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La comunicazione silenziosa nella relazione di aiuto
Giovanni Rotiroti

 

Recensione al libro Pragmatica della comunicazione. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi di Watzlawick, Beavin e Jakson, (traduzione italiana di Massimo Ferretti) Roma, Astrolabio, 1971.

"Per l'ultima volta psicologia!"
Franz Kafka

"Buona parte delle difficoltà di comunicazione sono semplicemente... difficoltà di percezione": così scrive Laurent Samuel, specialista francese della divulgazione psicologica. Egli afferma: "Non si ascolta il proprio interlocutore, non si fa attenzione alle sue reazioni, si continua a frastornarlo di parole anche se è chiaramente assente, e poi ci si stupisce d'essere incompresi. La maggior parte delle terapie della comunicazione sono, prima di tutto, forme di rieducazione della percezione. Insegnano ad ascoltare, a osservare gli altri, a prendere coscienza dei propri blocchi". Laurent Samuel afferma: "I problemi di comunicazione sono sempre il risultato di una confusione. Può dipendere dagli altri. Ci sono persone realmente incapaci di ascoltare, di immaginare che il prossimo non è per forza identico a loro. Ma più spesso la confusione deriva dai vostri filtri personali". "Quando la comunicazione è cattiva, la prima domanda da porsi è: in che misura vi contribuisco? Chi ho davanti a me? Come fare per interessarlo? Se una formula non funziona, sperimentatene un'altra, finché non trovate quella giusta. Quando si vuol veramente comunicare un messaggio, si riesce sempre a trovare la strada giusta. Non dimenticate che l'assenza della comunicazione è non-verbale. Comunicare è, forse, parlare. Ma è anche e soprattutto ascoltare e osservare...". Samuel suggerisce che i questi casi è opportuno rivolgersi alle forme delle terapie brevi sistemico-relazionali (oppure alla programmazione neurolinguistica). Infatti: "La scuola di Palo Alto è una delle poche correnti innovatrici comparse nel campo delle scienze umane [...]. Questa scuola decisamente non "scolastica", i cui esponenti più noti sono Gregory Bateson, Paul Watzlawick e Milton Erickson si basa su un'analisi precisa e approfondita della comunicazione tra gli esseri umani. Ha avuto molteplici applicazioni nel campo delle psicoterapie. Alcune tecniche messe a punto dai ricercatori di Palo Alto possono essere utilizzate nell'autoterapia: paradosso, reinquadramento, spostamento e prescrizione del sintomo, paura del peggio. Più in generale, la lettura delle opere di Watzlawick, Bateson e dei loro collaboratori è estremamente stimolante. Contribuirà a farvi comprendere meglio il vostro funzionamento, come quello degli altri. Comprensione che è la base del successo di ogni autoterapia".
All'interno della scuola di Palo Alto si è sviluppata una nuova concezione della psicopatologia, che intende il sintomo non una disfunzione del singolo soggetto, ma come il risultato di interazioni comunicative paradossali tra il singolo e i sistemi relazionali in cui egli è inserito (il gruppo-famiglia, l'ambito di lavoro, ecc.).
Nel sesto capitolo del libro di Watzlawick & C., Pragmatica della comunicazione umana, si legge:

"Si può definire il paradosso come una contraddizione che deriva da una deduzione corretta da premesse coerenti".

Il paradosso dunque non è semplicemente un rompicapo della logica, ma un problema autentico e irrisolvibile a partire da quelle premesse. Lo studioso di Palo Alto distingue tre tipi principali di paradossi:

"- paradossi logico-matematici (antinomie), come quello provocato, in una teoria degli insiemi non limitata su basi assiomatiche, dalla nozione di "classe di tutte le classi che non appartengono a se stesse" (chiediamoci se a sua volta essa si appartenga o meno: si vedrà che in base alla sua definizione, se si appartiene, non deve appartenersi, e viceversa);
- paradossi semantici (Io mento). Se quest'affermazione è vera, dev'essere falsa, e se è falsa, conferma la sua verità;
- paradossi pragmatici (ingiunzioni paradossali e predizioni paradossali). Forse la forma più frequente in cui il paradosso entra nella pragmatica della comunicazione umana è un'ingiunzione che richiede un comportamento specifico, in una maniera tale da renderlo impossibile. Il prototipo di questo messaggio è "Sii spontaneo!". Chiunque riceva questa ingiunzione si trova in una posizione insostenibile, perché per accondiscendervi dovrebbe essere spontaneo entro uno schema di condiscendenza e non di spontaneità. Ecco alcune varianti di questa ingiunzione paradossale: "Dovresti amarmi"; "Non essere così ubbidiente" (a un figlio troppo passivo); "Voglio che tu mi domini" (a un marito troppo inerte)".

Il vincolo paradossale più famoso, dal punto di vista di una teoria comunicativa della psicopatologia, è quello di "doppio legame", formulato da Bateson nel 1956 come possibile spiegazione eziologica della schizofrenia. Secondo Watzlawick lo si può definire con tre condizioni:

"1. Due o più persone sono coinvolte in una relazione intensa che ha un alto valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica. [...]
2. In un simile contesto viene dato un messaggio che è formulato in maniera tale che (a) asserisce qualcosa, (b) asserisce qualcosa sulla propria asserzione e (c) queste due asserzioni si escludono a vicenda. Quindi, se il messaggio è un'ingiunzione, l'ingiunzione dev'essere disobbedita per essere obbedita; se è una definizione del sé o dell'altro, la persona di cui è data la definizione è quel tipo di persona soltanto se non lo è e non lo è se lo è. [...]
3. Infine, si impedisce al recettore del messaggio di uscir fuori dallo schema stabilito da questo messaggio, o metacomunicando su di esso (commentandolo) o chiudendosi in se stesso. Dunque anche se il messaggio è da un punto di vista logico privo di significato, è una realtà pragmatica; egli non può non reagire ad esso, ma non può neppure reagire in modo adeguato (non paradossale) perché il messaggio stesso è paradossale. Questa situazione si ha quando viene proibito in maniera più o meno evidente di mostrare una qualsiasi consapevolezza della contraddizione o del vero problema in questione. Una persona in condizione di doppio legame è dunque probabile venga punita (o almeno le si faccia provare un senso di colpa) per aver avuto percezioni corrette".

Pertanto lo psicoterapeuta "breve" per poter attuare una ristrutturazione cognitivo-relazionale dovrà: 1) imparare a lavorare sulla lingua del proprio interlocutore; 2) lavorare soprattutto sulla formazione delle situazioni paradossali in base al quadro che si sarà fatto; 3) progettare il cambiamento proponendosi di sviluppare le risorse del sistema dell'interlocutore in modo tale da trasformare le regole che non permettono a un determinato sistema di funzionare. Vengono definite "terapie brevi" perché non cercano di cambiare una struttura su basi epistemiche, ma si propongono di promuovere le risorse del sistema sul qui e ora piuttosto che su quanto è avvenuto in passato.
Il secondo capitolo del libro è anch'esso degno di notevole interesse (non solo dal punto di vista psicopatologico), soprattutto perché vengono espresse le teorie della comunicazione e in particolare la pragmatica come sfondo teorico per il lavoro psicoterapeutico. I risultati degli studi sono stati riassunti nei cosiddetti "assiomi della comunicazione". Si tratta di "alcune proprietà semplici della comunicazione che hanno fondamentali implicazioni interpersonali". Esse storicamente costituiranno la base delle più diffuse modalità di intervento nelle relazione di aiuto (counseling, formazione, psicoterapia breve).

Non si può non comunicare.
"Il comportamento non ha un suo opposto. In altre parole, non esiste qualcosa che sia un non-comportamento o, per dirla ancor più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. Ora, se si accetta che l'intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. L'attività o l'inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro".

Chiunque si trovi in una situazione sociale (cioè, in pratica, in contatto con gli altri) è comunque la sorgente di un flusso informativo che fornisce continuamente indizi su di sé. Anche rimanere in silenzio è comunicare. Nel mondo sociale la comunicazione trasuda da ogni persona e anche da ogni oggetto. L'analisi di questo assioma offre numerosi spunti di riflessione. Innanzitutto notiamo che, all'interno di una relazione di aiuto, ogni comportamento è degno di rilevanza, cioè comunica qualcosa. Il fatto di non parlare, di ignorarsi reciprocamente, di isolarsi, non indica "non comunicazione". Quindi, tutti gli aspetti dei quali è composta la comunicazione hanno un'incidenza e debbono essere gestiti e ritenuti importanti all'interno di una relazione di aiuto. Per esempio, il messaggio può essere confermato (esprimendo accettazione con un sorriso, uno sguardo interessato, un gesto incoraggiante); il messaggio può essere rifiutato (manifestandosi in una frase chiara, in un gesto o parola che tronca la comunicazione); oppure anche disconfermato (facendo finta di non capire, cambiando argomento, rispondendo in modo impersonale o allusivo). Tutto questo rinvia al fatto che una relazione di aiuto è essenzialmente un processo di comunicazione.

Contenuto/Relazione
"Ogni comunicazione ha un suo aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione".

Secondo questo assioma la comunicazione non solo trasmette un'informazione, ma al contempo determina un comportamento. In ogni evento comunicativo vi sono dunque componenti verbali (formali) e non verbali (materiali); vi è inoltre un aspetto di contenuto (notizia, informazione, dati, oggetto, ecc.) e uno di relazione (le istruzioni, il comando, la richiesta). L'aspetto di contenuto è normalmente veicolato in prevalenza dai componenti verbali (formali), mentre quello di relazione dai componenti non verbali (materiali).
"L'aspetto di "notizia" di un messaggio trasmette informazione ed è quindi sinonimo nella comunicazione umana di contenuto del messaggio. Questo può riguardare qualunque cosa comunicabile, senza tener conto se l'informazione particolare sia vera o falsa, valida, non valida, indecidibile. L'aspetto di "comando", d'altra parte, si riferisce al tipo di messaggio che deve essere assunto e perciò, in definitiva, alla relazione fra i partecipanti".
Molto spesso è il messaggio di relazione che prende il sopravvento su quello del contenuto, gli dà una direzione, lo categorizza a tal punto che non è tanto significativo l'oggetto su cui gli interlocutori si esprimono quanto come si pongano mediante la comunicazione in relazione tra loro. È importante capire che in ogni situazione comunicativa non si trasmette mai semplicemente un'informazione (o un indizio) ma anche delle istruzioni su come trattare l'informazione, secondo quale codice interpretarla, se prenderla sul serio ecc. Lo stesso contenuto "Fai attenzione!" può essere una raccomandazione, una minaccia, una preghiera, un semplice intercalare privo di significato. Di solito, le indicazioni che possono guidare la comprensione si trovano a livello non verbale. Quasi sempre la comunicazione di relazione riguarda i rapporti tra emittente e destinatario che deve essere continuamente riformulata e riaffermata. Attraverso il messaggio si definisce quindi la relazione e l'indicazione sul tipo e la qualità della relazione. Essa può essere arricchita sia da componenti verbali che non verbali (come i termini impiegati, il tono della voce, il commento gestuale, la mimica facciale, ecc.).

Gli scambi comunicativi sono numerici o analogici
"Gli esseri umani comunicano sia col modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha una semantica ma non ha alcuna sintassi adeguata per definire in modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni".

Riformulando con un certo grado di approssimazione vuol dire che nella comunicazione interumana vi sono almeno due modalità di veicolare messaggi. Una è la possibilità di nominare una cosa attraverso la parola (tenendo presente che il rapporto tra parola e cosa è arbitrario, quindi frutto di una convenzione fra gli uomini), l'altra è indicare la cosa alludendovi o esprimendola attraverso qualcosa che la richiami. Per semplificare al massimo, la prima possibilità dà luogo a una comunicazione verbale ("modulo numerico"), la seconda ad una non verbale o "analogica". Si definiscono analogici, in genere, la posizione del corpo, il ritmo, la cadenza della voce, ecc., ma mettendo a confronto le differenze tra queste due forme comunicative risulta che il verbale (numerico) trasmette contenuti, notizie, permette l'inganno, è arbitrario, manifesta un alto grado di complessità perché presenta operatori logici come: allora, o, ma, se, ad esempio, ecc. Mentre l'analogico trasmette emozioni, sentimenti, relazioni, non presenta operatori logici complessi, risulta più naturale e intuibile. Insomma anche se non esiste una grammatica del non-verbale che metta d'accordo gli specialisti, si ritiene che tutti siano in grado di comprenderlo intuitivamente e immediatamente (anche se lascia spazio a interpretazioni soggettive); e ci sono evidenze che mostrano forti analogie, in termini di significato relazionale (da attribuire all'espressione del volto tra la mimica facciale umana e quella delle scimmie superiori), perché ritenute molto più antiche di quello verbale, che, ricordiamo, esprime pensieri e costrutti logici complessi.

Gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari
"Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull'uguaglianza o sulla differenza".

Ugo Volli, semiologo, spiega così: "Uno scambio simmetrico avviene fra interlocutori che si considerano sullo stesso piano, svolgendo funzioni comunicative e ruoli sociali analoghi. Per esempio, in una famiglia due gemelli, nelle comunicazioni tecnologiche due interlocutori telefonici, sul lavoro due colleghi di pari grado ecc. Uno scambio complementare fa incontrare persone che hanno una relazione ma non sono sullo stesso piano, per potere, ruolo comunicativo, autorità sociale, interessi. Per esempio, nella famiglia, padre e figlio; nelle comunicazioni di massa, conduttore di una trasmissione e "ospite" ecc. Le comunicazioni complementari e simmetriche hanno funzionamenti diversi che non vanno confusi e implicano responsabilità diverse. Quando un interlocutore di una comunicazione complementare si illude o illude l'altro che la comunicazione sia simmetrica, facilmente il rapporto diventa difficile, scorretto, o perfino patologico".

Punteggiatura
"La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazioni fra i partecipanti".
Facciamo un esempio tratto dal libro di Laing dal titolo Mi ami?, per comprendere meglio il fenomeno:

LEI e allora
Lui allora cosa?
LEI lo sai
LUI so che cosa?
LEI lo sai benissimo
Lui no non lo so benissimo
LEI suvvia
LUI suvvia tu
LEI piantala di fare il furbo
LUI piantala tu
LEI smettila
LUI sei tu che hai cominciato
LEI ma sei tu che continui
LUI continuo cosa?
LEI ci stai attaccato
Lui a cosa?
LEI lo sai benissimo
LUI non ho intenzione di andare avanti
LEI tu sei sempre rimasto indietro
LUI guarda chi parla
LEI sto guardando

Con questo assioma di Watzlawick si entra nel campo della metacomunicazione. Come si vede dal testo di Laing quando analizziamo le interazioni comunicative, e non un singolo segmento di comunicazione, ci rendiamo conto che esse sono caratterizzate da una serie di interventi inseriti dai due interlocutori. Mentre i soggetti comunicano essi intervengono direttamente nella loro comunicazione con valutazioni, interpretazioni soggettive e il percorso dialogico subisce costantemente modificazioni. Ci si fraintende, si è vittima di malintesi e ciò condiziona la relazione stessa dei due comunicanti. Ognuno dei due si rappresenta soggettivamente la propria realtà. Si parla di "visioni distorte della realtà" e questo assioma indica la necessità di tenere contemporaneamente presente i comportamenti dei due interlocutori durante la conversazione. Ogni corportamento comunicativo è causato e causa il comportamento altrui. La punteggiatura organizza gli eventi, ma poiché si tratta di un'operazione arbitraria, compiuta da uno dei due interlocutori, non sempre viene condivisa dall'altro e ciò spesso è alla base dei conflitti di relazione. Ne deriva che una sequenza di comunicazioni tra soggetti va considerata come una interazione fondata su scambi comunicativi significativi, ed ogni interazione deve essere considerata come un processo circolare per cui non è possibile identificare a quale livello abbia inizio il processo comunicativo (disfunzionale), quale sia l'origine di una determinata risposta e quali i condizionamenti della risposta sui successivi messaggi.
Scrive Volli: "Uno dei limiti più evidenti della modellizzazione della comunicazione in termini di trasferimento di informazione da un emittente a un destinatario è il suo carattere unidirezionale. L'esperienza ci dice che, almeno nelle relazioni interumane, la comunicazione è sempre bidirezionale, caratterizzata da numerosi scambi che a turno avvengono in un senso o nell'altro. [...] È essenziale dunque stabilire chi agisce o chi reagisce, chi trasferisce informazione e chi la riceve. Questa operazione si chiama punteggiatura della relazione e da essa dipende il modo in cui si stabilisce il rapporto di causa ed effetto, o se si vuole la responsabilità di un rapporto. Naturalmente non vi è in linea di principio una punteggiatura oggettivamente giusta ("Lui mi ha fatto questo; poi io ho reagito e gli ho detto; allora lui...). Anche la punteggiatura fa parte del processo della comunicazione e in particolare del suo aspetto di relazione".
In merito al problema della punteggiatura, il counselor Federico Batini scrive: "In sistemi nei quali esistono meccanismi di retroazione è infatti assolutamente arbitrario parlare di precedenza di un elemento rispetto ad un altro, questo aspetto, è alla base di molti fraintendimenti comunicativi perché i soggetti tendono a connotare le proprie azioni comunicative come reazioni a quelle dell'altro soggetto; l'assegnazione dei ruoli: il momento nel quale un attore è "emittente" e il momento nel quale diviene "ricevente" non risultano definibili, entrambi gli attori, infatti, assumono, contemporaneamente, i due ruoli laddove si consideri l'interazione costituita da tutti gli aspetti comunicativi. La spiegazione dei meccanismi di relazione umana richiede dunque categorie che non hanno a che fare con i paradigmi classici di scientificità, nuove categorie di pensiero che hanno a che fare maggiormente con la comprensione che con la spiegazione. Infatti la logica e l'epistemologia delle relazioni umane si distaccano da alcuni dati ritenuti fondamentali dall'analisi scientifica classica (l'isolamento di un'unica variabile, la possibilità di prevedere uno stato futuro partendo da dati certi in un dato punto del tempo). Le relazioni interumane godono di una complessità maggiore e non possono essere trattate alla stregua di altri problemi di indagine scientifica, specialmente in questo tempo, nel quale la comprensione è chiamata in causa in tutto il dibattito epistemologico, quando, finalmente, le scienze umane si sono liberate dal complesso di inferiorità che le voleva sottomesse e timide di fronte a paradigmi quantitativi e metodologie scientifiche, applicate senza troppa osservazione dei contesti nei quali ci se ne serviva. Una rivincita del qualitativo che nella riflessione e nello studio delle relazioni umane trova uno dei suoi campi di applicazione meno recenti, ma più appropriati. Ad essa quindi, la comunicazione, troppe volte trascurata, occorre dedicare attenzione, con nuovi modelli di indagine, nuove metodologie, nuovi occhi".
Il problema della punteggiatura è solo un esempio di un problema più generale, quello delle retroazioni nei processi comunicativi. È il principio del feed-back. Esso suggerisce che i processi comunicativi permanenti appartengono alla categoria dei processi omeostatici. In altri termini, ciò indica la tendenza dell'organismo a mantenere il proprio equilibrio e a conservare le proprie caratteristiche vitali contro gli squilibri che possono essere determinati da variazioni interne o esterne che comporterebbero la disintegrazione dell'organismo stesso. Il feed-back costituisce, dunque, un potente strumento per il monitoraggio e l'orientamento della comunicazione; lo specialista nella relazione di aiuto è molto attento al feed-back e, quando ne rileva la carenza, lo stimola, perché riformulare messaggi in difetto di feed-back è un'operazione a rischio (i fattori soggettivi tendono ad adattare l'interpretazione agli schemi pregressi).
Il discorso sul feed-back apre alla questione dell'ascolto: il couselor parla poco e ascolta molto, anche chiedendo feed-back per verificare le proprie riformulazioni e per calibrare al meglio i propri interventi. Particolare rilevanza assume l'empatia nella comunicazione interpersonale. Sulla scorta delle esperienze di Rogers e di Edith Stein, l'empatia indica la capacità di immergersi nel mondo soggettivo altrui e di partecipare alla sua esperienza, nella misura in cui la comunicazione verbale e non verbale lo permette. Ci sono delle differenze tra l'empatia e la simpatia (anche se l'etimologia è simile). Il secondo termine indica una sorta di fusione con l'esperienza emotiva vissuta dall'altro: i bisogni dell'altro vengono vissuti come propri, senza distinzione. Il termine empatia indica invece che chi stabilisce un rapporto di questo tipo entra in un processo per cui, dopo aver sospeso il giudizio morale o la valutazione dall'esterno, si immedesima nell'altro, si mette nei suoi panni e avverte eventuali risonanze con le proprie emozioni e situazioni. Nel corso di questo processo però il counselor mantiene la necessaria lucidità e la consapevolezza dei confini tra la propria identità personale e quella dell'altro. Sviluppare questa capacità empatica è una condizione essenziale per comprendere davvero le opinioni, i punti di vista, i vissuti, le motivazioni, gli atteggiamenti dell'altro, senza sovrapporvi il proprio punto di vista soggettivo. Ciò porta a favorire l'autoespressione, la fiducia e il desiderio di comunicare dell'altro, e sarà comunque il presupposto in seguito al quale sviluppare la propria strategia di comunicazione nella relazione di counseling.
Anche se in apparenza ne costituisce l'opposto, il silenzio ha un ruolo importante nella relazione di aiuto. "Dal punto di vista comunicativo - scrive Volli - è opportuno distinguere diverse funzioni del silenzio, o qualità di silenzio. Vi è innanzitutto un silenzio dell'interlocutore che permette all'altro di parlare, un silenzio che marca i turni di parola in ogni conversazione. L'approfondimento di questo silenzio è la premessa dell'ascolto e della comprensione: lasciar parlare l'altro, tacere per lasciare spazio alla sua parola, è infatti la premessa indispensabile per far riecheggiare questa dentro di sé, e poterla così comprendere, per parteciparvi senza fondersi con essa. Ma c'è anche il silenzio come intolleranza, come chiusura, come volontà di non sentire l'altro e di ignorarlo, di spossessarlo del suo diritto di interlocutore linguistico, in definitiva del suo ruolo umano. E c'è il silenzio come protesta, come estremo rifiuto di un ruolo umano e comunicativo inaccettabile. Vi è poi un silenzio interno alla parola: la pausa che permette ai suoni di articolarsi, alle diverse unità del linguaggio di distinguersi in maniera da segmentare il continuo della voce in elementi differenziali del senso. E vi è ancora il silenzio pre-espressivo, quel momento di vuoto e di esitazione da cui il discorso parte, in cui si forma l'espressione. Tutti questi modi del silenzio, e le varie articolazioni che se ne possono dare, sono silenzi parziali, che si possono definire imperfetti, in quanto si definiscono solo rispetto al linguaggio e al suo interno. Una categoria del tutto diversa e lontana della comunicazione è quella del silenzio mistico, quello che permette di entrare in comunione col tutto svuotando completamente la mente. L'opposto del silenzio non è il linguaggio, ma piuttosto il rumore, il disturbo disordinato del canale che rende impossibili sia le funzioni del linguaggio che quelle del silenzio".
Se ci siamo soffermati abbastanza a lungo sul lavoro di Watzlawick, e sulle sue ripercussioni teoriche nelle relazioni di aiuto (in particolare nel counseling), è perché ci sembra opportuno richiamarci alle pagine che chiudono il libro, a quello che vorremmo chiamare con lui "il paradosso ultimo dell'esistenza umana". Scrive lo studioso:

"L'uomo, in definitiva, è soggetto e oggetto della sua ricerca. Mentre la domanda se la mente dell'uomo si può considerare qualcosa di simile a un sistema formalizzato, come lo abbiamo definito nel paragrafo precedente, resta probabilmente senza risposta, la ricerca che l'uomo compie per capire il significato della sua esistenza è un tentativo di formalizzazione. Soltanto in questo senso riteniamo che certi risultati della teoria della dimostrazione (soprattutto nelle zone della riflessività e della indecidibilità) siano pertinenti. Ma non è una scoperta che abbiamo fatto noi; in realtà, dieci anni prima che G(del presentasse il suo brillante teorema, un'altra grande mente del nostro secolo aveva già formulato questo paradosso in termini filosofici: alludiamo a Ludwig Wittgenstein e al suo Tractatus Logico-Philosophicus. Probabilmente in nessun'altra opera questo paradosso esistenziale è stato definito con più lucidità né al mistico è stata accordata una posizione più dignitosa in quanto passo ultimo che trascende il paradosso. Wittgenstein mostra che potremmo sapere qualcosa sul mondo, nella sua totalità soltanto se potessimo uscir fuori da esso; ma se ciò fosse possibile, questo mondo non sarebbe più tutto il mondo. Tuttavia la nostra logica non conosce nessuna cosa che sia fuori di esso:

"La logica riempie il mondo; i limiti del mondo sono anche suoi.
In logica perciò non possiamo dire: Nel mondo c'è questa o quella cosa, quell'altra no.
Ciò infatti sembrerebbe presupporre che escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, ché altrimenti la logica dovrebbe travalicare i limiti del mondo: quasi cioè potesse considerare questi limiti anche dall'altra parte.
Ciò che non possiamo pensare, non lo possiamo pensare; nemmeno dunque possiamo dire ciò che non possiamo pensare".

Il mondo, dunque, è limitato e al tempo stesso senza limiti, senza limiti proprio perché non c'è nulla fuori e non c'è nulla dentro che possa costituire un confine. Ma se è così ne consegue che "Mondo e vita sono una sola cosa. Io sono il mio mondo". Soggetto e mondo non sono più, dunque, entità la cui funzione relazionale è in qualche modo governata dall'ausiliare avere (uno ha l'altro, lo contiene o gli appartiene) ma dal verbo esistenziale essere: Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo".
Entro questo limite si possono porre domande significative e rispondervi: "Se una domanda si può porre, si può anche rispondervi". Ma "la soluzione dell'enigma della vita nello spazio e nel tempo si trova al di fuori dello spazio e del tempo ". Perché, come ormai dovrebbe essere ben chiaro, non c'è nulla dentro uno schema che possa asserire, o anche chiedere, qualcosa su quello schema. La soluzione, dunque, non sta nel trovare una risposta all'enigma dell'esistenza, ma nel prendere atto che non c'è alcun enigma. Questa è la sostanza delle frasi finali del Tractatus, frasi di una bellezza quasi Zen:

"Per una risposta che non si può esprimere, nemmeno si può formulare la domanda. L'enigma non c'è...
Noi sentiamo che se tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati. Certo, non rimane allora alcuna domanda; e questa è appunto la risposta.
Il problema della vita si risolve quando svanisce. (Non è questa la ragione perché uomini, cui, dopo lungo dubitare, il senso della vita divenne chiaro, non seppero dire in che consistesse questo senso?)
C'è veramente l'inesprimibile. Si mostra, è ciò che è mistico...
Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere"".

Il libro di Watzlawick ci esorta al silenzio, all'esercizio di fare silenzio in uno spazio in cui il soggetto riesce, talvolta, soltanto per un attimo, a produrre in se stesso un certo svuotamento, si cancelli senza tentare inutilmente domini assoluti sul mondo e sulla sua esistenza. Il soggetto a cui Watzlawick sembra alludere tramite il pensiero di Wittgenstein, è un soggetto che forse non c'è, un soggetto paradossale, interno ed insieme esterno, che richiede di esprimersi secondo una particolare tonalità etica: l'esercizio di spostarsi dalla risposta alla domanda, dal vedere all'ascoltare. Un ascolto diverso nei confronti delle parole che non le vuole comprendere solo come oggetti, strumenti o cose. Un ascolto che preferisce interrogarsi attorno alla parola come enigma. Tale ascolto è un altro modo di vedere, di sentire. Esso introduce il silenzio all'interno delle parole. È un silenzio che rende visibile il vuoto e restituisce a noi l'esperienza di poterci di nuovo disporre a ricevere, come in un appello, la chiamata della poesia e l'obbligo soggettivo della sua salvaguardia.


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