IL POSTO CALDO
di Alberto Zino
1.
Ero nato da qualche parte lontano da qui, dove il tempo bruciava, le cose si incollavano ai giorni e li consumavano in fretta.
Il coniglio scese dal cassettone quasi gettandosi a terra, poi andò svelto verso la finestra, infine si fermò lungo il raggio di sole sul pavimento. Immobile, guardava fuori.
Avevo sempre osservato mio padre. Non lo avevo mai perso di vista, non potevo permettermelo.
Il coniglio viola pareva fermo, impenetrabile a ogni possibile mutamento. Lo si sarebbe detto finto. Di là dai vetri, scorrevano alberi e prato bollente.
Mi piaceva quando l'animale mi guardava. Lo sentivo uno come me.
Il coniglio, detto il transizionale, ogni tanto pensava al suo creatore. Woods, così amava chiamarlo dato che la parola, evocandogli legni e foreste, lo faceva sentire vicino a quel profumo di boschi e radure che lui, transizionale da città più che vero animale, non aveva mai potuto annusare. Naturalmente la nostalgia, evento consueto che principalmente appartiene agli esseri del suo genere, gli faceva presente quel mondo ancor più.
Era un coniglio viola con gli occhi rossi. Non è che gli fossi affezionato. Lo buttavo da tutte le parti. Ora ce l'ha Geremia, l'ho dato a lui. L'ho dato a Geremia perché era cattivo. Continuava a cadere dal cassettone. Mi viene ancora a far visita. Mi fa piacere che mi venga a far visita.1
Noi cerchiamo qui di stare in rapporto con le transizioni. Esse riguardano le qualità di quell'oggetto che Donald Woods Winnicott ha chiamato transizionale. Si tratta, per il soggetto, di affidarsi a un oggetto nonostante - o forse proprio per questo - che non sia reale. È mutevole, partecipa del fantasma; è sempre una piccola parte di qualche cosa, una parte di un insieme. Il pollice è una parte del corpo, l'angolo un pezzo della coperta, il coniglio un elemento della collezione degli animali.
A rigore, non si potrebbe neanche dire che è.
Che significa "realtà" se si può smarrirne il senso parlando di un coniglio?
Tramite questo oggetto è possibile, tenendolo in mano come una specie di parafulmine, lasciarsi andare in quel territorio terribile che è il limite fra la presenza e l'assenza, il me e il non-me. Winnicott scopre che il piccolo dell'uomo porta con sé questa cosa, aggrappato a essa come fosse il suo timone. Una cosa che gli dà una rotta da seguire.
Alla finestra, il coniglio guardava. Mi sentivo come solcato.
Il pollice o chi per lui è chiamato da Winnicott "oggetto transizionale". È una parola un poco ostica, ma indica bene ciò di cui si tratta. È un oggetto che fa delle transizioni, che le consente. In tutti i sensi di questa parola. Essa indica il passaggio, il movimento, il trasferimento. Essa significa anche stare per, stare al posto di qualcosa, per qualcos'altro.
Freud parla di un punto capitale, la questione dell'Ersatz, il sostituto, la
sostituibilità. Se c'è un desiderio, non è detto che questo debba per forza fissarsi su
un oggetto solo, il desiderio può restare ma l'oggetto può cambiare. C'è già in Freud
questo principio di sostituibilità, se così possiamo chiamarlo.
Winnicott si interessa a qualcosa che è ulteriore, che è un di più, in un certo senso.
L'oggetto di transizione, l'oggetto che consente la transizione è ciò che fa sì che io
possa, in quanto piccolo e in quanto soggetto umano, affrontare l'esperienza della
separazione, dell'assenza, del movimento di assenza e presenza. Dell'assenza e della
presenza come movimento in atto e non come entità immobili e contrapposte nella loro
staticità.
Ero giù, in basso e nel prato, il coniglio mi guardava, di là dal vetro bollente. Il suo sguardo mi era di traccia, mi segnava la via come una lama nel calore insopportabile.
L'oggetto transizionale è un'esperienza umana in generale, dunque è un posto che tutti gli esseri umani hanno. Si tratta di una vicenda strutturale nell'esistenza. L'oggetto chiamato transizionale costituisce un traghetto verso il mondo. Il bambino "lo reclama come un bene e senza di esso si sente insicuro". Il fatto di perderlo, di smarrirlo, lo getta in un'angoscia profonda. È come se esso fosse roba sua, una parte vitale di sé. È l'oggetto che apre la possibilità di potersi cimentare, confrontare con l'assenza, la presenza, il me, il non-me, il fatto che l'altro c'è e che non c'è, insomma il fatto che le cose vanno e vengono in questo mondo.
A lungo l'occhio dell'animale era andato e venuto. Ora, sul prato mentre camminavo verso l'uscita, sentivo che non lo avevo dimenticato.
E' ben noto che i bambini non appena vengono al mondo tendono ad usare il pugno, le dita, i pollici per stimolare la zona erogena orale, per stimolare gli istinti di quella zona ed anche per ristabilire una quieta unione con essa.
Ma stimolarsi che vuol dire ?
Per ristabilire una quieta unione con essa, cioè con una zona erogena; ma questo essere è appena arrivato ed è preso da, noi sospettiamo, una miriade di stimoli, e dire stimoli a questo livello vuol dire catastrofi, nel senso letterale di questo termine, ossia cose non controllabili, mutamenti improvvisi e imprevisti. Si è parlato spesso nella nostra e in altre culture di trauma della nascita, ma nessuno di noi può avere un'idea minimamente a misura di quel momento; quello che possiamo ipotizzare è che appunto costui, appena arrivato, si trova ad essere circondato, preso da tutta una serie di cose che lo stimolano. Lui non lo sa ma sono queste che lo tengono in vita, altrimenti si appiattirebbe. Ma forse queste cose che noi chiamiamo stimoli sono anche dei problemi, proprio perché lo costringono a sintonizzarsi in qualche modo con qualche cosa.
Come stabilire la quieta unione con tutto questo mondo che è se stesso, che lo assale in un certo senso nel bene e nel male?
I greci sostenevano che erano due le caratteristiche dell'essere umano e due le cose che lo differenziavano dagli altri esseri viventi, il fatto di essere parlante e mortale, dove "mortale" non significava semplicemente che veniva meno, che si estingueva, questo lo fanno gli scoiattoli, ma significava che è l'unico essere che ha coscienza della propria parola e della propria morte e che ci può pensare, anzi che è obbligato a pensarci. Credo che ciò riguardi il tragico per eccellenza e i greci si rappresentavano l'essere umano, appena nato o no, come un essere che era soggetto a questo katà tò kreòn - secondo necessità -, costretto a pensarsi in quanto parlante, pensarsi in quanto mortale.
Essere parlante implica essere in un legame, essere parlante significa essere in una relazione, non poter evitare di pensarsi in una qualsivoglia forma di comunicazione, di comunicabilità possibile.
Secondo riflesso, il vetro faceva da specchio ai miei occhi e per qualche attimo non
vedevo il coniglio. Tuttavia, sapevo che c'era.
D'altronde, era sempre stato così. Andava e veniva.
E' anche cosa ben nota che dopo qualche mese i bambini di entrambi i sessi si divertono
a giocare con le bambole, e che la maggior parte delle madri danno ai loro bambini qualche
oggetto speciale e si aspettano che essi divengano, come infatti divengono, assuefatti a
tali oggetti.
Si aspetta una cosa particolare, che il bambino si abitui a degli oggetti, stabilisca "una quieta unione" con gli oggetti. Quando il testo scrive "si aspetta che essi divengano, come infatti divengono, assuefatti", viene da pensare che lo diventino "di fatto" proprio perché tale aspettativa, pensata nell'Altro, li provoca in questa direzione.
Il transizionale, che non è l'assuefatto, guardava lo svolgersi di questo abituarsi.
In fondo ero nel coniglio, vi abitavo.
In transito nello sguardo del coniglio.
Quando guardo sono visto, così io esisto.
Per il soggetto, l'Altro è principalmente colui che già c'è. E che, nel suo esserci, soprattutto attende.
Possedere un oggetto come non me. Winnicott scrive qui delle cose.
Il mio possedimento, proprio per il fatto che lo ho e non lo sono, è diverso da me, è un
non-me. La sciagura. Che l'altro sia Altro. Eppure mi permette un senso. Il più terribile
mi fa anche vivere.
Questa cosa, perché è un non-me e non mi appartiene, si dà come una sorta di non, è
qualcosa che mi nega. Mi devo interessare di qualcosa che non sono io e che può essere
più importante di me. Il più terribile mi fa anche morire.
Il succo che cola dalla nostalgia, dalla sua essenza. Lo sentivo appiccicato sulla
pelle, aggrumato dal sudore e impastato con i vestiti leggeri. Nulla fa solo vivere o solo
morire. Il coniglio guardava e guardava. Mi scioglievo al calore del suo sguardo dal
vetro.
Non era il sole a picco. E intorno, quel silenzio.
Il freddo è rumoroso. Si soffia, si battono i piedi. Le scarpe pesanti battono il selciato, i vestiti sfregano uno sull'altro. Il calore è muto. Quasi non si respira, non ci sono scarpe e la stoffa si incolla silenziosa ai pori della nostalgia.
Non è mai solo vita o solo morte, salvo che alla fine. Forse.
Questo solo sapevo. Che ero attaccato al coniglio come al calore del mio corpo e che io e lui ce lo trasmettevamo, questo mistero delle temperature. Avevamo inventato i vasi comunicanti, la trasmissione dell'energia, la conduzione elettrica; senza neanche un giorno di scuola.
Lui è non-me, mi dicono. Mi si attribuisce questo tratto dell'avventura come una fortuna. Forse è vero. Se anche lui era me, se tutti e due eravamo tutti e due, altro che gemelli. Come avremmo potuto parlarci? Perché era evidente che nel silenzio noi parlavamo sempre.
Ma se fossimo stati la stessa cosa, che ne sarebbe stato di noi? Senza transizioni e tragitti, né passioni e umori, senza dolore ma anche senza vita! Pensiero orribile. E poi, avrei dovuto essere un coniglio.
Forse è meglio così. Essere e non essere la stessa cosa. A un tempo. E sempre. Senza
interruzioni. Questa è la relazione con l'altro, nell'inconscio. Il legame che va e
viene, come i miei possedimenti. La cosa tarda, tarda molto, come scrive Michaux.
Ma il ritardo della cosa permetteva a me e al coniglio di continuare il nostro rapporto,
se la cosa fosse divenuta Cosa, quella tutta, quella definitiva, noi due saremmo morti.
Grazie Woods, di averci fatti transizionali.
Corri coniglio, corri, scava una tana fino all'osso e tiraci dentro il sole.
Scava coniglio, scava, fallo per me, al posto mio.
Il transizionale, che è anche non-me, è dunque anche me. Ma si pone la questione dello statuto.
Che significa statuto? Solo quel che abbiamo stabilito.
Lo statuto dell'oggetto, ciò che per esso è stato deciso che sia, è rilevante per la psicanalisi. Indica, a volte con precisione, il punto in cui il fantasma di padronanza scivola terribilmente verso la sua realizzazione.
L'immenso sgomento della perdita di onnipotenza.
Lo sguardo del coniglio è uno sguardo infinito, come lo è quello dell'Altro. Infatti, più avanti nel tempo, da grandi, non smetteremo mai di essere guardati.
Non c'è sguardo che possa incivilire la cosa. O friggerla.
Il transizionale, che non guarda per incenerire, resta lontano di là dal vetro.
L'oggetto mi serve, mi rappresenta, mi simbolizza, in certi momenti l'oggetto nel senso transizionale mi è assolutamente vitale, ma resta un altro, nel senso di altro da me. E quanto il nostro narcisismo, il nostro amor proprio di esseri umani, piccoli o grandi che si sia, è disposto ad accettare che qualcosa per noi sia importante in quanto altro da me?
La cosa, la faccenda del rapporto - dell'essere in quanto essere in relazione -, non può essere indurita neppure nell'olio bollente, non c'è farenheit che la fissi per sempre. Restiamo vicini, grazie a un lontano dove la spietatezza del pensiero oggettivante non può giungere.
Lode del vicino in lontananza; come scrive Blanchot.
Il succhiotto, mi hanno fatto capire che è fondamentale, è un non-me, però sta fuori
di me, è un altro, lo potrei pure odiare per questo, perché ho bisogno di un altro e me
stesso non mi basta: che posso fare per ovviare a questo conflitto, a questo sgradito
inconveniente della mia esistenza ?
C'è subito una strategia che non è niente male: potrei mettermi io a produrre dei miei
non-me, potrei cominciare a pensare dei miei oggetti: mi metto in proprio e di ciucci ne
faccio finché ne voglio e non ho bisogno che qualcuno me li ricacci sempre in bocca. Me
li costruisco io. Naturalmente questa dimensione che si chiama fantasia è del tutto
essenziale per la nostra vita.
L'esperienza di soddisfacimento, secondo Freud, si avvia quando il bambino ha di nuovo
fame; gli viene dato il seno, il latte o chi per lui. Quando però, la volta dopo, lui ha
fame e questo seno o questo latte non arriva immediatamente, anche se arrivasse dopo tre
secondi, per tre secondi si fa l'esperienza, assolutamente vitale, dell'angoscia in quanto
angoscia o della mancanza in quanto mancanza.
Freud lo dice con estrema chiarezza. In questo tempo, fosse anche un attimo, il soggetto
fa per la prima volta (o comunque per quello che noi possiamo immaginare essere la prima
volta) l'esperienza della morte in quanto angoscia, in quanto mancanza radicale. In quel
momento - dice Freud - questo essere, per non morire, fa una cosa che noi supponiamo gli
scoiattoli non possano fare, cioè allucina, immagina.
Il seno non me lo avete dato e io me lo faccio da me; ma non basterà, perché fra sei ore
morirò di fame; intanto, per sei ore, godo come un pazzo. È fondamentale e ha a che fare
con il nesso fra fantasma e realtà.
Fantasma è quel luogo della nostra vita psichica in cui rappresentiamo noi stessi in un
certo modo, in questo caso mi rappresento come pieno, riempito. Sono riempito solo da un
pensiero, da un'immagine e non da un ciuccio reale o da un seno reale? Non si può avere
tutto dalla vita.
Io ho introdotto i termini "oggetti transizionali" e "fenomeni transizionali" per designare l'area intermedia di esperienza, tra il dito e l'orsacchiotto, tra l'erotismo orale e il vero rapporto oggettuale, tra l'attività creativa primaria e la proiezione di ciò che e stato precedentemente introiettato, tra la inconsapevolezza primaria di un debito e il riconoscimento di un debito.
"Vero rapporto oggettuale", real, nel senso di qualcosa che ha una sua realtà di fondo, ma non nel senso che questa realtà di fondo deve essere per forza solo sbilanciata nel senso della presenza oggettiva.
Inconsapevolezza primaria: vuol dire che primariamente, nell'origine, non so di essere in debito. Io so soltanto che c'è dell'altro, può essere un piede, un orsacchiotto che sto investendo. Questa cosa è con me in una strana relazione di cui non so darmi né pace né ragione. E' per questo che sono in debito: è un debito, come dire, di narcisismo, di onnipotenza; accadono delle cose che non riesco a padroneggiare. Mi trovo in questo debito, lo so e nello stesso tempo non lo so. Lo posso riconoscere in certi momenti che c'è un non-me, che c'è un altro, che c'è qualcosa come una relazione di cui non riesco a darmi una ragione definitiva, ma a volte non lo so.
Lo smarrimento, il disorientamento, ciò che in psicanalisi si chiama angoscia, non è una malattia, ma la vicenda umana più importante.
In quanto umani non siamo esenti dall'angoscia né dallo smarrimento o dalla minaccia. Di conseguenza, neppure dall'interrogazione e dal pensiero. Non lo siamo. Anzi, siamo innanzi tutto proprio questa impossibilità di essere diversi da ciò. La nostra origine dice questa impossibilità.
L'andirivieni dell'oggetto. È per questo che è data la possibilità di interrogare.
Se per noi fosse possibile essere fuori dallo smarrimento, non avremmo alcuna necessità di pensare o domandare.
Siamo necessitati allo sviluppo e a un tempo questo è tagliato, intersecato da tutta una serie di tratti dell'angoscia. Ciò che resta importante è cercare di capire come ci orientiamo, guidati come siamo dallo smarrimento che ci fonda e ci fa nominare, e di cogliere qual sia lo sviluppo che ne deriva.
L'oggetto transizionale c'è ma a un tempo non c'è.
Io, in quanto persona che si sviluppa, si sviluppa sempre, sono calato in questa
alternanza possibile, sono costretto a domandarmi se le cose ci sono o non ci sono. In
questo mio essere un essere che domanda, che si intrattiene in questa ambiguità che fa
parte della mia esistenza, sono solo. Ho a che fare con una mia sostanziale solitudine.
L'animale amava ripetere un ricordo di Woods: "Un giorno, poiché gli avevo posto una questione che avrebbe potuto trascinarci in una discussione senza fine, [mio padre] si limitò a dirmi: "Leggi la Bibbia, lì troverai la risposta giusta". Così mi lasciò, Dio sia lodato, a sbrogliarmela da solo".2
Il transizionale, che guarda e scioglie gli umori, non fa della compagnia un risultato acquisito.
Quando Winnicott parla di solitudine3, intende l'essere soli con l'altro. La peggiore solitudine non è quando siamo soli da soli, ma quando ci si imbatte nella nostra solitudine rapportata a un altro, un altro che non dovrebbe lasciarci soli ma che in realtà lo fa. E' una solitudine profondamente legata al rapporto, alla relazione umana.
Winnicott dice: "Vorrei suggerire un nome per questo tipo particolare di rapporto". Questo rapporto è quando il bambino, la persona, l'io si trova in relazione con un altro che c'è e non c'è, quando fa l'esperienza di questa presenza/assenza a un tempo. Winnicott dà un nome a questa esperienza e la chiama "relazionalità dell'Io". Scrive a ragione che il termine indica una potenzialità più che un dato di fatto. Indica con ciò la possibilità di percepire in una maniera non particolarmente dolorosa la contemporaneità di presenza/assenza dell'altro, la possibilità di essere in una relazione con l'altro che non sia un legame assoluto, totale.
Camminavo nel giardino arso. La scena era scarna, il calore l'aveva ridotta all'essenza, la luce violenta aveva nascosto i dettagli, procedevo come abbagliato. La scena durava in fondo solo un momento. È il racconto di una sensazione, breve e bruciante sempre, quella di essere davvero guardato.
La relazione è quello spazio intermedio tra madre e bambino chiamato "potenziale", che è il fondo di tutte le produzioni simboliche dell'essere umano.
Questo pensiero di Woods mi attraversò, mentre cercavo ancora di non sciogliermi troppo. Rappresenta, coniglio, rappresenta, scava un posto caldo della possibilità. Finalmente, questa cosa né assente né presente, né reale né irreale. Possiamo stare nei transiti. Non siamo costretti sempre a partire da qualcosa per arrivare a qualcosa. Possiamo stare solo nella prossimità.
L' area transizionale si apre infatti qui: tra la madre e il bambino, l'interno e l'esterno, l' identico e l' altro, il me e il non-me, come spazio di simbolizzazione e di significazione. In essa si costruisce una dialettica paradossale tra assenza e presenza nella loro alternanza simbolica4.
L' oggetto transizionale dona al piccolo umano la possibilità di continuare a domandare oltre l'assenza, nel senso di quella "continuità dell'essere" di cui parla Winnicott. L' alternarsi della presenza e dell'assenza - la questione del non - è resa interrogabile da ciò che transita, poiché questo sta nel posto di ciò che manca, di quel che va via. È questo il luogo dell'oggetto transizionale: "fare presente l'assenza, permettere la lontananza attraverso una sua rappresentazione simbolica che è già, al tempo stesso, una sua prima significazione"5.
Resta sempre la prima.
Aveva creato la frase: "Tutto ciò che ho è quello che non ho".
La relazione è la scena, il teatro in cui la cosa si rappresenta.
Holding, possibilità di contenere, non è ben traducibile in lingua italiana. Significa tenere, trattenere, tenere in mano e dunque poter maneggiare, manipolare. Indica una possibilità di fare argine, limite o confine, rispetto a uno scorrimento altrimenti senza presa, senza aggancio. Il termine "urto" è abbastanza forte, ma è per cercare di significarvi ciò che pensiamo possa essere per un piccolo umano l'impatto dell'altro.
Continuità dell'essere, ovvero la possibilità di sentire un'armonia, una melodia, in modo che i picchi di altezza o di abbassamento dei toni non siano troppo forti. Lo stesso per gli spigoli, le angolature della relazione stessa.
Bene o male, l'essere per me era continuato. Altrimenti, non starei ora a camminare.
Nel calore dei transiti si fonde e si plasma senza sosta l'antidoto all'impensabile angoscia: continuare a esistere.
Si tratta del campo del pensiero, o del linguaggio. Esso non si costruisce di per sé, ma necessita, per questo, della presenza dell'Altro, di questa area di scambio, un potenziale andare e venire, una trasmissione. Essere me e non me, interno ed esterno, io e l'altro; una storia di passaggi, di transizioni.
Se manca quest'area di transizione, un essere umano a rigore non è un essere umano.
Non è sufficiente dire che non esisterebbe o che si atrofizzerebbe nelle sue capacità
mentali o di rappresentazione. È forse più esatto dire che proprio non sarebbe. Nel
senso che neppure potrebbe essere pensato.
All'epoca, sono stato un pensato. Credo di esserlo tuttora, nel caldo torrido del posto. Anche dal coniglio.
Nell'ambito della necessità della relazione, si costruisce una dialettica sempre
paradossale - cioè mai definibile con criteri statici - tra assenza e presenza nella loro
alternanza simbolica.
Paradossale perché si tratta dello scambio vitale e necessario, del quale tuttavia non si
può dare una versione certa e definitiva. Non si può dire che questa dialettica, questo
scambio, sia in grado di fissare se stesso una volta per tutte. Essere in questo gioco, in
quest'area transizionale significa entrare in questo scambio del quale non è possibile
una definizione finale. Se lo fosse ci verrebbe a mancare anche la spinta a costruire,
saremmo praticamente appagati da una fissazione di tutte queste parti di cui si compone lo
scambio: io, l'altro, l'identità, i confini.
Del parlare del transizionale in uno scritto che scrive della scena fulminea, improvvisa e sola, dello sguardo caldo del coniglio.
Nella scena nessuno dice una parola. Eppure non si fa altro.
Winnicott chiede: a che servono il pollice, le coperte, gli orsetti? Risponde che
servono a significare, simbolizzare, metaforizzare, rappresentare, pensare una assenza.
C'è una certa differenza fra un'assenza che rimane tale - e che resta dunque assoluta e
impensabile, immotivabile, non entra nel giro dei pensieri né in quello delle fantasie,
tanto meno entra nelle rimozioni -, e un'assenza che, proprio in quanto assenza, inaugura
un gioco, un rapporto. Un simbolo o un segno. Per questo l'oggetto è transizionale, vale
a dire segna, marca, simbolizza sempre una transizione in atto; e consente di fare
un'esperienza decisiva. La cosa, l'altro, appare e scompare, ha questa possibilità, e si
ha altrettanto la possibilità di non morirne.
L'animale caldo dava di volta in volta dolore, fatica, entusiasmo, potenti emozioni; ma non ne morivo, proprio perché potevo anche sostituirlo con qualche altra immagine, lo potevo rappresentare, era lui che in fondo me lo suggeriva.
Potevo giocare, tramite un oggetto sostitutivo, al gioco dell'assenza e della presenza, della loro alternanza. Questo gioco fa diventare l'oggetto - e dunque anche il soggetto stesso - frequentabile, vivibile.
Permettere la lontananza.
L'immagine di un altro che si prende cura e che in tal modo funziona come un riparo.
L'altro, che per costituzione esiste a intermittenza, si dà a momenti, poiché non sempre c'è nel senso reale. L'altro è per definizione l'intermittente. Quel che conta è che questa temporalità, sempre segnata, marcata da tempi di pieno e di vuoto, permetta un'idea di continuità. Anche quando l'altro non è presente, non mi ripara, non per questo sono obbligato a smettere di essere.
Winnicott dice dell'angoscia in quanto angoscia impensabile.
Dell'esperienza dell'angoscia in un essere umano, piccolo o grande che sia, non può darsi
pensiero risolutivo o definitivo. L'angoscia è tale proprio perché di essa, proprio come
tonalità emotiva, non può darsi una spiegazione totalmente razionale. Imparare la
possibilità di educarsi a una vicenda del genere è altamente specifico dell'esperienza
dell'analisi propriamente detta.
Nei confronti dell'angoscia impensabile, del senso di vuoto o della vertigine della mancanza, occorre che la presenza dell'altro restituisca un percorso di continuità.
Come posso continuare a esistere se quando ho fame o voglia di urlare tu non ci sei?
Questa situazione è del tutto normale. Se si pensa di poter vedere in questo tratto fondamentale dell'esperienza umana qualcosa che a priori sarebbe patologico, o non si è vissuto oppure ci si sta incamminando per una strada non proprio feconda.
Ci possiamo trovare in uno stato di sofferenza. Qualcosa nell'ambito della relazione va in stato di sofferenza. Un tempo di angoscia impensabile è seguito soltanto da un altro tempo di angoscia impensabile, e poi da un altro simile, e così via. Viene a mancare quella temporalità di pieni e di vuoti che si alternano in questo gioco. Un'assenza assoluta, non giocabile.
"E' opportuno qui affermare che, qualsiasi siano i fattori esterni, è la visione (fantasia) che l'individuo ha del fattore esterno che conta"6.
Questo passaggio, che sembra qui semplice, è uno dei più cruciali di tutta la
psicanalisi e forse dell'esperienza umana in generale.
Ciò che conta non è tanto la realtà, il fattore esterno, ma come la persona lo
accoglie.
Se il rapporto con la realtà fosse subito immediato, non avremmo bisogno di simbolizzare alcunché. Si può pensare che l'avvento del simbolo o della necessità della parola sia interpretabile come una sconfitta, dato che l'esistenza di questa necessità significa che non siamo mai tutt'uno con la supposta realtà, che non possediamo una chiave di collegamento con il mondo esterno che ci inserisca in una comunicazione senza ostacoli. Bisogna vedere quale lutto si ha bisogno di portare.
Ritengo più seducente pensare che tale necessità permetta invece una possibilità di esistenza non troppo schiacciata sull'immediatezza, appiattita in un assoluto che, una volta adottato, non si saprebbe poi bene che cosa altro fare.
Scava, coniglio, scava e portami fino al buco del tempo. Nell'origine.
"Assieme a questo è necessario ricordare tuttavia che esiste uno stadio in cui
l'individuo non ha ancora ripudiato il non-me, e nel quale quindi non esiste un fattore
esterno e la madre è una parte del bimbo"7.
Si dovrebbe forse aggiungere che probabilmente in questo periodo della vita - ammesso che
ne esistano altri - in cui non si può decidere più di tanto il confine fra me e non-me,
si scava, si inserisce qualcosa nella crescita o nello sviluppo, che non è e non sarà
riducibile a oggettivazioni di sorta. Riguarda proprio la relazione in quanto tale, e
l'oggetto transizionale ne è continua testimonianza.
Quando l'essere umano si trova in un tempo di frustrazione, quindi quando non sente l'integrazione, se questa angoscia supera una certa soglia e si verifica la non-copertura da parte dell'altro come presenza, si può fare ricorso a una difesa estrema. Ci si fa del male, ci si autodistrugge come ultimo modo per richiamare l'attenzione dell'altro. È un estremo tentativo di padronanza di un'angoscia altrimenti non sostenibile. Provo a farmi male per vedere se l'altro si presenta e si occupa di me.
Strizzai gli occhi per superare la luce e vedere oltre il riflesso. Lui mi stava ancora vedendo, ne ero certo.
"Sono visto o capito come esistente da qualcuno"8.
"Ricevo di ritorno (come un volto visto in uno specchio) la prova, di cui ho
bisogno, di essere stato riconosciuto come un essere"9.
Ancora: "Quando tutto va bene, la pelle diventa il confine fra il me e il non-me. In
altre parole, la psiche è venuta a vivere nel soma ed una vita psicosomatica individuale
ha avuto inizio"10.
Psiche che viene a vivere in un corpo, come un ospite, un trasloco, una transizione.
Quando tutto va bene, si può temere la disintegrazione soltanto se si ha un'idea, un ideale, di integrazione. Solo se mi sento pervaso dall'idea di essere posso temere di tornare nel non essere. Quando posseggo la sensazione dell'"io sono", là dove quindi sono forte nella protezione e nel riparo, proprio lì sono in realtà più vulnerabile. Più esposto all'attesa di un male, di una persecuzione.
Camminando, mi arrendevo all'idea che Woods avesse ragione. L'accenno alla cute, o alla
pelle, rimanda a questa linea di confine, reale ma non soltanto, fra una rappresentazione
in termini di esterno e un'altra in termini di interno.
Ma il bordo è labile, nella visione del transizionale.
La pelle scottava, essa può fare male. L'involucro, la barriera, il nostro principale vestito è esposto al dolore. Al sole brucia.
Ogni innervazione psicosomatica, ogni travaso, transizione dal dolore all'angoscia e viceversa, sono processi che non possono non attivare dei sistemi difensivi, o di tornaconto. L'angoscia, altrimenti impensabile, si fa presente, rappresentabile attraverso un male somatico. Sono cose che Freud inizia a trattare in modo magistrale a partire da quell'opera fondamentale che è Studi sull'isteria.
Allenta, coniglio, distogli il tuo sguardo, la pelle si secca, cade a squame, sono preoccupato per la mia bella stoffa.
"È utile concepire il materiale da cui emerge l'integrazione in termini di elementi motori e sensoriali, che sono la stoffa di cui è fatto il narcisismo primario"11.
Per "narcisismo primario" si dovrebbe intendere in psicanalisi qualcosa di
abbastanza sconcertante nella sua semplicità. Se un essere, appena venuto al mondo, non
trova in qualche modo la maniera di tenere (hold) a se stesso, e quindi conseguentemente
di segnalare quando questa tenuta è in bilico, non riuscirebbe a sopravvivere.
Tenere a se stesso implica naturalmente ciò che di se stesso si sente; prima ancora di
vederlo il se stesso si tocca.
Ma il transizionale, che non incenerisce, resta lontano di là dal vetro.
Corpo, pelle, stoffa; Woods, queste parole aiutano a capire.
La stoffa del narcisismo è fatta di corpo. Su di essa "si innesterebbe poi una
tendenza verso l'acquisizione del senso di esistere".
Questo dover comprendersi è un resto, nella trama calda della relazione.
2.
dove siamo (se mai siamo in qualche posto)?
Il posto caldo scioglie le cose, disfa i pensieri.
Nel frattempo, come tutti, mi ero sviluppato.
L'essere, in quanto essere per non morire, si aggrappa a tutto. Sviluppi, grammatiche, conigli. Soprattutto, transizioni.
Ma è lì, nei transiti, che l'evento insiste. L'evento secondo Heidegger [Ereignis] e-viene. Venendo sempre un po' e-, fuori o al di là del venire abituale, produce sorpresa, incanto e morte, per quella rappresentazione di sé che non lo prevedeva, non lo voleva. Proprio questi fratti, improvvisi guadi dell'immagine di sé, favorirebbero il senso dei transiti: occasioni di domande, di passeggiate con l'amore e la morte, se solo si uscisse di casa senza preoccuparsi del sole assassino.
Loro lo chiedono. Il coniglio spesso domandava. Gli oggetti transizionali, quando sono al minimo del loro essere apparentemente oggetti, quando cioè quel che di loro presta il fianco alle fissazioni oggettivistiche viene un po' meno, quando allora di conseguenza la faccia che mostrano al loro protetti non è quella spesso rigida e leggermente maniacale della cosa per la cosa, quando dunque si evengono più come transizioni in atto che come precisi e scarruffati feticci, ecco, proprio lì essi domandano.
L'abilità del coniglio consisteva in tali repentini cambi di ritmo. Passava dal tempo placido della sua presenza, costante e rassicurante insieme, agli improvvisi di partiture inattese, dove faceva sì che io domandassi. Chi era, chi ero, perché eravamo. Qual fosse il senso del nostro chiederci insieme, non lo sapevo allora e non lo avrei saputo mai. So solo che mi riscaldava. Nonostante le migliaia di risposte messe alla prova, nessuna delle domande che noi due ci lanciavamo sarebbe mai stata soddisfatta. Eppure con lui c'era questo tepore dei pensieri, anche le richieste più orribili provavamo a soddisfarle, ma così, per gioco. Certe volte, con differente umore, non sopportavo il caldo abbraccio del domandare. Allora gli chiedevo di non farlo più, io sono come tutti gli altri, stupida bestia, voglio le presenze e le certezze. Stai zitto, tu devi essere un oggetto.
Il silenzio del coniglio. Ora che camminavo nel prato e pian piano mi stavo allontanando, sentivo il suo sguardo artigliato alla pelle che bruciava oltre il calore del sole.
Mi guarda alle spalle, pensavo. Certe volte il suo silenzio mi feriva, come allora. Fra noi era un movimento consueto. Lo riducevo a cosa fra cose e lui pareva starci. Per ore o giorni entrava nel silenzio. Era la fine del domandare. Io ero io, lui era lui. Fine del discorso.
Pochi rumori venivano avanti nell'erba calda. Il fruscio morbido dei passi, la terra sotto.
Spalle larghe. Anche loro si erano sviluppate.
Il transizionale, che come tutti i conigli è fatto prevalentemente di orecchie, era stato in ascolto. Tutti questi anni.
Ero cresciuto, come si è soliti dire di uno che ha trascorso qualche decennio su questa Terra. Mi avevano dato un nome. E poi? Chi ero, in realtà?
In Winnicott, l'accento non cade né sul soggetto né sull'altro, ma sul rapporto.
Essere è essere in relazione.
Roba da conigli.
Mi domandavo perché la vita fosse così piatta. Accade ancor oggi che passeggio, ma ricordo un particolare periodo dello sviluppo, in seguito stabilito certo inesattamente nella media adolescenza terribile, in cui la cosa mi appariva del tutto intollerabile. Decisi all'epoca di reagire. Non volevo la responsabilità della piattezza.
Mi piaceva l'eros, come tutti. Volevo credere e godere. Chiedevo al coniglio come fare.
Stava zitto.
Le domande troppo dirette lo infastidivano. Quelle che pretendevano le risposte.
A volte giocavo, altre non riuscivo. Mi sentivo svuotato, senza senso.
L'entrare in rapporto con l'oggetto è un'esperienza del soggetto che si può descrivere, in termini del soggetto, come un essere isolato.
Quando non ti senti eccitato, di quell'euforia un poco macabra del condannato, allora la tua solitudine ti convince di essere nella colpa.
Il coniglio, in questi casi, mi accompagnava dall'altra parte della tristezza, dove la malinconia era una coperta calda da pensare, abbastanza lontano dalla notte gelata.
Senza di lui mi sentivo il capitano di una nave mai costruita. Questo è ora la mia
vita. Solo capitano a bordo dopo Dio.
Curioso, la stessa cosa che Lacan dice dell'analista in un'analisi.
Mi avevano dato un nome. E poi? Chi ero, in realtà?
Un oggettino da piazzare in qua e in là. Dovevo reagire. L'io è quell'istanza pneumatica che si può gonfiare.
Ovviamente, non poteva trattarsi solo di zampe. Fra le braccia del coniglio avevo raggiunto una invidiabile sicurezza del mio io. Non solo avevo deciso che qualcosa come io esisteva - già a questo punto il transizionale mi era parso un po' inquieto -, ma avevo anche stabilito che era mio.
C'era stato effettivamente un periodo nella mia vita in cui ero convinto di essere io. Il mondo, ben accettato, era stato ben condiviso e ben intagliato. Non vi era più commistione fra me e non-me, labilità frapposte fra i miei possedimenti e quelli dell'altro, incertezze fatali fra chi dovesse stare fermo e chi trasferirsi. Le cose erano finalmente ferme. Posate, con una loro eleganza un poco stentorea, come di incessante declamazione di antiche virilità. Le forme stavano infine diventando da maschio.
Io sono questo, tu sei quello. Naturalmente il questo, più importante perché più
vicino, appartiene a me; tu, è già tanto che disponi del quello, che è il lontano.
Intendiamoci, sta nella distanza, ma solo provvisoriamente; in effetti la sua è
un'alterità un po' fittizia, a volte fastidiosa - questo lo ammettevo - ma in realtà era
solo questione di tempo. Era là perché era solo in attesa di essere qui. Prima o poi,
quello lo annettevo.
In quell'età, ero hegeliano senza saperlo. Forse come tutti. O quasi tutti, di noi.
Ammettiamo l'altro e il lontano, accettiamo tutte le alterità immaginabili, ma appunto
solo quelle immaginabili, che prevedono che prima o poi egli sarà mio, lo spirito
assoluto tutto raccoglie, basta aspettare il movimento giusto della dialettica corretta.
La logica non può nulla, una volta che la allettante semplificazione di una posizione persecutoria è stata raggiunta.
Il vero uomo non tentenna. Se attende, lo fa solo per cogliere meglio la sua preda. E non parla con i conigli.
Dunque, ero io. Mi pareva una buona scelta. In quei periodi d'altronde, quando si
tratta di assumere un identico forte, una bussola per navigare e per di più una forma
fisica niente male, non si può andare tanto per il sottile. Bisogna fare in fretta,
perché le ragazze cominciano a guardarti in un altro modo e perché tutti dicono che non
si deve essere adolescenti in eterno.
Il coniglio mi ripeteva: e i transiti?
Che ne hai fatto del tuo potere di sciogliere i nodi e incamminarti nei fili cocenti dei legami?
Quelle domande bruciavano ancora.
Ora che camminavo nell'erba calda, ora che avevo di nuovo imparato a stare nel posto caldo
del coniglio, il ricordo di quel periodo mi faceva stare male. Avevo fatto di tutto per
sbarazzarmi del transizionale, per spegnere la sua luce inquieta, per ammutolire la sua
parola, significante senza luogo e senza obbligo di certezza.
Aveva provato. Ogni volta lo facevo fuori con crescente ferocia, come per vendicarmi. Le cose erano ben accettate, stupido animale, ben conservate, una qui l'altra là, la vita è un grande raccoglitore, te lo ricordi Woods, le madri contenitori, le good enough, lo dicevi, no?, ma è chiaro, siamo noi i contenitori, noi decidiamo la posizione, il posto delle cose, inutile bestia, noi siamo i buoni!
Ovviamente non avevo capito niente di Woods, lo leggevo per farmelo andare, come di solito si leggono i libri, per edificare ancor più i nostri fantasmi.
In quel tempo, "accucciato per terra a contemplare il mio ombelico", parlavo
spesso del Bene. Il coniglio non ne era felice. La sua arcaica saggezza di animale da pelo
gli rammentava adeguatamente, con una semplice increspatura del manto, qual fosse il tempo
della minaccia e quello degli eroi. Per di più, essendo la sua materia morbida stoffa,
ben conosceva la sua provenienza dalle mani dell'uomo. Ciò, aggiungendo saggezza a
saggezza, faceva sì che egli sapesse dell'umano quanto bastava a interpretarne con
anticipo le azioni, in particolare le più terribili, quelle legate alle credenze, per
salvarsi la pelle.
In altri termini, quando mi ascoltava farneticare delle cose ben accettate, ovvero
adeguatamente tagliate con l'accetta per mozzarne i transiti e gli eccessi, sapeva che
sarebbe stato fatto fuori, come sempre capitano le cose quando gli umani agiscono in nome
del Bene.
Non si sentiva un eroe. Come tutti quelli della sua schiatta, avvezzi ai transiti, non amava le risoluzioni. Sapeva della sua morte. Forse l'abituato ai passaggi ha un buon rapporto con l'inconscio, più di noi schiavi dell'identico; e allora egli saprebbe di non conoscere la morte, di non doversene preoccupare troppo.
Forse sapeva che sarebbe tornato.
A guardarmi ancora, nel posto caldo della nostalgia, oltre il gelo delle oggettività in cui ci costringiamo a vivere.
Non volevo essere un cattivo giocatore nella storia.
In quel tempo, tempo dell'odio e del rigonfiamento, avevo bisogno di cancellare le transizioni, portatrici di inquietudine ed eccesso, tratti psichici mal governabili e dunque dolorosi.
Il risentimento ha questo di efficace, consente il controllo dell'oggetto; cattivo, dunque perseguibile. E da tempo, la persecuzione è lo strumento di controllo dell'Altro più sicuro.
Era evidente che nonostante l'età detta tenera da tempo leggevo. Il vizio impunito lo tenevo nascosto. Solo il coniglio, che sapeva tutto di me, ne era a conoscenza.
Il transizionale, allora più addolorato che scontroso, nell'estremo tentativo di aiutarmi, dopo che la sua attività di varie transizioni non aveva avuto più esito, mi sottopose alla lettura di un foglio.
Era sgualcito, ma non come se fosse stato adoperato. Al contrario, pareva intonso e
antico. Eppure aveva circolato.
Si vociferava che fosse stato addirittura Woods in persona a passarlo di mano in mano, di
zampa in zampa, di lembo in lembo, fra i suoi transizionali più affezionati. La sua
leggenda si era alimentata quando il foglio fu addirittura pubblicato, e per di più
nell'opera di Woods più nota. Come la lettera rubata di Poe, il testo faceva bella mostra
di sé sulla miglior mensola del camino che scrittore potesse auspicare: la bianca pagina
del best-seller settore psicoterapie.
Naturalmente, Gioco e realtà fu tirato e prefato, letto e studiato, riassunto in scalette
per esami universitari, ripetuto a voce nelle linee essenziali delle sue riduzioni
oggettivistiche. Divorato e riciclato spesso, il suo senso viene ora tramandato dalle
consuete tredici righe riassuntive delle più celebri definizioni: oggetto transizionale,
madre sufficientemente buona, illusione-disillusione, area di gioco. Il foglio inserito
nel libro, com'è giusto, fu a malapena notato.
Il transizionale, che non è l'assuefatto, non stava bene nelle tredici righe. Decise
quindi di uscire da quell'angusto spazio e camminare lontano, andando a domandarsi ai
bambini di mezzo mondo. Ancora oggi lo fa.
Ma, animale di nostalgia quale è, all'epoca della sua trasmigrazione ebbe cura di
portarsi via il suo piccolo transizionale, quella pagina di Woods che quel giorno, per
sfogliarmi l'io mal alterato, il coniglio mi presentò:
Desidero esaminare il luogo - uso questa parola in senso astratto - dove noi ci
troviamo per la maggior parte del tempo allorché sperimentiamo la vita.
Dal linguaggio che usiamo mostriamo il nostro naturale interesse in questo argomento. Mi
posso trovare dentro a un imbroglio, e allora o ne esco carponi o invece provo a mettere
le cose in ordine in maniera da potere, almeno per un momento, sapere dove io sono. Oppure
posso pensare di essere sul mare, e faccio ogni sforzo per potere arrivare in un porto (un
qualunque porto in una tempesta), e poi quando sono sulla terra asciutta cerco di trovare
una casa costruita sulla roccia piuttosto che sulla sabbia; e nella casa che è mia, che
(dal momento che io sono inglese) è il mio castello, io sono al settimo cielo.
Senza forzare il linguaggio quotidiano io posso parlare del mio comportamento nel mondo
della realtà esterna (o condivisa), o posso fare esperienza interiore o mistica, mentre
me ne sto accucciato per terra contemplando il mio ombelico.
È forse un uso piuttosto moderno della parola interiore, quello di usarla in riferimento
alla realtà psichica, pretendere che vi sia un di dentro dove la ricchezza personale va
costruendosi (o la povertà appare) mentre noi facciamo progressi nello sviluppo
emozionale e nello stabilirsi della personalità.
Qui ci sono due posti, allora, il di dentro e il di fuori dell'individuo. Ma questo è
tutto?
Quando si considerano le vite degli esseri umani ci sono quelli a cui piace di pensare
superficialmente in termini di comportamento ed in termini di riflessi condizionati e di
condizionamento, ciò porta a quella che viene chiamata terapia del comportamento. Ma la
maggior parte di noi si stanca di limitarsi al comportamento o alla osservabile vita
estrovertita delle persone che, piaccia loro o no, sono motivate dall'inconscio.
Per contrasto, vi sono quelli che pongono l'accento sulla vita "interiore", che
pensano che gli effetti dell'economia ed anche della stessa indigenza hanno ben poca
importanza in confronto con l'esperienza mistica. L'infinito per quelli della seconda
categoria è al centro del sé, mentre per i behavioristi che pensano in termini di
realtà esterna, infinito è il raggiungere al di là della luna le stelle ed il principio
e la fine del tempo, tempo che non ha né una fine né un principio.
Io sto cercando di muovermi in mezzo a questi due estremi. Se noi guardiamo alle nostre
vite probabilmente scopriamo che noi passiamo la maggior parte del nostro tempo né
nell'agire né in contemplazione, ma in qualche altro posto. Io chiedo: dove? E cerco di
suggerire una risposta.
Il foglio mi colpì come una pietra. ancora oggi ricordo che subito pensai che non era così scontato che noi, per il solo inconveniente di essere nati ci dedicassimo a vivere. Allorché sperimentiamo la vita. Forse non è così semplice, se farlo vuol dire accorgersi del "luogo-non-luogo" in cui siamo.
Desidero esaminare il luogo - uso questa parola in senso astratto - dove noi ci
troviamo per la maggior parte del tempo allorché sperimentiamo la vita.
Dal linguaggio che usiamo mostriamo il nostro naturale interesse in questo argomento. Mi
posso trovare dentro a un imbroglio, e allora o ne esco carponi o invece provo a mettere
le cose in ordine in maniera da potere, almeno per un momento, sapere dove io sono. Oppure
posso pensare di essere sul mare, e faccio ogni sforzo per potere arrivare in un porto (un
qualunque porto in una tempesta), e poi quando sono sulla terra asciutta cerco di trovare
una casa costruita sulla roccia piuttosto che sulla sabbia; e nella casa che è mia, che
(dal momento che io sono inglese) è il mio castello, io sono al settimo cielo.
Essere nella parola significa essere in infiniti luoghi. Ognuno di essi è anche un
non, un transito e dunque un domandare. Il linguaggio è la casa dell'essere, ma l'essere
è domanda (Seinsfrage).
Il mondo, che mi è gettato addosso come una domanda. Come scrive Nemo.
Non avere l'accesso ai transiti è grave. L'imbroglio, il porto, il mare non parlano.
Stanno, semplicemente. O mancano. Presenza e assenza non siedono mai alla stessa tavola.
Neppure in quella sontuosa di un castello inglese.
Senza forzare il linguaggio quotidiano io posso parlare del mio comportamento nel mondo della realtà esterna (o condivisa), o posso fare esperienza interiore o mistica, mentre me ne sto accucciato per terra contemplando il mio ombelico.
Grazie Woods, di averci fatto transizionali.
È forse un uso piuttosto moderno della parola interiore, quello di usarla in
riferimento alla realtà psichica, pretendere che vi sia un di dentro dove la ricchezza
personale va costruendosi (o la povertà appare) mentre noi facciamo progressi nello
sviluppo emozionale e nello stabilirsi della personalità.
Qui ci sono due posti, allora, il di dentro e il di fuori dell'individuo. Ma questo è
tutto?
Il transizionale, che non è il ben accettato, aveva sempre da ridire quando si cercava
di orientare il luogo verso una semplice descrizione in termini di dentro o fuori. In
genere, pur se talvolta strepitava e faceva confusione, entrava in un umore un po' cupo,
quasi una tristezza senza nome. Suggerire l'eliminazione del non lo angustiava. C'era da
capirlo; ne andava della sua stessa vita.
Per lui non erano mai solo teorie. La cosa non si può friggere, ripeteva, mulinando le
orecchie all'indietro. Ma i ben accettati avanzavano inesorabili nel loro progresso,
scandito dalla polarità dentro/fuori che al pari di altre ben funzionava. Mentre, da
qualche altra parte nel luogo, una ricchezza andava costruendosi e una povertà appariva.
Quando si considerano le vite degli esseri umani ci sono quelli a cui piace di pensare superficialmente in termini di comportamento ed in termini di riflessi condizionati e di condizionamento, ciò porta a quella che viene chiamata terapia del comportamento. Ma la maggior parte di noi si stanca di limitarsi al comportamento o alla osservabile vita estrovertita delle persone che, piaccia loro o no, sono motivate dall'inconscio.
Di solito non è che si facciano salti di gioia. L'annoiarsi dell'osservabile vita estrovertita: il coniglio amava questa espressione.
Per contrasto, vi sono quelli che pongono l'accento sulla vita "interiore", che pensano che gli effetti dell'economia ed anche della stessa indigenza hanno ben poca importanza in confronto con l'esperienza mistica. L'infinito per quelli della seconda categoria è al centro del sé, mentre per i behavioristi che pensano in termini di realtà esterna, infinito è il raggiungere al di là della luna le stelle ed il principio e la fine del tempo, tempo che non ha né una fine né un principio.
Tempo che non ha né una fine né un principio.
Io sto cercando di muovermi in mezzo a questi due estremi. Se noi guardiamo alle nostre vite probabilmente scopriamo che noi passiamo la maggior parte del nostro tempo né nell'agire né in contemplazione, ma in qualche altro posto. Io chiedo: dove? E cerco di suggerire una risposta.
Ricordo che il coniglio sarebbe stato più contento se il creatore avesse scritto: cerco di suggerire una domanda. Proprio l'ultima parola era l'unica del foglio di Woods che avrebbe cambiato. Non si può essere sempre d'accordo su tutto.
Allora il foglio mi prese, ne fui educato. Se oggi avanzo nell'erba folta del posto caldo, è perché non ho dimenticato.
Cosa ti ha insegnato il transizionale, come hai domandato ancora?
La gente usa Dio come un analista - qualcuno che stia lì mentre tu stai giocando.
Certo, farne a meno è doloroso. Ma è questo che il transizionale ti dice, educandoti a entrare e uscire dalle separazioni. Un distacco può diventare un domandare.
Assenza prodiga.
Forse per domandare lo sguardo va tenuto lento. Corda meno tirata, attenzione non così
fissa.
Non avevo mai perso di vista mio padre, per lungo tempo. Non potevo permettermelo, allora.
Era l'unico modo per illudermi che il non mi sarebbe stato risparmiato.
Il dolore non può andare via. Nulla di ciò che siamo può cancellarsi. Le infinite cose che siamo e siamo stati sono sempre presenti. I desideri, in quanto inconsci e indistruttibili, sono quel che ci consegna all'eterno, almeno finché siamo vivi. È questa sorta di temporanea eternità che non accettiamo e che è all'origine di gran parte del disagio. Vorremmo poter scegliere. Essere noi a stabilire che cosa di questo nastro inciso in modo indelebile poter tagliare o conservare. Chi è in analisi vorrebbe cancellare il male che l'ha condotto sul divano. Questa pretesa proprio umana gli impedisce o comunque gli ostacola il cammino verso la trasformazione che è in fondo all'analisi. Il dolore, espulso dalla storia, porterebbe via con sé l'unica cosa che c'è di prezioso in esso: il suo domandare. Perché questo è sempre il senso nascosto di ogni follia e di ogni sofferenza: il transito verso ciò che domanda. Che altro scopre Freud all'origine se non che dall'emiparesi al rituale dei topi è un domandare che si lascia vedere?
Il coniglio ascoltava paziente i miei pensieri.
Come in certi raga indiani, la musica c'è sempre tutta; si ripropone in infinite
forme, ma tutta ritorna sempre. Nel nastro sono presenti tutti i tratti del tempo che è
stato ed è nostro; soprattutto i transiti, i passaggi, gli snodi del non che apparentano
e legano e sciolgono quel che viene a essere. O al pensare, come scrive Parmenide.
La pretesa di buttare via il dolore per conservare solo il bene consegna l'umano, nel
dispendio inutile di uno sforzo che non ha fine, alla lontananza dal domandare e alla
servitù del dover-rispondere.
Intorno poi alla necessità che il domandare umano più autentico abbia bisogno
dell'angoscia e del disagio, questa crudeltà resta nel mistero.
In Winnicott la questione ruota intorno all'assenza, il cui non è la condizione di qualsiasi cosa si possa intendere come sviluppo.
Il non assenta ininterrottamente qualsiasi presenza. Consente il transito fra l'una e l'altra. Dunque, la continuità dell'essere.
Difficile pensare al non di Heidegger mentre camminavo. Sapevo che era la questione
essenziale, lo sapevo da tanto. Decidevo ancora di rinviare. Forse era la difficoltà,
forse la luce terribile del sole.
3.
Il poeta è ritornato per lunghi anni nel nulla del padre.12
Avanzando nell'erba, le cose entravano in me. Dapprima piano. In silenzio. L'assenza di
rumore scende giù, come il primo modo della presenza. Le cose entrano in silenzio, al di
là dei fragori rutilanti di Eros. Freud dice del lavoro silenzioso della pulsione di
morte. Essa scioglie i nessi, ha questo incarico. Apre le porte del senso, le ridiscute in
un'altra, differente distribuzione. Siamo noi umani, che ci presumiamo affrancati dal
transizionale, che scambiamo il dissolvimento del nesso - lo slegamento - con la faccia
fredda della morte.
Mentre a morire, silenziosamente, è ogni volta e mai abbastanza la rutilanza
dell'assoluto cui siamo abituati.
Le cose entrano, si scaldano e nel braciere del senso si aprono al non del loro passaggio. Transitano, finalmente. L'inconscio non sta fermo. Si muove, produce calore.
Nel posto caldo del coniglio, nel foglio che tempo fa mi aveva passato, c'è ancora un segreto? Certo il senso di quel testo sarà stato esaurito, prosciugato dale innumerevoli interpretazioni di sicuro commento; sviscerato e illuminato da infinite ermeneutiche, per ogni dove e ad ogni scopo condiviso. Oppure no. Forse esso ancora intrattiene e ora, in questo preciso momento, mi appariva chiaro il motivo per cui anni fa il transizionale me ne aveva messo a parte. E ancor più perché lui, finto animale reale, lo aveva così a lungo conservato.
C'è qualcosa di immane e forse crudele in quel che l'inconscio eccedendo conserva. Anzi, nel fatto stesso che trattiene. Al di là dei contenuti di volta in volta presenti. C'è del senso nei transiti che passano via. Noi umani siamo fin troppo abituati a intendere ciò come delle oscure trame da interpretare. Hegeliani senza saperlo, come ho detto, supponiamo che tutto abbia un senso, e se è nascosto meglio, ci sarà maggiore sapere.
Ma qui no. Inutile tuffarsi dal cassettone nella speranza di immergersi nel mare del senso allo scopo di elucidarne i segreti. Il non non è un no che poi diventa un sì. È qui che la cosa non si vuol capire. C'è del senso nei transiti che passano via. Non significa che quel senso - l'inconscio, probabilmente - è lì per aspettare qualcuno. Quel senso che si dà, si dà di volta in volta in quanto non, non come resa al sapere del soggetto. Il soggetto, che oltre che mortale è parlante, dice ogni volta quel non, quel transito, quel passaggio, non può farne a meno. Ma non per questo ne è padrone.
La caduta dal cassettone non è come entrare in mare con un salvagente. Ma lo è, caduta nel senso, come la vicenda di colui che rimbalzando qua e là sul pavimento, prendendo un po' di colpi sul duro legno, a un certo punto si trova rotolato di fronte a un vetro caldo di finestra; e da lì comincia a guardare quel che brucia.
Certe volte pensavo che il coniglio fosse tornato con un salto in cima al cassettone e da lì mi guardasse interrogando, triste come un padre.
Non dimenticare mai che sei il nucleo della ferita. Come scrive Jabès.
Questo mi ripeteva lo sguardo silenzioso del coniglio.
Una qualche abrogazione dell'onnipotenza è una caratteristica fin dall'inizio.
Questo pensava Woods, e ancora oggi camminando nell'erba calda ero convinto che lui
avesse mandato il coniglio a questo scopo, per lasciarmi una tutela contro i guasti
dell'onnipotenza.
Sviluppato, avevo fatto di tutto per dimenticarlo. Per questo l'animale era ancora di là
dal vetro. Da tempo mi aveva lasciato il luogo in cui vivere.
Un adattamento rigido è anche magico e l'oggetto che si comporta perfettamente diventa niente di meglio che un'allucinazione.
Quale stranezza. Da adattati, vorremmo possedere un oggetto e quando è ben ridotto a cosa fra cose e noi diventiamo ben adattati ai canoni del possesso, lui entra nella nuvola incerta del delirio.
Il compito di accettazione-di-realtà non è mai completato, [...] nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna, e che il sollievo da questa tensione è provveduto da un'area intermedia di esperienza.
Questa realtà, che non finisce mai.
Avanzando nel prato liscio, ancora pensavo all'antica idea della tensione illimitata. Freud l'aveva consegnata con chiarezza, l'evidenza tipica dell'enigma. Nelle descrizioni dell'apparato psichico, egli racconta come der Apparat viva di un'angoscia inguaribile: la sua prima legge è che le tensioni siano ridotte a zero e che il piacere coincida con l'annullamento di ogni Besetzung, investimento o impegno. Ma se ciò avvenisse, se la legge fosse rispettata nella sua lettera, sarebbe la fine. Allora la seconda legge prescrive che l'apparato, per la continuità del suo essere, mantenga sempre un livello minimo di tensione.
L'infinito mettere in relazione.
Avevo sentore che i due paradossi - la tensione illimitata e l'infinito dover mettere in relazione l'interno con l'esterno - fossero due volti del medesimo mistero. Il transito. Questo clinamen senza termine, salvo quello che di volta in volta pare arrestarsi. Il tempo di riacquistare le forze per il salto nuovo. Un'altra caduta, un'ennesima traiettoria.
Non si va verso l'essenziale poco alla volta, ma tramite improvvise cadute.
La vera caduta è subitanea nell'abisso; su di essa non è possibile costruire alcunché di edificabile.
La tensione dovrebbe entrare nella quiete, non lo fa mai una volta per tutte, pena la morte. La realtà dovrebbe diventare assoluta, e non lo fa mai se non nella follia. In quale luogo viviamo?
Il coniglio, certe volte lo avrei strozzato. Lo strangolamento ha questo di buono, che
si ha sempre l'impressione che strabuzzandogli occhi, orecchie e quant'altro, finalmente
si sprema fuori la cosa, il suo male, il difetto, la sua essenza vera.
L'animale in questi casi mi pareva sorridere beffardo, ma come non lo sai qual è il
luogo? È una vita che te lo dico.
Nei transiti, negli interstizi sottili fra una parola e l'altra, nelle pieghe indecise della voce come nei fogli dei ricordi mentre si girano le pagine, è lì che viviamo.
I pensieri non andrebbero incollati gli uni agli altri, con la speranza di trarne una conclusione. Essi transitano e, se si fermano in forme, non è per il bene dell'oggettività, ma per far cenno al loro eccesso.
A proposito dei ben adattati, Winnicott in Gioco e realtà parla della malinconica compiacenza: "[...] vi è un tipo di rapporto con la realtà esterna che è di compiacenza, per cui il mondo ed i suoi dettagli vengono riconosciuti solamente come qualcosa in cui ci si deve inserire o che richiede adattamento. La compiacenza porta con sé un senso di futilità per l'individuo e si associa all'idea che niente sia importante e che la vita non valga la pena di essere vissuta. In maniera angosciante, molte persone hanno avuto modo di sperimentare un vivere creativo in misura appena sufficiente per permettere loro di riconoscere che, per la maggior parte del tempo, esse vivono in maniera non creativa, come imbrigliate nella creatività di qualche altro oppure di una macchina".
Forse il luogo potrebbe essere la compiacenza. Il ben adattato vi troverebbe alcune
essenziali comodità. Ma: "la compiacenza è una base patologica per la vita".
Curiosi, i fondamenti. Appena ne adotti uno certo, o anche dopo un po', cominciano a fare
male.
Mi scaldavo lungo il suo sguardo. Come allora.
Se abbiamo un posto dove mettere ciò che troviamo.
In fondo, si cerca sempre di eliminare i transizionali. E non è per lo sviluppo. O forse sì. Bisogna vedere quale.
Oltre la compiacenza, il cammino nel prato aveva riportato alla luce la questione del non. Quando Heidegger scrive di das Nichts, amavo pensare che non si trattasse di nulla di noto, o anche solo di appena intuìto fino ad allora. Infatti, il pensiero che pensa in modo compiacente o adattato non è in grado di cogliere la questione adeguatamente. Il non non è la semplice negazione e neppure il dire di no in rapporto a un sì. Esso è il transito. Ogni determinazione, ogni "realtà" interna o esterna, ogni tratto dell'inconscio e dunque del pensiero che si dà nella parola, è sempre tagliato dalla possibilità del suo essere anche altrove. La cosa più stupefacente è che nessun tratto umano può fare a meno del coniglio. Del suo particolare transizionale.
Solo la pulsione di morte di Freud mi pareva all'altezza di ciò. Todestrieb è
dislegame in rapporto a ogni legame, è la possibilità che ogni nesso possa transitare in
qualsiasi momento verso la sua stessa dissoluzione.
La tensione illimitata, das Nichts che fa cenno a un eccesso mai domabile, animali e
angoli di coperte che ci intrattengono oltre la presenza e al di qua di un'assenza
altrimenti invivibile.
Esposti permanentemente al non, allo scioglimento, al passaggio senza misura né
compimento. Esposti sempre al calore di questo gioco, perché lo temiamo al punto da
scambiare la sua "creatività" con quella di una macchina?
Il non attraversa ogni realtà, nel luogo in cui viviamo. Dunque non è riducibile né all'assenza né alla presenza. La sua vicinanza, che tuttavia è indubbia, non è quella di un angelo custode. D'altronde, il coniglio non avrebbe mai accettato simile forma.
Avendo in lui il transizionale preferito fattezze da bestia, sosteneva di possedere
narici ben protese. Dunque amava ripetere che i libri mantenevano il loro odore, a
distanza di anni. Quando parlava così sorridevo e mi inteneriva un transizionale che
giocasse a prendere sul serio il suo fugace aspetto consegnato alla percezione di noi
umani.
Eppure, non avevo mai dimenticato l'odore delle pagine delle Wegmarken. Le tracce, i
segnavia. Orme che a un certo punto erano anche diventate un libro. Roba da animali
transizionali.
"Das Nichts non è un oggetto, né in generale un ente. Das Nichts non si presenta
per sé, né vicino all'ente cui per così dire sich anhängt"13.
Sich anhängt: si appende, si attacca, si appoggia, si appioppa, si appiccica. Si
affeziona. Tutto questo nella parola scritta da Heidegger. È il modo umano di stare con
il transizionale. Ma il non è vicino in un modo del tutto particolare.
"Das Nichts è il rendere possibile l'evidenza dell'ente come tale per l'esserci
umano"14. Non solo il non apre la possibilità di qualcosa come un oggetto, ma tiene
sempre aperta questa possibilità. L'eterno gioco della relazione.
Essere un umano "significa: essere tenuto immerso nel non"15. Esso fa il suo
lavoro "ininterrottamente, senza che noi, col sapere in cui quotidianamente ci
muoviamo, veniamo veramente a sapere di questo accadere"16.
Forse non così veramente, in modo appropriato, ma qualcosa mi sembrava di essere venuto a
sapere. Grazie a Woods, al suo coniglio, al fatto che avevo accettato i transiti e il
prato con i fiori schiusi dal calore.
Verso il confine dell'erba, dove la luce si abbassa e si allunga ma non muore mai, il posto caldo si disponeva al ricordo del mio ultimo viaggio verso l'ufficio.
A volte tendevo a recarmi in quel luogo. L'edificio era enorme, ben quadrato, polveroso
e con poca vita come in genere le costruzioni dove si dispone delle nostre esistenze
amministrate.
Da un certo tempo infatti, dopo alcuni decenni da che gli umani avevano stabilito la
pratica delle donazioni post mortem degli organi dei corpi, era stata stabilita anche la
possibilità delle donazioni dei pensieri.
Alcune banche dati sul territorio erano state riconosciute idonee allo scopo. Naturalmente, non si poteva fare come con gli organi fisici; i pezzi del corpo mentale andavano consegnati da vivi, e ciò all'inizio aveva complicato leggermente la faccenda. Una cosa viva è sempre un po' meno cosa di una cosa morta. In fondo, la pratica della donazione era stata istituita per osservare più neutralmente i pensieri; questi infatti, immessi nello scambio delle banche dati, venivano identificati e catalogati nel modo migliore. L'avvento di questa trasparenza dei pensieri fu uno degli argomenti di punta, nella propaganda del progetto che fu fatta per convincere la gente della bontà di questa nuova esperienza di civiltà. Come ho detto, si perdeva un po' di vivezza, di spontaneità meravigliante, ma era una rinuncia che sembrava davvero poca cosa a fronte dei grandi vantaggi che sarebbero derivati alla comunicazione umana, e nessuno ci fece caso più di tanto.
Donazione dei pensieri. Tutto compreso, secondo l'opzione di scelta. Infatti si poteva - o si doveva - apporre segno in forma di croce su caselle vuote, rispondenti ad alcune eventualità. Occorreva dichiarare le modalità del pensiero che si voleva elargire. Con affetti, senza affetti, se sì, quali; con i colori o meno, se sì, quali; con le immagini. Non necessariamente autoprodotte, queste. Era consentito, infatti, fare ricorso alle immagini costruite dagli altri, tramite fotocamere, scanner, disegni ad acqua. Per le emozioni e gli altri accessori dei pensieri, si consigliava di scegliere dal materiale proprio: applicare ai singoli pensieri donati emozioni, sentimenti o forme geometriche che fossero proprie.
Qui, il regolamento non sembrava del tutto sincero. Camminando verso la banca pensavo
che Loro avrebbero preferito che ci si affidasse, nelle nostre forme di risparmio, ai
cataloghi del grande Altro, immensi contenitori dove appunto prelevare materiali di
accoppiamento ai pensieri, già confezionati e ben presentati.
Perché, in realtà, il deposito di un pensiero nella banca dati aveva anche una precisa
funzione di capitalizzazione. Lo si poteva in tale modo mettere da parte. Si diceva, nel
materiale illustrativo per la pratica di consegna, che dopo non si sarebbe più stati
costretti ogni volta a ripensarla, quell'idea; appunto, si poteva risparmiarla.
Indubbiamente l'operazione sarebbe stata sveltita se al nostro originale e inimitabile
pensiero avessimo accoppiato degli effetti (sensazioni, forme, colori, suoni) traendoli
dai cataloghi della banca, gigantesche raccolte fornite direttamente dal grande Altro. La
promessa di una minor fatica cerebrale convinse molti, a quell'epoca.
Ad ogni modo, il nobile intento restava quello della donazione. Altri dopo di noi
avrebbero potuto evitare la fatica di pensare. Queste nuove forme di comunicazione mirata
sembrarono quasi subito a tutti l'avvento di una definitiva pace delle menti, che
avrebbero finalmente potuto dedicarsi, libere dalla zavorra della costruzione di pensieri
propri, a imprecisati ma sicuri godimenti futuri.
Come quasi tutti i giorni della sua vita, l'uomo era allo sportello donatori, chino di
là dal vetro. Faceva caldo.
Sapeva che sarei venuto.
Nessuno gliel'aveva detto, tanto meno io, ma lo sapeva. Sembrava sempre che conoscesse in anticipo i miei movimenti, i miei pensieri. Mi salutò come sempre, nonostante che fosse passato un certo tempo dall'ultima volta. Un cenno garbato, un sorriso lieve, con gli occhi, pur attenti, che dopo un attimo erano altrove.
Mi anticipava sempre. Non conosceva la meraviglia.
Ero già stato altre volte alla banca. Non da piccolo, a lui non piaceva. Ma, una volta sviluppato, mi disse che avrei potuto andarci tutte le volte che avrei voluto. Non lo facevo mai volentieri, anche perché quando andavo avevo l'impressione che lui volesse vendere. Con la consueta gentilezza, mista di affetto e affettazione, voleva che mi adattassi sempre un po'. Lascia qualche pensiero, visto che sei venuto. Potrebbe servire. Mi infastidiva sentire che mi trattava come un cliente, uno di quegli avventori qualunque che capitavano, davano un pensiero qualsiasi, poco denso, giusto per prelevare i soldi del sussidio e sparire. Poche lire, con l'ansia che il pensiero da poco non venisse neppur accolto dalla banca perché insignificante, il viaggio con le mani vuote. Avrei voluto essere un'avventura, per quell'uomo, non un avventuriero.
- Bene, cosa vuoi donare?
- Il coniglio.
Certe cose Woods non le aveva previste.
Animale? No, transizionale. Impossibile, non è nelle categorie di donazione. Avrei dovuto immaginarlo. Ma come, è stato venduto di tutto, anche la psicanalisi.
Lui mi corresse. Con pazienza e amore apparente, mi spiegò. I pensieri non venivano venduti. Era un modo improprio e sgradevole di esprimersi. I pensieri venivano donati, si trattava di uno scambio. Davi un pensiero, ricevevi il sussidio simbolico e acquisivi il diritto a prelevare dalla banca, in tempi ragionevoli, un pensiero diverso, qualora ti servisse. Naturalmente entro una scadenza, stabilita ma comoda. Il tuo pensiero no, quello non veniva restituito. Era stato donato al grande Altro dei pensieri della comunità. Potevi però rientrare in possesso d'uno simile, aspettando che qualcun altro lo pensasse e che provenisse da un canale diverso da quello dove compariva il pensatore cui era stato donato il tuo pensiero originario. L'archivio, per questo e per altri scopi, teneva traccia della storia delle donazioni di ogni pensiero.
Quanto alla psicanalisi, con tono pacato l'impiegato mi spiegò che certo era già stata donata, ma così anche il gioco dei birilli, il positivismo e la logopedia. La categoria Tecniche di Gestione Umana era assai richiesta. Nello specifico, era venuto una volta un tale che, avendo imparato a memoria i 17 volumi della Gesammelte Werke, l'opera completa di Freud, era in grado di pensarli tutti insieme in un solo pensiero. Il Comitato non poté rifiutare una simile offerta di donazione e fu uno dei rari casi in cui il compenso fu contrattato sottobanco.
Procedendo nella passeggiata sul prato, ricordavo ancora come quella fosse stata
l'ultima volta che ero stato alla banca dati. Infatti mi resi definitivamente conto che il
transizionale non poteva essere pensato più di tanto. Per questo l'ufficio non lo
prevedeva. Era troppo poco oggetto.
Così, ancora appoggiato al banco dello sportello donatori e con l'uomo davanti, non potei
evitare di domandarmi: che fine fa il transizionale?
Il suo destino è che [...] nel corso degli anni non diventa tanto dimenticato quanto, piuttosto, relegato nel limbo. Con questo, voglio dire che di norma l'oggetto transizionale non "va dentro", né il sentimento ad esso relativo va necessariamente incontro a rimozione. Non viene dimenticato e non viene rimpianto. Perde valore e ciò è per via del fatto che i fenomeni transizionali si sono diffusi, si sono sparsi sull'intero territorio intermedio tra la "realtà psichica interna" e "il mondo esterno come viene percepito tra due persone in comune", vale a dire sull'intero campo culturale.
Il transizionale ha figliato molto. Come i conigli.
Va nel limbo e da lì si distribuisce. Dal luogo-non-luogo una proliferazione incessante e
invisibile.
Il transizionale aveva fatto il suo dovere, era passato. Così facendo, era divenuto
eterno.
Salutai mio padre, uscii dall'ufficio e me ne andai.
Note per la lettura
L'"esperienza di soddisfacimento" si trova nell'opera di Freud, soprattutto
nel Progetto di una psicologia (Opere, vol. II) e nella Traumdeutung (L'interpretazione
dei sogni, in Opere, vol. III).
Per la nozione di "fantasma", si può vedere la voce dedicata nell'Enciclopedia
della psicoanalisi di Laplanche e Pontalis (Laterza, Bari 1981, p. 161).
Il riferimento a Lacan è reperibile negli Écrits (Scritti, Einaudi, Torino 1975).
La questione del "luogo-(non)-luogo" ricorre nei saggi di Aldo Rescio. Si vedano
Inconscio e umorismo (in Trieb, n. 1, La Spezia 1981) e In cammino verso l'inconscio (in
Trieb n. 2 e 3, Edizioni Ets, Pisa 1989 e 1991). In questo testo, al frammento XLVII,
viene commentato adeguatamente Che cos'è metafisica? di Martin Heidegger.
Il frammento di Parmenide cui si accenna è quello che afferma: essere e pensare sono la
medesima cosa.
La citazione da Henry Michaux è tratta dalla raccolta Lo spazio interiore, Einaudi,
Torino 1968.
"Lode del vicino in lontananza": nei Passi falsi di Maurice Blanchot.
Philippe Nemo ha scritto del domandare in Giobbe e l'eccesso del male (Città Nuova
Editrice, p. 129).
I passi sulla caduta hanno esplicita relazione con i versi di Lucrezio.
Altre interrogazioni vicino a questo lavoro sul transizionale si possono trovare nei
numeri della rivista Psicanalisi critica, pubblicata in Internet da Maggio 1998
all'indirizzo www.psicanalisicritica.it. L'e-mail del sito è: info@psicanalisicritica.it.
Infine, è Edmond Jabès a rammentarci, nel Libro del dialogo e altrove, che siamo noi il
luogo della ferita.
1 I frammenti in corsivo, come quei pochi fra virgolette, sono tratti dal libro di
Winnicott Gioco e realtà e lì sono da cercare, dato che vi si trovano ancora, in qualche
luogo.
2 Winnicott, citato in E. Roudinesco/M. Plon, Dictionnaire de la psychanalyse, Fayard,
Paris 1997, p. 1098.
3 Winnicott, La capacità di essere solo, in Sviluppo affettivo e ambiente [1965],
Armando, Roma 1977, pp. 29-39.
.
4 M. Recalcati, Introduzione alla psicanalisi contemporanea, Bruno Mondadori, Milano 1996,
p. 39.
5 M. Recalcati, op. cit., p. 40.
6 Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, cit., p. 73.
7 Ibidem.
8 Winnicott, ivi, p. 74.
9 Ivi.
10 Ivi.
11 Ivi, p. 72.
12 Char R., Seuls demeurent [1938-1944], in uvres complètes, Éditions Gallimard,
Paris 1983, p. 146.
13 Heidegger M., Was ist Metaphisik? [1929], in Wegmarken, Vittorio Klostermann, Frankfurt
am Main 1978, p. 114; cfr. ed. it. Segnavia, Adelphi, Milano 1987, p. 71.
14 Ibidem.
15 Ivi, ed it. p. 70.
16 Ivi, p. 115; ed. it., p. 72.