L'uomo
dorme, solo la morte potrà svegliarlo*
Un
po' di storia
George
Ivanovich Gurdjieff nasce nel 1869 ad Alexandropol (Armenia russa) da una famiglia di
origini umili. In quell'ambiente difficile si pone, sin da giovanissimo, quelle domande
che attanagliano l'uomo da sempre. Quando
raggiunge un'età sufficientemente matura abbandona la sua famiglia e inizia una ricerca che lo porterà in molte città del Medioriente,
negli stessi luoghi dove Gesù e Maometto hanno camminato, spingendosi ancora più a Est,
nei luoghi del Buddha. Entra in contatto con piccoli gruppi, scuole di pensiero fra il
filosofico ed il religioso, e individua dietro esse un corpus fondamentale di conoscenze. Comprende che le religioni, nel loro aspetto
originario e non corrotto dalle interpretazioni successive, oltre a darsi spiegazioni
teologico-cosmogoniche avevano obiettivi
pratici per lo sviluppo dell'uomo. Una sorta di conoscenza concreta, applicabile da
chiunque ne avesse padronanza e che avrebbe permesso di sviluppare nuovi livelli di
coscienza. Gurdjieff, liberandosi dal solo teorismo, si getta nella sperimentazione di
questi sistemi, passando da Maestro a Maestro e raccogliendo esperienze.
L'uomo
che non riesce a cogliere la bellezza di un sole che sorge, di una rosa che sboccia,
dell'attimo che passa come potrà mai conoscere l'eterno? L'uomo che non conosce se stesso
potrà mai essere consapevole? Se non sei conscio della brevità della tua vita, come
sarai mai cosciente dell'eternità dell'Universo?
Il
Lavoro gurdjieffiano sull'uomo racchiude le sfere della personalità, sia a livello
emotivo che psicomotorio. È un iter, destrutturate e ristrutturante insieme, avente come
obiettivo l'acquisizione di un'attenzione di tono più alto. Questa "attenzione"
G. la definisce meravigliosamente "Ricordo di Sé": un lirismo poetico che
invita ad un'esistenza dove il Sé è posto al centro, dove le dinamiche del vivere
quotidiano tornano al loro giusto posto.
Per
percepirsi nello spazio circostante, sentirsi prima ancora di sentire.
L'insegnamento
Un
proverbio orientale afferma: "L'uomo dorme, solo la morte potrà svegliarlo".
Sapere
chi siamo, essere sé stessi, conoscere il proprio posto nel mondo ed agire in armonia con
tutto questo dovrebbe essere l'obiettivo di tutti gli esseri umani ed anticamente in tutte
le civiltà ogni aspetto della vita, dall'educazione, all'arte, alla religione, era
finalizzato ad aiutare l'uomo su questo percorso evolutivo. Nella civiltà contemporanea
tutto sembra essere orientato a rendere gli esseri umani sempre meno consapevoli e sempre
più meccanici.
Come
essere umano sei meccanico e tendi alla meccanicità. Ripeti dei modelli di comportamento,
se non sei nel presente, ma sempre proiettato nel domani e nelle sue preoccupazioni oppure
nello ieri e nei suoi rimpianti. Sei un individuo frazionato, in conflitto con se stesso,
con mille Io e diecimila maschere. Ti hanno insegnato a rafforzare la personalità
piuttosto che ciò che vi è oltre. Non sei il padrone di te stesso, anche se credi di
esserlo. Basta osservarsi per capirlo. Cosa vuol dire essere padroni di sé stessi? Vuol
dire avere la capacità di superare le proprie paure, i propri conflitti, sviluppare una
forza nuova, una nuova energia, uno stimolo alla vita. Tu hai un potenziale vastissimo
eppure ti riduci ad utilizzarne solo un'infinitesima parte. Questo perché per usare le
tue risorse non solo devi sapere come fare, ma soprattutto devi metterti a scavare per
attingervi. Devi procurarti delle nuove
attrezzature ed utilizzarle. Studiare nuovi progetti e cambiare il modo di pensare,
mettere in discussione i tuoi schemi mentali e acquisire il coraggio di camminare verso
nuovi orizzonti.
Ma
non è facile riorganizzare le nostre categorie cognitive per accogliere nuove
acquisizioni, soprattutto quando contrastano con la nostra esperienza diretta o con quanto
ci è stato inculcato dalla nostra cultura, dalla nostra educazione, dalla nostra famiglia
o dalla nostra religione. In altre parole è molto difficile uscire dagli schemi legati
tutto ciò che costituisce la nostra 'normalità', la nostra identità personale, la
nostra fede. Il più delle volte solo dei forti traumi fisici o 'shock' emotivi riescono a
sbalzarci fuori da questi bacini, scaraventandoci in remote ed inesplorate regioni della
nostra psiche dalle quali non sempre è facile tornare indietro incolumi. Chi
fortunatamente riesce a farlo, il più delle volte non guarderà più il mondo con gli
stessi occhi di prima: ormai ha aperto un varco nella barriera.
Un
vero uomo (o donna) è una persona che è riuscita a conoscere se stessa, il
proprio potenziale evolutivo e che dopo avere combattuto contro gli ostacoli alla propria
crescita sia riuscita a trovare il proprio giusto posto nel mondo. Innanzitutto per essere
"vero" un uomo deve conoscere se stesso: anche se molti credono di conoscersi in
realtà la conoscenza di sé è frutto di un duro lavoro e questo processo può iniziare
soltanto realizzando di non conoscersi affatto. E' necessario liberarsi dagli schemi
psicologici e culturali imposti dall'esterno e che impediscono la conoscenza di sé in
quanto impongono alla nostra coscienza fin dall'infanzia dei modelli a cui conformarsi.
Per
conoscere bisogna iniziare ad osservare. Osservare dentro di noi attentamente ed accettare
tutto ciò che si vede, come se aprissimo il cofano di un'automobile e guardassimo dentro il motore annotando ogni cosa.
Quest'impresa, riferita a sé stessi, è assai più ardua di quanto sembrerebbe: infatti
osservare deve andare di pari passo con accettare ciò che si vede. Dentro di noi abbiamo
cose positive e negative, ma quando vediamo cose che non ci piacciono come rabbia,
avidità, impotenza ecc. una parte di noi si ribella perché non vuole abbandonare la
bella immagine di sé che si era creata. Eppure non possiamo arrivare a conoscerci se non
accettiamo quello che siamo nella realtà.
E'
più facile vedere gli altri che noi stessi ed è per questo che lavorare su di sé in un
gruppo è fondamentale: gli altri ci fanno da specchio mettendoci di fronte continuamente
agli aspetti di noi stessi che non vediamo. Inoltre è fondamentale la presenza di una
guida che conosca le varie fasi di questo processo e che in ogni situazione possa dare le
indicazioni giuste. E' un lavoro faticoso e anche doloroso, ma andando avanti gradualmente
si afferma in noi un diverso modo di essere: cioè ricordandoci di quello che abbiamo
scoperto su di noi e che abbiamo imparato ad accettare, a volte dolorosamente, nella vita
cominciamo a comportarci in modo diverso quasi senza accorgercene.
Questo
cambiamento non può essere ottenuto con un'azione diretta come si vorrebbe fare
all'inizio, ma avviene in modo impercettibile e sempre più profondo continuando nel
lavoro di osservazione-accettazione.
Successivamente
conoscere ed essere portano ad agire. Prima di avere lavorato su noi stessi crediamo di
poter fare secondo la nostra volontà, ma in realtà è qualcosa in noi che agisce, c'è
una moltitudine di forze che ci muove a nostra insaputa ed è fondamentale realizzare che
in verità noi non possiamo fare niente. Ma durante il percorso di conoscenza, se abbiamo
la fortuna di avere una guida, ci può essere chiesto di agire in un certo modo, per
esempio di lottare contro aspetti di sé o abitudini che dobbiamo vincere.
I
centri dell'uomo
La
tesi fondamentale di Gurdjieff è che l'uomo ha una quantità sorprendente di capacità
che non utilizza. Siamo strutturati in modo assai complesso ed efficiente, ma pochi di noi
sanno sfruttare le risorse mentali e fisiche della propria macchina. Per fare un passo in
questa direzione l'unica strada è lo studio di sé. Se iniziamo ad osservarci possiamo
fare una semplice classificazione delle nostre funzioni che ci faciliterà il compito.
Come
siamo strutturati?
Innanzi
tutto noi produciamo pensieri ed emozioni. Queste due funzioni sono diverse fra loro.
Spesso pensiamo una cosa, ma ne "sentiamo" un'altra, oppure prendiamo una
decisione intellettuale (ad es. "Devo studiare perché domani ho un esame")
contrastata da una forza emozionale (ad es. sensazione di incapacità e paura). Oppure
sappiamo razionalmente che una persona è degna di rispetto, ma in noi desta una forte
antipatia.
Queste
funzioni, per comodità, li chiameremo "Centri". Abbiamo quindi un Centro
Emozionale ed un Centro Intellettuale.
Gurdjieff
indica poi altre due funzioni (o Centri): la Funzione Istintiva e la Funzione Motrice.
Quella
Istintiva si riferisce al lavoro interno dell'organismo (pulsazione cardiaca,
respirazione, digestione, ecc.) Nella
funzione istintiva non esiste un vero e proprio "apprendimento", nel senso che
è propria della macchina umana sin dalle prime ore di vita e non subisce influenze
esterne coscienti. La funzione Motoria (o Centro) regola
i movimenti complessi del corpo: camminare, scrivere, gesticolare ecc. La funzione Motoria si è formata con
l'apprendimento e l'educazione motoria ricevuta (pensiamo al bambino che impara a
camminare).
Nell'osservazione
di sé è importante dividere queste 4 funzioni. Ricapitoliamole.
Nella
vita ordinaria questi Centri sono tutti meccanici. Nel senso che non siamo consapevoli del nostro respiro (Centro Istintivo) del 95% dei
nostri gesti (Centro Motorio) delle nostre reazioni emozionali (Centro Emozionale) e dei
nostri pensieri (Centro Intellettuale).
La
meccanicità o l'automatismo di questi Centri è facilmente sperimentabile. Ad esempio
difficilmente scegliamo di sederci in un modo corretto oppure difficilmente riusciamo a
non cadere nell'immaginazione intellettuale o emotiva, per non parlare
dell'inconsapevolezza totale delle nostre funzioni istintive.
Facciamo
un esperimento
Per
fare un esperimento dell'automatismo del Centro Intellettuale è sufficiente decidere di
vivere nel presente, nella consapevolezza di sé per la prossima mezz'ora. E' sufficiente
cercare di essere in ogni cosa che facciamo, senza allontanarci con il pensiero e facendo
cose abituali e non straordinarie.
I
nostri risultati saranno interessanti..... molto probabilmente ci dimenticheremo di questo
esercizio o, nei migliori dei casi, vedremo che il pensiero meccanico (o immaginazione) ci
allontanerà con forza dal presente e, senza neanche rendercene conto, saremo lontanissimi
mentalmente dal luogo e dalle cose che stiamo facendo. Ripetendo l'esercizio, facendo dei
continui sforzi per tornare al "qui e ora", vedremo quante volte e quanto costa,
in termini di fatica, portarlo a termine.
Avremo
così sperimentato la schiavitù dell'automatismo mentale a cui siamo sottoposti.
Ed
oggi?
La
nostra società attuale favorisce la crescita di due tipi di personalità, quella
razionale e quella emotiva. Ma sappiamo che nessuna delle due può efficacemente
affrontare la realtà, dovendo l'essere umano creare una sintesi dei due approcci per
poter reagire alla diversità delle situazioni che si presentano.
Oggi
la qualità del nostro automatismo è decisamente maggiore.
Mentre da una parte la nostra evoluzione tecnologica ci conduce a nuovi
tepori, offrendoci (con sforzi quasi nulli) tutto quello che ci serve in tempi
rapidissimi, la nostra evoluzione coscienziale dorme sonni tranquilli in un letto ancora
più caldo e morbido.
Eppure,
per coloro che riescono a percepirlo in qualche barlume di semi-presenza, l'Energia di
Risveglio continua a scorrere ed è a disposizione di coloro che riescono (anche solo per
un attimo e con grandi sforzi) ad alzarsi dal giaciglio del meccanismo inconsapevole. Ma per alzarsi vi è la necessità
di capire che si è sdraiati.