acustica!) prodotta dall'insistenza del bambino sul genitore.
Se generalmente la persuasione viene vista come un artificio subdolo, essa può benissimo
essere vista anche da un lato più accettabile. Nel suo libro L'arte di persuadere,
Massimo Piattelli Palmarini propone un'accezione non negativa della persuasione. Egli
sostiene che "quando una volontà, un'intenzione, una credenza, o una decisione,
devono trasferirsi da una mente a un'altra, allora si devono innescare, sul momento
stesso, moti convergenti nell'una e nell'altra", e da qui prende lo spunto per
affermare che "per sua natura intima, l'arte della persuasione è un esercizio lieve.
Aborrisce i mezzi pesanti. È lecito esercitare un certo ascendente, ma non fare appello
al principio di autorità. L'autorità, non a caso, subentra quando la persuasione non
basta....il persuadere esclude non solo la minaccia e il ricatto, ma anche mosse sleali
come l'appello alla pietà o alla cieca fiducia. Di nuovo, se si deve ricorrere a questi
espedienti, significa che la persuasione non basta. La persuasione può tollerare, invece,
la lusinga, l'adulazione, il mettere in guardia contro futuri dolori o la suggestione di
futuri piaceri, l'ambiguità, il presupposto non detto, la conseguenza non
dichiarata".
Dunque la persuasione non è un'opera di convincimento, che si propone di
"indurre" qualcuno ad agire contro la propria volontà, facendo leva su
meccanismi molto più potenti, nonché lesivi della libertà dell'altro, fino a tollerare
la minaccia, il ricatto, il ricorso al senso di colpa, la corruzione, e così via. Si
tratta invece di un atto che comporta sempre una scelta, un esercizio di libera volontà,
significa, cioè, indurre un cambiamento dell'opinione altrui solo per mezzo di un
trasferimento di idee, un passaggio di puri contenuti mentali.
Per concludere con le parole di Piattelli Palmarini, "non si può persuadere uno, che
so io, a vedere, a sapere, ad arrivare. Lo si può persuadere, però, rispettivamente, a
guardare, a studiare, a partire. Persuadere implica che la persona sia libera non solo di
volere, di agire, ma anche di pensare, di credere, di decidere."
Cenni storici sull'arte della persuasione
Se davvero l'arte di persuadere serve a dare una direzione al pensiero
dell'interlocutore, e se ciò può essere raggiunto attraverso l'applicazione di
studiatissime regole e di schemi logici, lo si deve in larga misura agli iniziatori di
quella che, col passare dei secoli, sarebbe diventata la principale forma di esercizio del
potere della storia: la politica.
Già dal V secolo a.C. il filosofo Corace, ed il suo discepolo Tisia, considerati i
fondatori della retorica, si occuparono della preparazione di un vero e proprio metodo di
tecnica oratoria indirizzato al prevalere nelle dispute giudiziarie. I loro insegnamenti
erano incentrati sul seguente principio: "il sembrare vero conta più dell'essere
vero". Da qui l'importanza della ricerca delle prove, e lo studio delle tecniche atte
a dimostrare la verosimiglianza di una tesi. Altre scuole di retorica sviluppatesi in quel
periodo nella Grecia classica, in particolare quella dei sofisti, puntavano invece la loro
azione persuasiva più sull'aspetto dell'evocazione emotiva prodotta sugli ascoltatori,
che su un'adesione di tipo razionale. Questa nuova concezione, quasi magica, della parola
si basava soprattutto sul ragionamento per antitesi, la tecnica del contraddire (o
antilogia), e sulla politropia, ovvero l'utilizzare tipi diversi di discorso per i diversi
tipi di ascoltatori.
È in questo periodo che l'abilità dei retori-sofisti si misurava in vere e proprie gare
di virtuosismo eristico. Fra i maestri di quest'arte ci fu senz'altro il filosofo Socrate,
esperto di una sua peculiare tecnica nota col nome di metodo ironico-maieutico. Dopo
Socrate, la questione fu affrontata dal di lui discepolo, Platone. Questi condannò la
retorica praticata dai sofisti, vista come un mero esercizio formale, proponendo in sua
vece la dialettica, o arte del disputare, che mirava all'analisi degli argomenti, alla
scomposizione dei discorsi in elementi primi, anziché "distrarre" l'uditorio
con "vuote ma seducenti sonorità". Con Platone la scienza (epistéme) prevale
sull'opinione (dòxa). La sua posizione vede la sofistica e la retorica come arti che
appartengono ad una speciale abilità, l'adulazione (kolakéia), capace di persuadere.
Questa persuasione, poi, è indifferente alla materia del contendere: "non c'è
nessun bisogno - scrive Platone nel Gorgia - che la retorica conosca i contenuti; le basta
avere scoperto una certa qual tecnica di persuasione, sì da poter apparire ai non
competenti di saperne di più dei competenti". Per Platone è necessario operare
nella direzione del "vero", cioè bisogna utilizzare l'arte "per dirigere
le anime attraverso le parole", un'arte "capace di condurre l'ascoltatore alla
verità e di rendere la verità operante nell'ascoltatore" (E. Garin). Questo tipo di
discorso persuasivo sarebbe perciò fondato sulla dialettica, cioè basato su una sintesi
fra i principi che formano un'idea e l'analisi che scompone l'idea nei suoi elementi
costitutivi.
A dare una sistemazione quasi definitiva alla retorica fu Aristotele. Per Aristotele la
funzione della retorica "non è il persuadere, ma il vedere i mezzi di persuasione
che vi sono intorno a ciascun argomento". La forza argomentativa della retorica
aristotelica è affidata alla ricerca di elementi probanti, o probatori, ovvero dati
"tecnici" da acquisire tramite l'applicazione di un metodo, non, invece,
utilizzando dati già pronti quali le testimonianze, le confessioni estorte, le
documentazioni scritte, e via dicendo. Inoltre, grande innovazione di Aristotele è
l'induzione, l'introduzione del sillogismo, dell'entimema, e dell'importanza connessa
all'uso degli esempi, ottenendo "il dimostrare partendo da molti casi simili che una
cosa sta in un determinato modo".
Fra le poche ma efficaci innovazioni, nate dopo le norme dettate dai filosofi greci, se ne
possono senz'altro ricordare alcune di maggior interesse. La retorica del silenzio, ad
esempio, che, sempre nella Grecia classica, deriva dall'avvento del Sublime, come nuovo
modo di vedere l'attitudine a concepire grandi pensieri. "Il sublime è l'eco di una
grande anima. Donde talvolta un pensiero spoglio, privo di voce, è ammirato per se
stesso, proprio per la sua grandezza: tale è il grande silenzio di Aiace nella Nekya,
più sublime di qualunque discorso" (Il Sublime, 9, 2, PseudoLongino).
Altro motivo importante fu introdotto dai retori latini con la suddivisione
dell'esposizione in inventio, dispositio e memoria. A loro volta queste classi avevano
ulteriori suddivisioni, dando luogo, così, all'ingenium (disposizione nativa), alla
diligentia (l'attenzione scrupolosa alla causa e alle circostanze annesse), al principio
del docere, movere, delectare (insegnare, commuovere, piacere), come scopo da perseguire
in ogni fase dell'esposizione oratoria (esordio, proposizione o narrazione,
argomentazione, conclusione), alla pronuntiatio, alla declamatio (suddivisa in suasoria e
controversia), alla elocutio, alla compositio. Tutti questi elementi avevano valore di
insegnamento e andavano seguiti rigorosamente come regole cardine dell'arte stessa.
Sono da ricordare, nell'ambito dei retori latini, le evidenti qualità oratorie di
Cicerone, e l'idea di pedagogia della retorica di Quintiliano con l'Institutio oratoria.
Con Agostino viene approfondito il discorso incentrato sull'umiltà del messaggio
cristiano, e più in generale biblico. Lo scopo di questo approccio è quello di far
capire a tutti la parola di Dio. Per fare questo Agostino, nel De Doctrina Christiana,
raccomanda l'uso di tre diversi stili allo scopo di insegnare, lodare o biasimare, piegare
all'azione. Così, lo "stile umile", disadorno ma non incolto, per l'esegesi dei
testi biblici e in genere per la spiegazione della dottrina cristiana (docere), lo
"stile medio", ornato di figure, per il discorso epidittico (vituperare sive
laudare), lo "stile elevato", per indurre gli animi all'azione (flectere).
Per concludere, si può senz'altro dire che da Aristotele in poi l'arte dell'eloquenza e
della persuasione non ha avuto grossi cambiamenti, sia nell'impostazione che nella
conduzione delle dispute. I continuatori dell'opera dei filosofi greci si sono per lo più
occupati di perpetuarne i precetti, riordinando e classificando ulteriormente le regole
già stabilite, senza però operare evidenti innovazioni o modifiche, almeno fino
all'avvento di una nuova scienza sociale: la psicologia.
Meccanismi psicologici su cui si muove la persuasione
Sulla base degli studi di psicologia sociale, combinati a quelli relativi alle
tecniche di comunicazione, molti studiosi specializzati nell'informazione hanno teorizzato
alcuni postulati che cercano di descrivere il comportamento di chi riceve un qualunque
tipo di messaggio, in particolare il messaggio persuasivo. Riconosciuto, infatti, che la
maggior parte della comunicazione può essere ricondotta ad un gioco di persuasione, i
ricercatori hanno focalizzato i propri interessi sul messaggio stesso, analizzandone il
tipo di trasmissione, di ricezione, di decodificazione e di assimilazione, per vedere se,
infine, questa fonte, che presenta argomenti e fatti, ragionamenti e conclusioni, riesce a
produrre un qualche effetto nel ricevente.
Una ulteriore precisazione che bisogna necessariamente sottolineare, è che non può
verificarsi nessuna persuasione se non sussistono le premesse oggettive, del contesto
ambientale, sociale, culturale, e quelle soggettive, proprie del ricevente. In altre
parole, non si può persuadere chi non ha la disposizione a lasciarsi convincere. È
proprio su questo presupposto che gli studi si sono rivolti più ad orientare gli animi,
piuttosto che a dirigere i messaggi stessi.
Detto questo, si può prendere in considerazione una prima teorizzazione, di stampo
cognitivistico, che vede il processo comunicativo suddiviso in varie componenti necessarie
allo svolgimento completo di uno scambio di informazioni. Queste componenti sono: i
soggetti della comunicazione, l'emittente e il ricevente, il canale di trasmissione, il
codice del messaggio, il disturbo prodotto da motivi contingenti, la decodifica da parte
del ricevente, che presuppone la comprensione del codice di trasmissione, ed infine il
feedback, ovvero l'informazione di ritorno che il ricevente invia all'emittente come
conferma della avvenuta ricezione.
Sempre su questo genere di studi si inserisce la psicologia sistemica (o
pragmatico-relazionale) di Paul Watzlawick, che, partendo da un tipo di lavoro a sfondo
psicoterapeutico, approda alla enunciazione degli "assiomi della comunicazione".
Sulla base di questi assiomi emergono elementi di estrema importanza ai fini del messaggio
persuasivo. In primo luogo si evidenzia il rapporto Contenuto/Relazione, nel quale
l'evento comunicativo viene scisso in due aspetti, quello verbale, o formale, e quello non
verbale, o materiale. Inoltre viene posto l'accento su quella che Watzlawick chiama la
punteggiatura, ovvero, la comunicazione viene vista come un "circuito circolare per
cui ogni evento è simultaneamente stimolo, risposta, rinforzo". In altre parole è
il principio su cui si basa il concetto di feedback, cioè ogni messaggio inviato
presuppone un messaggio di risposta che, a sua volta viene visto come messaggio inviato, e
così via.
Per quanto riguarda, invece il rapporto Contenuto/Relazione, questo porta in evidenza
l'importanza della componente affettiva del messaggio, tanto che gli studi sulla
persuasione iniziano a concentrarsi più sull'aspetto della relazione fra emittente e
ricevente che non sull'effettivo contenuto del messaggio.
A questo punto è necessario fare un accenno riguardo alla comunicazione affettiva per
eccellenza, ovvero la comunicazione non verbale. Questo genere comunicativo è stato
studiato fin dall'antichità, con la fisiognomica prima e la frenologia poi (da
Aristotele, a Leonardo, a Della Porta, a Lombroso), come una componente fondamentale per
la ricerca degli elementi caratteriali e le disposizioni innate dell'essere umano.
Oggigiorno la tendenza è quella di rapportare i segnali non verbali ad una forma di
comunicazione alternativa, consapevole o meno che sia, parallela all'emissione di un
messaggio diretto, che funge da sostegno o da contrasto con il messaggio stesso. In altre
parole, l'atteggiamento di una persona, il modo di gesticolare, l'intonazione della voce,
ed altri fattori, in genere difficilmente controllabili, contribuiscono a dare
all'interlocutore un quadro più preciso del coinvolgimento affettivo che l'emittente
inserisce nel messaggio, a conferma o in contraddizione con quanto egli stia dicendo,
rivelando così una coerenza inconscia col messaggio emesso o, altrimenti, l'esistenza di
un messaggio paradossale ("oddìo, come sono contento!", :(?).
Questi segnali, che vanno dal comportamento spaziale (gestualità, postura, spazio
vitale), ai segnali paralinguistici (intercalari, prosodia vocale, toni e pause,
"accidenti" come colpi di tosse o mugolii di assenso o di diniego), alla mimica
facciale, e sono stati oggetto di studio per quanto riguarda l'applicazione teatrale,
cinematografica e televisiva, allo scopo di dare maggior forza interpretativa agli attori,
in maniera da favorire nello spettatore una maggiore comprensione delle rappresentazioni.
Questo, in definitiva, è l'utilizzo persuasivo che se ne fa, attraverso l'impiego dei
mezzi di comunicazione di massa.
Ulteriori studi sui meccanismi comunicativi, portati avanti da William McGuire
dell'Università di Yale (U.S.A.), sostengono che la persuasione stessa si divide in un
processo a sei fasi: la presentazione del messaggio, nella quale il ricevente viene messo
in grado di essere raggiunto dal messaggio, l'attenzione, che il ricevente deve prestare
al messaggio, la comprensione dei contenuti, assicurata da un "codice" di
trasmissione adeguato (si cercano di evitare linguaggi troppo specialistici o comunque di
difficile comprensione), l'accettazione da parte del ricevente della posizione sostenuta
dal messaggio, nella quale si instaura un sorta di sintonia col messaggio ricevuto, la
memorizzazione della nuova opinione, in maniera da farla propria, ed infine il conseguente
comportamento. Se una sola di queste fasi non si attua appieno non si verificherà alcuna
persuasione.
Ci sono poi altre teorie sulle vie percorse dalla persuasione. Secondo il modello della
probabilità di elaborazione (ELM, elaboration likelihood model) di R.Petty e J.Cacioppo,
gli atteggiamenti possono modificarsi attraverso due percorsi differenziati: un percorso
centrale, che agisce sulla capacità, che consiste in una elaborazione attenta e di
riflessione accurata sulle argomentazioni e sulle informazioni contenute nel messaggio
persuasivo, e un percorso periferico, che agisce sul livello di motivazione, che riguarda
invece un processo di cambiamento basato su elementi che non sono direttamente pertinenti
al tema, cioè i cosiddetti segnali periferici, di sfondo, come ad esempio l'attrattiva
della fonte, la durata e la semplicità del messaggio, la sua piacevolezza.
Spesso per far passare un messaggio persuasivo viene usata una strategia che fa ricorso
alla attivazione di paure, che fanno leva sul fatto di minacciare delle conseguenze
indesiderabili qualora l'individuo non adotti il comportamento suggerito dal messaggio.
Un espediente molto usato in pubblicità consiste nella reiterazione del messaggio, dando
luogo a quello che gli psicologi chiamano effetto di mera esposizione, che contribuisce a
rendere più familiare, e quindi più accettabile, il messaggio proposto.
Altre componenti, prese a prestito dai pubblicitari, riguardano la fonte emittente, cioè
fanno appello all'autorevolezza e alla credibilità di chi veicola il messaggio. Spesso
questa via persuasiva è supportata da un certo livello di expertise, cioè una
costruzione fittizia di professionalità nell'emittente (anche se in questo caso,
onestamente, si rasenta l'inganno).
Anche la struttura stessa del messaggio offre importanti appigli per veicolare la
persuasione. La vividezza del messaggio, innanzi tutto, in cui la costruzione del
discorso, i colori, i suoni, concorrono a rendere il messaggio più facilmente
percepibile. L'ordine degli argomenti, dove gli studi effettuati sulla memoria e sul
livello di attenzione hanno evidenziato due importanti effetti utili a questo proposito:
di fronte a una serie di informazioni contigue, le persone tendono a ricordare meglio le
prime (effetto primacy) e le ultime (effetto recency), mentre quelle poste nella parte
centrale dell'esposizione vengono meno facilmente registrate nel ricordo.
Ulteriori elementi riguardanti la persuasione sono stati forniti dagli studi effettuati
dallo psicologo sociale americano Robert Cialdini, che ha osservato dei professionisti
della persuasione cercando di carpire le tecniche usate da questi per forzare le
resistenze delle persone inducendole ad accondiscendere. Queste tecniche (il "colpo
basso", il "piede nella porta", la "porta in faccia") cercano di
indurre il ricevente ad acconsentire ad una proposta, facendo leva su alcuni vantaggi
iniziali che poi non vengono rispettati, o sul principio di reciprocità che è alla base
del sentimento di obbligo che ciascuno di noi sente per qualcuno che ci offre qualcosa,
per cui fanno apparire una richiesta come una concessione.
Un importantissimo assioma si deve a Leon Festinger, allievo di Lewin, che va sotto il
nome di teoria della dissonanza cognitiva: le persone sono motivate al mantenimento e alla
ricerca della coerenza fra le proprie conoscenze, opinioni, credenze, e i propri
comportamenti. L'eventuale dissonanza (o incoerenza) fra ciò che si pensa e ciò che si
fa crea uno stato di disagio mentale che deve essere in qualche modo eliminato. Per farlo
occorre modificare il proprio comportamento, o annullare in qualche modo l'opinione
dissonante.
Nell'ambito dei mezzi di comunicazione di massa si è sviluppato un altro effetto:
l'agenda setting. Questo fenomeno nasce dall'assunto che i media descrivono la realtà
presentando al pubblico una sorta di ordine di priorità delle questioni relative
all'informazione. L'esposizione dei media non influenzerebbe quindi, direttamente, gli
atteggiamenti, ma l'importanza da attribuire alle questioni. Quando le persone
attribuiscono molta importanza a un dato evento, aumenta la probabilità che prestino
maggiore attenzione alle notizie che lo riguardano, considerandone in maniera approfondita
tutti gli aspetti. In pratica, indurre l'effetto agenda setting, significa agire sulle
risorse cognitive necessarie a produrre opinioni stabili, prima ancora che sulla direzione
delle opinioni stesse.
Per concludere, può essere interessante mettere l'accento su alcune altre componenti,
cercando di rimanere all'interno di un excursus, senza voler necessariamente sfociare in
una sorta di trattato.
Fra i principali "strumenti" di persuasione legati più strettamente
all'oratoria si possono evidenziare quattro elementi principali: innanzi tutto
l'originalità, l'argomento più persuasivo è sempre quello più nuovo, lo stile,
appannaggio delle tecniche di retorica, la logica dell'argomento persuasivo, ed infine la
pertinenza, in quanto essere persuasivi significa riconoscere istantaneamente, e far
riconoscere all'interlocutore, nuove relazioni di pertinenza fra gli argomenti, pur
giocando sui "tasti" di quelle "vecchie".
Anche l'esempio, cioè il gesto-persuasione, è un ottimo strumento. Esso viene veicolato
dal principio di imitazione che si genera nel ricevente. In effetti la forza persuasiva di
un gesto, anche semplice, se viene fatto nella giusta circostanza, può essere
irresistibile. Per poter essere efficace, il gesto deve essere necessariamente studiato, e
la sua pertinenza viene affidata all'inventiva di chi lo escogita, tenendo conto anche del
fatto che esso non può reggere alcune situazioni limite, nel veicolare un messaggio
persuasivo, come la divisione tra ragione e emozione, o tra immaginazione e realtà.
Contravvenire a questa regola significa far crollare miseramente ogni intento persuasivo
del gesto, rovinandone completamente l'effetto.
Un ultimo aspetto della strada che percorre la persuasione sta nella semplicità, nella
brevità concisa ma efficace, del messaggio stesso. Per citare Aristotele, "bisogna
sembrare di parlare non ad arte, ma naturalmente: questo infatti è persuasivo, mentre
quello è l'opposto. Infatti si diffida di chi parla astutamente così come si diffida dei
vini adulterati". L'esemplificazione più immediata di questo veicolo della
persuasione è rappresentata dalle forme di messaggio concise per eccellenza: gli slogan,
gli aforismi, le sentenze, i motti di spirito.
Questi sono costituiti da frasi concettose e sintetiche, orecchiabili e suggestive,
destinate a rimanere impresse nella mente, e, quindi, a persuadere l'ascoltatore. In
particolare l'aforisma, secondo il dizionario, è una sentenza in prosa concisa, spesso
formulata con efficacia, in sé conclusa, già in uso presso le scuole filosofiche
ioniche, poi elleniche, per meglio tramandare mnemonicamente i propri canoni fondamentali.
Una forma particolare di aforisma è, poi, il chiasma, che ha una struttura a
"X" (la lettera greca "chi", da cui il nome), che lo rende
particolarmente efficace:
meglio una fine con terrore,
che un terrore senza fine!
Altri esempi di aforisma: l'unica differenza fra un santo e un peccatore sta in questo,
che ogni santo ha un passato e ogni peccatore un futuro (Oscar Wilde), o ancora, l'aiuto
ai paesi in via di sviluppo consiste nel portar via denaro ai poveri nei paesi ricchi, per
darlo ai ricchi nei paesi poveri.
Su questo tipo di sentenze, lo stesso Paul Watzawick commenta così: "La situazione
sembra delineata con chiarezza, la decisione giusta e incontestabile, ed eliminato ogni
dubbio che oltre a queste alternative vi possono essere alte possibilità. La situazione
non è cambiata, ma è cambiata l'immagine che gli interessati hanno della
situazione".
Bisogna ricordare inoltre che fra le funzioni del motto, vi è quella ben precisa di
incitare, ed è su questo tipo di sentenze che lo stesso Gabriele D'Annunzio si è
rivelato un eccelso persuasore. Infatti, grande spessore ebbero i motti che infiorarono
l'oratoria di guerra di D'Annunzio, che contribuì non poco ad eccitare gli animi alla
vigilia dell'intervento dell'Italia nel primo conflitto mondiale. Questo tipo di
linguaggio, estremamente diretto, semplice, e convincente, venne poi ripreso da Mussolini
nei suoi discorsi alla popolazione italiana durante il "deprecato ventennio".
Riguardo, infine, ai dispositivi caratteristici dei lapsus e dei motti di spirito, questi
furono attentamente analizzati da Freud in due libri (Il motto di spirito e la sua
relazione con l'inconscio e Psicopatologia della vita quotidiana). Freud mette in
relazione il "motto" con il sogno, ma poiché il motto è fatto di segni
verbali, ciò "equivale a impostare i presupposti per fondare un rapporto tra
linguaggio e inconscio o, meglio ancora, a fondare una teoria onirica del linguaggio"
(F.Fornari).
Un esempio di motto definito da Freud "diabolicamente riuscito" è quello di
Spitzer: il tenore di vita dei coniugi X è piuttosto elevato; secondo alcuni, il marito
deve aver guadagnato molto ed essersi un po' adagiato, secondo altri è invece la mogli
che si è un po' adagiata e così ha guadagnato molto. In effetti, per citare lo stesso
Freud, "parlare di motivi del motto di spirito sembrerebbe superfluo, dato che si
deve riconoscere, come motivo sufficiente del lavoro dello spirito, lo scopo di procurare
piacere".
Implicazioni storiche della "psicologia delle masse"
La possibilità di influenzare attraverso le pratiche discorsive, il complesso
delle interazioni umane, ha fatto sì che, nel corso dei secoli, le classi dominanti e i
ceti emergenti abbiano cercato, rispettivamente, di detenere in esclusiva o di conquistare
il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare
la parola per finalità alternative.
Nella storia recente, il periodo in cui si è maggiormente risentito degli effetti di
questo genere di politica, è senz'altro quello delle grandi dittature europee nella prima
metà del XX secolo. In particolare, in Italia, largo uso del controllo dell'informazione
fu operato da Mussolini allo scopo di dirigere l'opinione pubblica verso una posizione a
sostegno del regime fascista.
Ma com'è stato possibile costruire in così poco tempo un simile castello di convinzioni
nella popolazione dell'epoca? A parte le ragioni oggettive, storiche, che vedevano la
popolazione italiana completamente svilita da una politica fallimentare dal punto di vista
economico, sociale e coloniale, ragioni che facilmente preludevano ad un imminente
condizione di cambiamento, i motivi di tanto successo del personaggio Mussolini sono da
ricercarsi nella figura stessa del "leader" (analizzata anche da Freud), così
come era voluta allora da una serie di indicazioni provenienti dagli studi di psicologia
sociale.
Per sua stessa ammissione, Mussolini risulta aver più volte letto e riletto un famoso e
scottante libro del giornalista Gustav Le Bon, Psicologia delle folle, che vide i suoi
natali nel 1895.
"La folla" - scrive Le Bon - "è sempre intellettualmente inferiore
all'uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e
gli eroismi degli esseri primitivi. Le folle - specialmente quelle latine - si possono
accendere d'entusiasmo per la gloria e l'onore, si possono trascinare in guerra senza pane
e senz'armi". Sempre secondo Le Bon, la folla antepone l'istintività al giudizio,
all'educazione e alla timidezza, pertanto il "capopopolo" deve presentarsi ad
essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario. Pertanto è
fondamentale che segua alcuni principi comunicativi come: la semplicità del lessico e
della sintassi, la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri
del ragionamento, rifiutando l'esercizio attivo del pensiero; l'affermazione, laconica,
concisa, categorica, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua
autorevolezza; la ripetizione, eseguita rispettando sempre gli stessi termini; le
immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall'immagine che
essa suscita; il contagio, "quando un'affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e
sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e
interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le
credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso intenso... (teoria della dissonanza
cognitiva - ndr)" (G. Le Bon).
Sulla base di questi precetti si venne quindi formando un vero e proprio
"linguaggio" che Mussolini utilizzò nei suoi discorsi propagandistici. Forte
delle passate esperienze giornalistiche, e dei suggerimenti di Le Bon, egli elaborò un
modo di comunicare che ruotava intorno a diverse caratteristiche: l'oratoria
giornalistica, che non deludeva i dotti e non intimidiva gli umili, volta a stimolare e
spingere più che ad affascinare, il suscitare certi stati d'animo, la denegazione,
l'asserzione perentoria e l'antitesi, veri e propri artifici retorici già visti a
proposito degli studi di Freud sui lapsus e sui motti, gli slogans, "riciclati"
anche da fonti non del tutto pertinenti al messaggio fascista, ma efficaci ai fini della
"funzione conativa" ovvero la finalità ad incitare all'azione, i dialoghi con
la folla e la coralità, incentrati su frasi che richiedevano una risposta corale da parte
dell'uditorio, le frasi ad effetto, nelle quali Mussolini è stato un eccelso, ed infine
gli aspetti riguardanti la prosodia, i toni e le pause, da variarsi a seconda del
carattere che si voleva dare al messaggio.
È in tale contesto che nasce una impostazione scientifica della propaganda, ovvero si
iniziano ad utilizzare dei metodi specifici da parte di gruppi organizzati di specialisti,
per conseguire il consenso, attivo o passivo, della massa, in relazione ad azioni
politiche, talvolta anche attraverso manipolazioni psicologiche. In altre parole si
concretizza un'espressione del potere che si afferma attraverso la conquista dell'opinione
pubblica. Questo fenomeno, già visto più volte nel corso della storia, che aveva
iniziato ad assumere una valenza del tutto peculiare dalla Rivoluzione Francese in poi,
ebbe un deciso incremento all'epoca della Prima Guerra Mondiale. In questo periodo i
governi dei paesi in guerra sentono, infatti, la necessità di dotarsi di organismi
specifici, con il compito di "manipolare" sul piano intellettuale e morale sia
le truppe che le popolazioni. Questo avveniva tramite un'azione integrata di conferenze,
cinema, teatro, manifestazioni musicali (i concerti e la produzione di musica di regime
per mezzo delle "canzonette", che potevano vantare uno straordinario effetto
persuasivo e di distrazione al tempo stesso), serate ricreative, organizzate allo scopo di
sostenere il morale e la motivazione dei soldati e di rafforzare il senso civico dei
cittadini.
Se nella Germania di Hitler fu istituito fin dal 1933 il Ministero per l'educazione
popolare e la propaganda, affidato a Joseph Goebbels, in Italia Mussolini affidò la
propaganda a diversi uffici, come l'agenzia Stefani di Milano e l'Istituto Luce,
coordinati dal Ministro della Cultura, il gerarca Alessandro Pavolini.
Inoltre, nel 1926, il sindacato nazionale fascista dei giornalisti aveva sostituito la
Federazione nazionale della stampa, e nel '27 entrò a far parte della Confederazione
nazionale dei sindacati fascisti. Durante il vertice per l'insediamento del direttorio
dell'organizzazione, il presidente della Confederazione Edmondo Rossoni, ne tracciò le
linee programmatiche: "Il mio parere è che l'organizzazione dei giornalisti non
possa essere fascista semplicemente, come tutte le altre organizzazioni. Qui c'è un
compito specifico, preciso, squisitamente politico. Dopo questa riunione il Duce deve
sapere che il Sindacato nazionale dei giornalisti è uno strumento squisitamente politico
agli ordini del Regime. Terremo lontani tutti coloro i quali avanzano una qualsiasi
riserva mentale nei confronti del fascismo. Voi siete inquadrati nella Confederazione
Nazionale dei Sindacati Fascisti, ma il Sindacato nazionale dei giornalisti deve essere
sempre anche a disposizione del partito e del governo, tutte le volte che il partito e il
governo avranno bisogno di questa nostra speciale organizzazione".
Per tutta risposta, nel discorso tenuto da Mussolini il 10 Ottobre 1928 ai direttori di
giornale, il duce fu oltremodo esplicito: "In un regime totalitario, come deve esser
necessariamente un regime sorto da un rivoluzione trionfante, la stampa è un elemento di
questo regime, una forza al servizio di questo regime; in un regime unitario, la stampa
non può essere estranea a questa unità... La stampa più libera del mondo è la stampa
italiana... Il giornalista italiano è libero perché serve soltanto una causa e un
regime; è libero perché, nell'ambito delle leggi del regime, può esercitare, e le
esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione".
Così si assiste ad una vera e propria evoluzione del "culto di Mussolini". Le
spiegazioni sono da ricercarsi nel processo di identità, intesa psicologicamente, fra il
duce e il regime fascista. Le diverse componenti psicologiche che fanno di Mussolini un
leader ideale, sono riscontrabili nel saggio di Freud, Psicologia delle masse e analisi
dell'io (scritto nel 1921, prima che il fenomeno della dittatura mussoliniana e hitleriana
lo confermasse). Secondo quanto sostiene Freud, il leader deve giocare su un delicato
equilibrio di nevrosi e di sublimazioni, dovute alle proprie pulsioni. Fra queste rientra
necessariamente anche la componente della libido, che rende concretizzabile
l'identificazione del super-io delle persone nella figura del "capo". La fortuna
o destino di Mussolini fu di incontrarsi con una massa storica disposta alla
sottomissione. Questo per ragioni contingenti, per la delusione serpeggiante, per la
frustrazione degli italiani, disintegrati come comunità dalla guerra, per una
fondamentale "paura della libertà", e per il bisogno di un "protettore
magico". I meccanismi della sottomissione furono quindi quelli di identificazione e
di narcisismo, indicati da Freud. Inoltre Mussolini esercitava spesso un transfert
erotico, quando, cioè, appariva in un clima esplicitamente "amoroso" che si
manifestava nelle pubbliche manifestazioni della folla. Gli stessi gregari di Mussolini si
trovarono legati a lui, per un legame individuale, e, fra loro, dato dalla stessa istanza
di sottomissione, dalla stessa "relazione amorosa": era un "innamoramento
di massa" (G. Giudice).
In sostanza, la forza di coesione del gruppo fascista derivava dall'identificazione di
tutti con l'unico Mussolini, alla caduta del quale corrisponderà la disfatta del
fascismo. Scrive Freud: "L'oggetto è investito da forti cariche di libido
narcisistica. È persino ovvio, in molte forme di scelta amorosa, come l'oggetto
sostituisca un qualche nostro ideale non realizzato dall'Io. Siamo spinti ad amare dalle
perfezioni che ci siamo sforzati di far raggiungere al nostro Io, e che ora desideriamo di
ottenere per tal modo a soddisfazione del nostro narcisismo". È precisamente questa
idealizzazione di se stesso che Mussolini tende a promuovere nei suoi seguaci. "Il
soggetto, facendo del capo il proprio ideale, ama se stesso e al contempo si libera del
sentimento di frustrazione e di insoddisfazione che affliggevano il proprio Io
empirico" (Adorno).
In definitiva Mussolini riuscì a conciliare le varie tensioni psicologiche esercitate
sulla popolazione, allo scopo di conseguire un sorta di autorità paterna, tramite
l'imposizione della disciplina e della propria idealizzazione. "Il padre primevo è
l'ideale del gruppo, e governa l'Io in luogo dell'ideale dell'Io" (Freud), cioè il
super-io personale viene abdicato e trasferito nell'immagine del padre.
Vi sono molte altre componenti che riguardano il rapporto psicologico che legava Mussolini
agli italiani. Dal "carattere anale" indicato da Freud, contraddistinto dalle
qualità di ordine, parsimonia e ostinatezza, alle teorie nietzschiane sul superuomo, al
compiacimento sadico-anale nella punizione, alla paura di castrazione e al timore di una
perdita virile, queste componenti regolarono il rapporto fra il duce ed i suoi sudditi,
influenzando in maniera determinante le scelte relative alla politica interna, alla
legiferazione, allo stabilire precise norme di comportamento e di ordine sociale.
Oltre a queste, un'ultima soltanto è da prendere in considerazione per introdurre
l'importanza della comunicazione persuasiva dovuta alla forza del messaggio visivo,
riguardo a quella che oggi è chiamata la società dell'immagine.
Per favorire l'identificazione a livello delle masse più vaste e numerose, infatti,
Mussolini si riduceva continuamente alle immagini più modeste ed umili, delle varie
categorie sociali italiane, del tutto indifferente al ridicolo che gliene derivava,
denotando in questa abilità una capacità spettacolare: si trasformava continuamente in
muratore, contadino, autista, sciatore, nuotatore, aviatore, camicia-nera gregario,
maestro, musico, artista, burocrate, poliziotto, giornalista, dottore honoris causa,
enciclopedico, professore, presidente, operaio, cavallerizzo, ciclista, pilota d'auto, e
tantissimo altro. Dopo dieci anni di travestimenti mussoliniani, ciascun italiano poteva
tranquillamente riconoscersi in lui, o per dirla con Freud, poteva "identificarsi con
lui nel proprio Io", riconoscendovisi come una piccola immagine del padre universale
("Tu sei tutti noi!").
I mezzi di comunicazione di massa
Come si è visto, già dai primi anni del Novecento lo sviluppo della società
urbano/industriale, e la comparsa del suo protagonista principale - il proletariato urbano
- indussero i sociologi e gli psicologi sociali a porre al centro della loro ricerca il
concetto di massa. In questo periodo si era venuta determinando una nuova organizzazione
del lavoro, nella quale i processi produttivi erano stati suddivisi e parcellizzati per
essere gestiti in maniera più efficiente e razionale. Quindi, la società di massa che
gli studiosi videro profilarsi era un agglomerato eterogeneo di persone in condizioni di
prevalente isolamento psicologico, in cui l'individuo, così spersonalizzato, partecipando
in modo inconsapevole alla crescita economica, viene visto come un elemento perfettamente
intercambiabile con altri individui. Inoltre gli individui sembrano agire più sulla
spinta dall'imitazione e della suggestione, in conseguenza quindi di pressioni
manipolatorie esterne, piuttosto che sulla base di motivazioni razionali.
Oltre a ciò si assisteva in quegli anni ad un vorticoso sviluppo dei mezzi di
comunicazione di massa, che, supportati da un sempre crescente progresso tecnologico,
riuscivano a raggiungere un numero sempre maggiore di cittadini.
In conseguenza di queste premesse, i primi studiosi, anche in considerazione del loro
atteggiamento elitario e conservatore, temendo le potenzialità di mutamento sociale,
insite nei mezzi di comunicazione di massa, si occuparono delle possibili forme di
controllo sociale esercitate dai media, e della loro capacità di conservare, piuttosto
che di cambiare lo status quo.
Se nella prima metà del XX secolo i mass media per eccellenza erano la stampa, la radio e
il cinema, a cavallo fra gli anni '50 e '60 si venne affermando l'era della televisione,
che, presentando potenzialità suggestive simili a quelle del cinema stesso, si
distingueva da esso nei tempi di "esposizione" e nel numero di persone
raggiunte, che risultavano estremamente più elevati.
Si sono sviluppate così le prime scuole di pensiero relative agli effetti psicosociali
indotti dai media. La considerazione di fondo da cui esse muovono, è che le comunicazioni
di massa si sono evolute in direzione opposta a quella demagogica e populista paventata
nel primo dopoguerra, diventando piuttosto, se pur con differenze da caso a caso,
strumenti di legittimazione dell'ordine sociale, "di rafforzamento di quei valori,
credenze, stili di vita funzionali al - e legittimanti il - sistema socioculturale
dominante e/o a gruppi di particolare potere al suo vertice" (E. Cheli).
È così che le teorie della comunicazione, già osservate in precedenza, sono state
applicate alla comunicazione di massa, dando luogo a forme differenziate delle regole
stesse. Infatti vengono prese in considerazione: la qualità della fonte (credibilità,
attrattiva, potere), la qualità del messaggio (contenuto, struttura, reiterazione, ordine
di presentazione degli argomenti), le caratteristiche del canale (giornali, radio, TV),
caratteristiche del ricevente (età, sesso, stato sociale, stile di vita, grado culturale,
livello di autostima, ecc.).
Gli studi relativi alla comunicazione di massa hanno poi teorizzato alcuni effetti
prodotti dall'esposizione ai mass media, specialmente la TV, riassumibili in due categorie
principali: gli effetti diretti, o immediati, che si hanno quando l'esposizione al
messaggio concorre a modificare la probabilità di attuare un dato comportamento, legati
soprattutto ai messaggi di violenza, messaggi relativi ai suicidi (effetto Werther), e
alla pubblicità sia in senso proprio che in senso preventivo; gli effetti indiretti, o a
lungo termine, che riguardano l'influenza esercitata da una realtà fittizia offerta dai
media, sul modo in cui gli individui si rappresentano la realtà oggettiva.
Come ulteriore precisazione bisogna dire che la parzialità ed incompletezza del messaggio
è più evidente in campo narrativo (film, telefilm, soap operas), dove la finzione è
esplicita, quindi attesa e ammessa (ma non priva di conseguenze); ma sussiste anche
nell'ambito informativo/giornalistico, dove non è altrettanto nota, attesa, e soprattutto
gradita dai fruitori. Secondo il modello degli effetti a lungo termine, è comunque sulla
base di questa realtà di seconda mano che, in misura assai rilevante, le persone
costruiscono e modificano le loro immagini del mondo, specie in quegli ambiti in cui non
possono disporre di un'adeguata conoscenza diretta e personale.
Nello specifico, i più rilevanti fra questi effetti sono:
- La teoria dell'agenda setting, che riguarda l'informazione giornalistica e l'impatto che
essa produce a livello di "rappresentazione del mondo"; i media, infatti, non si
limitano a veicolare dati "puri" sulla realtà, ma assegnano agli eventi, alle
questioni, alle persone oggetto delle notizie: a) una diversa rilevanza, anch'essa legata
alla frequenza e alla risonanza con cui sono stati esposti al pubblico, b) una diversa
valutazione di merito, esplicita o, più spesso, implicita. La teoria dell'agenda setting
sostiene a chiare lettere che "la comprensione che la gente ha di gran parte della
realtà sociale è mutuata dai media" (E. Cheli). È da questa influenza che derivano
i luoghi comuni relativi ai problemi del lavoro, ai rischi dovuti alla criminalità, al
disagio sociale urbano, all'immagine degli immigrati.
- La cultivation theory, che va a sorreggere la teoria precedente, ed afferma che c'è una
notevole discrasia fra la realtà e l'immagine che di essa ne danno i media, e che questa
immagine distorta può avere conseguenze molto rilevanti qualora vengano prese per buone
da chi riceve il messaggio. In sostanza gli effetti sono visti come credenze: i mezzi di
comunicazione di massa, e in particolare la TV, influenzano ciò che la gente crede circa
la realtà (specialmente riguardo la violenza e il crimine).
- L'ipotesi del knowledge gap, per cui, se nel processo di "acculturazione"
l'impatto dei media è stato addirittura superiore a quello conseguito dal sistema
scolastico, questi non si configurano come uno strumento di uguaglianza sociale, anzi
avrebbero addirittura accentuato su alcuni piani la disparità culturali. Questo perché,
mentre le persone di status più elevato (quindi con una cultura di base più ampia)
mostrano una fruizione attiva, focalizzata, di ciò che leggono ascoltano, guardano,
quelle di status inferiore rivelano una elaborazione in gran parte passiva dei contenuti,
essendo motivati essenzialmente de ragioni di distrazione e intrattenimento.
- La spirale del silenzio ipotizza il fatto che le persone esprimono (verbalmente) e
manifestano (con l'azione), le proprie opinioni, nella misura in cui le percepiscono
condivise dal gruppo sociale di appartenenza. Di conseguenza, secondo un processo che si
alimenterebbe in maniera circolare, le opinioni coerenti alle credenze, ai costumi, ai
valori dominanti, si diffondono più facilmente (la cosiddetta "opinione
pubblica"), mentre quelle contrastanti passano sotto silenzio. Il fattore psicologico
alla base di questo fenomeno, che agisce a livello individuale, sarebbe la paura
dell'isolamento sociale: esprimere un'opinione diversa, o addirittura in conflitto, con
quella della comunità significa, infatti, prendere le distanze da quest'ultima, riducendo
sia l'identificazione dell'individuo col gruppo, che il riconoscimento del gruppo nei
confronti dell'individuo, e provoca inoltre il timore di incorrere in quelle sanzioni che
la società può comminare ai "devianti".
Ad ogni buon conto, nonostante i rischi derivati da un uso improprio dei mass media,
questi presentano senz'altro anche notevoli peculiarità positive. Ad esempio, consentono
di ricevere ed assimilare meglio le informazioni dell'ambiente circostante, e, nello
stesso tempo, di aumentare la rapidità la chiarezza, e la varietà dei propri sistemi di
trasmissione dell'informazione. Inoltre si è prodotta una differenziazione delle funzioni
informative dei diversi media, dove la radio e la stampa hanno assunto un ruolo centrale
per quanto riguarda l'approfondimento delle informazioni, diventando sempre più
importante nello spiegare, interpretare e commentare gli avvenimenti, soprattutto quando
sono in gioco le grandi questioni della società, lasciando alla Tv e al cinema una
funzione di puro e semplice reportage.
Infine, per quanto riguarda gli effetti derivati dalla fruizione del computer, ed in
particolar modo dell'accesso ad Internet, tuttora non sono stati prodotti studi esaustivi
al riguardo. Ancora gli entusiasmi della società sono troppo accesi dagli iniziali
vantaggi "benefici", per condurre un'attenta analisi riguardo alle informazioni
che circolano nella "rete" (!), e delle conseguenze psicologiche e sociali che
da esse possono derivare. Purtroppo, su questo campo, non siamo che agli inizi.
Implicazioni pedagogiche della persuasione
Se consideriamo preoccupanti le conseguenze della persuasione sugli adulti, a
maggior ragione ce ne dovremmo preoccupare per quanto riguarda gli effetti prodotti
nell'età infantile.
Il maggior pericolo, agli occhi degli psicologi e dei sociologi, sembra derivare
dall'esposizione dei bambini all'effetto persuasivo della pubblicità. Già alla fine
degli '50, nel suo libro I persuasori occulti, Vance Packard sosteneva che l'azione
continua dei mass media esercitava una sorta di investimento, abituando i bambini al
condizionamento pubblicitario, in modo da "allevare" dei docili consumatori del
domani.
In effetti i vantaggi fondamentali dei media applicati ai processi educativi sono
molteplici: possono contare su una vasta dimensione potenziale della loro audience, sono
caratterizzati da un'estrema velocità di penetrazione del messaggio, dispongono di una
ricchezza dell'apparato illustrativo audiovisivo. In definitiva costituiscono delle nuove
esperienze di apprendimento, che fungono da "prolungamento" del sistema
scolastico, e che, se ben condotti, possono dar luogo ad importanti evoluzioni educative e
formative, oltre che, semplicemente, informative.
Inoltre, c'è anche da considerare una forte funzione socializzante dei media: attraverso
TV e cinema, infatti, il bambino può anticipare situazioni sociali che non ha ancora
vissuto in prima persona, e osservare dei modelli di comportamento che si propongono come
adeguati.
C'è da dire, poi, che secondo una posizione diffusa sia fra gli studiosi che
nell'opinione pubblica, negli ultimi decenni, si sarebbe verificata una progressiva
perdita di potere delle due principali "agenzie" responsabili della
socializzazione, la famiglia e la religione, a vantaggio di due nuovi soggetti: la scuola,
prima, e i mass media, poi. Questo cambiamento sembra rappresentare una evoluzione sia
culturale che sociale, in quanto responsabile di un progressivo distaccarsi dai dogmatismi
e dai sistemi statici di credenze, valori, e modelli di comportamento.
Purtroppo però, alla realtà dei fatti, questo uso coscienzioso dei mezzi di
comunicazione di massa nei confronti dei fanciulli continua a non attuarsi. Tutte le
qualità dei media vengono stravolte in maniera da diventare degli ottimi supporti atti
alla persuasione. Quindi, in conseguenza di quanto premesso, non resta che osservare un
deleterio bombardamento dei media (grazie anche alla complicità della mancanza di
efficaci alternative di socializzazione e di dialogo, per cui si arriva alla TV
baby-sitter) nei confronti dei bambini. Questa, incentrata su una rappresentazione
stereotipica della realtà, produce degli effetti a lungo termine per i quali i ragazzi,
una volta usciti dalle mura domestiche, rimangono immersi in una dimensione fittizia, e
non reale, nel senso che il linguaggio dei media, e della pubblicità in particolare,
viene adottato nelle conversazioni dei gruppi giovanili, convergendo a definire una sorta
di cultura specifica dei preadolescenti.
La suggestione del suono e della musica
Un ultimo aspetto da analizzare è, infine, l'importanza della suggestione della
musica, intendendo con questo tutta la componente audiologica, riguardante la preparazione
del prodotto mediatico.
Se nell'immagine è insita la forza rappresentativa più immediata, questa viene del tutto
privata dalla forza evocativa e suggestionante, che spetta alla parte fonica (nella quale
è compreso anche il silenzio, in quanto "suono zero").
In concreto, le immagini, sia di una fiction, che di un evento sportivo, che di un comune
reportage giornalistico, hanno la funzione esclusiva di rappresentare un avvenimento con
delle limitate capacità di coinvolgimento. Pensiamo per esempio ad una competizione
sportiva senza commento o ad un reportage giornalistico senza la descrizione
dell'avvenimento mostrato; questi eventi comunicativi mancano quasi interamente della loro
componente suggestionante. O ancora, pensiamo ad un film senza colonna sonora, o, peggio,
ad una scena di particolare tensione commentata da una musichetta allegra e spensierata.
Il suono diventa quindi fondamentale per veicolare il messaggio, per il quale l'immagine
funge da supporto. Il suono diventa così una componente scrupolosamente studiata, in
maniera da guidare il coinvolgimento dello spettatore in una direzione ben precisa
Anche nella pubblicità, quindi per quanto riguarda l'applicazione persuasiva più
pratica, la scelta delle musiche di commento, dei parlati (voci e costruzione del
messaggio), e dei suoni di "sfondo" (ambiente, rumori, suoni caratteristici), la
scelta avviene dopo un accurato studio degli elementi più appropriati, nonché eufonici,
per la scena descritta.
Anche nella vita quotidiana, accade continuamente che siano i suoni a causare stati di
tensione o distensione: se attraversando la strada si sente un rumore di frenata
improvvisa, o un clacson, si innesca immediatamente un riflesso condizionato che ci fa
ritrarre immediatamente su un lato della strada, anche se la causa di quel suono non era
riferita alla nostra presenza (magari era a decine di metri di distanza).
Con questo, in definitiva, si pone l'attenzione su quanto sia importante la componente
suggestionante e persuasiva che si deve riconoscere al suono e sottolineare, soprattutto,
la forza della sua più grande espressione: la musica.
Conclusioni
Cos'è rimasto ai giorni nostri della suggestione e dell'estetismo?
Probabilmente tutto il potere persuasivo di questa corrente letteraria può essere
considerato uno degli elementi che hanno maggiormente influenzato la mentalità di coloro
che hanno condotto il mondo occidentale, la cosiddetta cultura civilizzata, a diventare la
società dell'immagine, la società dello spettacolo, la società del consumo. A dire il
vero, al giorno d'oggi, è difficile ritrovare un qualunque straccio di ideale dietro alla
mentalità, consumistica da un lato e imprenditoriale dall'altro, della comunità sociale.
Nella civiltà massmediale, la ragione diventa amministrazione, la politica si genuflette
all'economia, e l'umano lascia il posto ad un fallimento mascherato di magnificenza che
"occulta il vero, censura il dolore, falsifica la gioia, e spande a piene mani, in
ogni angolo di strada, un cachettica felicità" (S. Lanuzza).
Tutta la ribellione che era racchiusa nell'idea storica dell'Estetismo si è degradata
fino a diventare l'opposto di ciò che si prefiggeva, ovvero massificazione e
qualunquismo, rivisitati ad hoc attraverso i nuovi ideali di ricchezza, potere, successo,
privilegi, che impongono, con carattere quasi costrittivo, più che persuasivo, una
determinata condotta di comportamento, pena l'inappellabile esclusione dall'amalgama
sociale, condanna insostenibile in tempi come questi.
Questa visione della società, fatta di apparenza e di finzione, di lusso, belle donne,
status symbol, cocktails, grosse auto e tanti soldi, viene veicolata ogni giorno
attraverso i mezzi di persuasione di massa, esercitando così sugli individui tutte quelle
tecniche di persuasione finora osservate, e contribuisce così a perpetuare un meccanismo,
che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ci vede tutti "liberi e felici", e
inconsapevoli purtroppo (nella maggior parte dei casi) di come vadano realmente le cose.
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