Il fascino mortifero dell'Uno. Quando il "non" viene sospeso
di Giovanni Rotiroti
Nelle grammatiche della creazione vi è dell'"incestuale". Ce lo ricorda
Paul-Claude Racamier nel suo ultimo libro tradotto in Italia (Incesto e Incestuale.
Presentazione all'edizione italiana di Simona Taccani, traduzione di Caterina Santini,
Franco Angeli 2003). In questo territorio dell'indifferenziato si muove
"Antedipo" la cui logica forma un tutt'uno con la bellezza mortifera della
seduzione. Egli edifica il suo tempio per una musica di sirene, fa vibrare all'unisono le
armonie delle contese, è minaccia di chiusura per le maree distanti che accennano al
molteplice e all'infinito. Bellezza e seduzione garantiscono fragilmente il suo incedere
funereo. Qui vi abita soprattutto la violenza, il furore per l'immodificabilità, miraggio
oltraggioso di stabilità contro la memoria del caotico. Antedipo è la creazione di un
funesto demiurgo che si nega alla pluralità dei mondi. Assomiglierebbe a un modello
ideale ma con il limite di essere Uno, unisono assordante di inaudita violenza. Un
capolavoro orribile che si gloria dell'onnipotenza e del suo essere Uno, autogenerato e
autodisgregante. Un Timeo rovesciato che modella, intreccia, forgia materia liquida e
visiva in una solida cementificazione. Non si lascia dietro né rifiuti né scarti né
crepe: un'immagine chiara dell'immane violenza e della devastazione soggettiva sotto il
prodigio di una bellezza perfetta e appagata di sé. La sua intelligibilità è stata resa
udibile da un ascolto che guarda l'eco musicale di una creazione abortita. Ma come
sfuggire al suo sguardo di Medusa? Un quadro, uno sguardo muto, una madre e un bambino. È
sufficiente. Non c'è posto per il "non" del padre. Edipo non ha accesso.
Paul-Claude Racamier si trova nella primavera del 1978 a Firenze. Parla a una platea di
psicanalisti dei suoi schizofrenici, ma non sapeva ancora quanto Siena "fosse
folle". Scrive in una Nota dal titolo Edipo e prospettiva:
"Questa città si era dedicata a una devozione esclusiva: quella della Vergine.
Così la pittura senese offre alla nostra contemplazione la più straordinaria e delicata
successione di madonne che sia mai stata creata.
Fatto straordinario: questa serie si estende su una durata incredibilmente lunga; i
maestri si sono succeduti, ma la base iconografica si è ben poco diversificata: sempre la
stessa madonna con il suo bambino, sempre la stessa espressione tenera e sognatrice,
sempre lo stesso fondo dorato. Sempre la stessa insensibilità alle correnti che, nel
corso di tutti quegli anni (più di due secoli), modificavano la pittura nell'Europa
intera. E sempre, in particolare, la stessa impermeabilità alla grande rivoluzione
pittorica del Rinascimento, la prospettiva.
Come non stabilire uno stretto legame tra l'immutabile presenza della maternità
immacolata e questa tenace assenza di prospettiva? Provate a confrontare, anche una sola
occhiata, una di queste maternità atemporali e fuori dal mondo, alla cacciata di Adamo ed
Eva dal Paradiso dipinta da Masaccio e conservata nella cappella Brancacci di Firenze; qui
il pittore li mette al mondo; più ancora, ve li manda, maschio e femmina, e questa volta
differenziati; li butta nel mondo; sono "in sesso", sono in prospettiva; abbiamo
quasi voglia di dire: "è successo il tal giorno, la tal ora; era quel giorno ed era
là".
Ma la vergine di Siena e il suo neonato non sono mai arrivati: sono là da sempre, e vi
erano anche prima.
Da questa parte, quindi, un antedipo immutabile (in orbita geostazionaria?) e, a Firenze,
un Edipo in cammino...
Potremo così continuare a sostenere, avendo ancora una volta compiuto il tragitto da
Firenze a Siena, che la prospettiva in pittura è un'invenzione dell'Edipo..."
Un dono poetico quello del testo di Racamier. Un ascoltare che è anche un guardare.
Non un vedere, ma "una sola occhiata" che turba e attrae e che produce una
vibrazione terribile, il passaggio di un vuoto. L'immagine, cioè, di una falsa
"innocenza assoluta" ancora più perversa perché sembra, nella sua etimologia,
promettere: "Io non so nuocere" (Barthes).
A cosa accennano la madonna e il bambino del quadro di Siena? Qual è la forza di
attrazione che nutre quello sguardo così enigmatico e seducente? Quello sguardo è un
incontro malgrado le differenze, è la messa in opera di un impossibile. I due
protagonisti di questo sguardo sono obbligati a sedursi reciprocamente per ritrovarsi.
Tutto nasce da una delusione, una frattura, una crepa. Una risposta impossibile
all'angoscia. Ma è anche una scoperta. "La nascita li ha separati, la seduzione
narcisistica li ricongiunge". Il bambino crea la madre e la madre crea il bambino. Si
punta a costruire un'unità in cui ognuno si riconosce nel desiderio dell'altro, un'unità
che madre e bambino formano insieme. Ma questa relazione è paradossale perché unisce
separando, unisce ciò che si differenzia e distingue ciò che unisce. Questa fusione in
uno sguardo smussa la disparità e sostiene lo scambio "tra due persone unite da una
profonda rassomiglianza e divise da un'enorme differenza". Giochi di fantasma,
"o piuttosto di un protofantasma, di unisono e di onnipotenza". Il padre è di
troppo, meglio, non esiste, o va espulso, inquinerebbe questa relazione narcisistica pura.
Si spera che la madre conservi il padre, includendolo nel suo corpo. Se ciò non
avviene... la catastrofe. Non si dà dell'Edipo. Si slitta nel registro incestuale, madre
e bambino sono avvinghiati in una morsa asfissiante: "Tutto li salda, nulla li
separa, ma nulla neanche li unisce, se non l'incontenibile cemento della seduzione
narcisistica. "Insieme formiamo un essere del tutto unico, inimitabile,
insormontabile e perfetto. Insieme siamo il mondo, e niente e nessun'altro riuscirà a
piacerci. Insieme ignoriamo il lutto, l'invidia, la castrazione... e l'Edipo.
Ecc."". I due si fanno Uno e lo alimentano, lo cementificano, lo visualizzano in
una parola assente. Non c'è spazio per la domanda, per le parole in questo sguardo
marmoreo. La mamma non lo vuole, non lo sopporta. Da simmetrica (il bambino crea la madre
e la madre crea il bambino) la relazione si guasta, si spezza, diventa asimmetrica e apre
alla violenza inestinguibile. Siamo sul registro dell'incestuale, della violenza
oltraggiosa.
Qui domina l'Antedipo. Su questo registro dell'incestuale egli è assoluto padrone.
Antedipo non vuole contare, non cede all'Edipo dei tre, preferisce il due, anzi l'uno.
Invece dell'incesto ama il tabù dell'indifferenziazione dei corpi, degli esseri, delle
generazioni, dei sessi, dei nomi. Tutti i nomi si equivalgono, sono interscambiabili come
le persone che li recano. La soggettivazione edipica non avviene, ne è sbarrata la
strada. A questo tipo di funzionamento soggiace il "fantasma-non fantasma" di
auto-generazione in cui il soggetto è il suo stesso genitore. Questa onnipotenza
narcisistica impedisce le angosce e i lutti della separazione, l'emergere delle
differenze. I transiti sono aboliti, il soggetto non sceneggia i fantasmi veri (quelli
edipici), non c'è spazio per il gioco dei desideri, delle domande, dell'ascolto delle
voci. Prevalgono i vuoti, i simulacri, gli involucri indifferenziati, non rappresentabili
né verbalizzati. L'Edipo è mancato. Il soggetto non soggettivato si mantiene "in
uno spazio senza gravità, grandioso e funesto". Il soggetto si vuole unico autore
della propria storia o co-autore (con i propri genitori) della propria vita nei casi più
temperati. È la morte psichica, oppure l'orrore. Qui è la radice dell'incestuale: una
violenza subita senza parola, senza il non. "Una violenza inflitta allo svolgimento
della vita psichica, violenza all'individuo, violenza alla famiglia. Violenza, infine,
inflitta all'Io così come al cuore dell'uomo".
Ma come definire, vedere, ascoltare l'"investimento incestuale"? Ricordiamo in
Al di là del principio di piacere il gioco del rocchetto di Ernst, registrato da Freud.
Il rocchetto è quell'oggetto che facilita i transiti, delimita e presidia i passaggi
sulla soglia tra il desiderio e l'angoscia, tra la morte e la vita, e consente a Freud di
spingersi al di là del principio di piacere, di cogliere i buchi, le falle, qualcosa che
manca e sostiene la possibilità impossibile di sorreggere il vuoto. Nel gioco del bambino
Freud intuisce tramite l'ascolto il godimento del pieno e la sopportazione del vuoto nella
realtà del mormorio vocale. Fort, da, o-o-o, a-a-a, piccoli urli, strida di piacere,
luoghi incerti della parola nel tentativo infantile di padroneggiare la regolazione
transitiva dell'evento attraverso il linguaggio. Nell'illusione della pienezza della
parola l'ascolto dissimula il vuoto, impedisce l'apertura di un destino di morte. La mamma
non c'è, ma è come se ci fosse. Il rocchetto non è un oggetto qualsiasi, è materiale
manipolabile, permette di attraversare l'assenza e la presenza, dominare la perdita. Freud
e il bambino si avvicinano al buco, non lo tappano, non fanno uno col rocchetto, ma lo
rappresentano, il bambino col gioco e il dottore con il silenzio. Fabulazione incessante
che cuce e tesse il gioco infantile, sotto il segno, si direbbe, di una finzione
alienante. Costruzione di mondi di fantasia, equilibrismo nei dintorni del vuoto,
tentativo di stringere dei nodi che disegnino le cavità, le zone bucate: tentativo
mediante la finzione giocata, di agganciare il mondo, non di evitarlo costruendone uno
fittizio. Lacan: la scissione, la costituzione del soggetto del bambino distinto dalla
madre, l'emergenza del significante, l'accesso al simbolico che è uno stare al posto di,
il luogo di un'assenza, la costituzione della parola nel suo rapporto col desiderio,
l'immissione nel linguaggio, il gioco come possibilità di accogliere e sostenere la
perdita, la formazione dell'identità, eccetera. Siamo nell'Edipo.
Con Racamier siamo nel versante tragico dell'Antedipo: "l'illusione dell'incesto è
il più terribile che ci sia, ed è anche il più pericoloso degli inganni, perché il
soggetto, in definitiva, cedendo all'attrazione incestuale e credendo di vincere su tutti
i piani, non fa altro che perdere tutto. Credo che certi pazienti si suicidino nel momento
tragico in cui realizzano, all'improvviso, che sono stati imbrogliati. Ecco dunque il
paradosso maggiore: di non essere nulla pur essendo tutto, e di non essere da nessun parte
pur essendo dovunque. In questo investimento prevalgono una dinamica intima e un'economia
che vanno in senso completamente inverso rispetto a quelle che Freud ha descritto nel
gioco del rocchetto. Quello che il bambino impara e apprezza in questo gioco, e ciò che
imparerà nel registro transizionale, è l'arte di investire un oggetto che va e che
viene, di conservarlo se si assenta o sparisce alla vista. L'investimento incestuale si
esercita a ritroso: invece di continuare ad essere investito in sua assenza, l'oggetto
incestuale viene perennemente contro-investito in quanto tale, in una presenza obbligata.
Fate andare all'indietro il gioco del rocchetto: metterete in moto l'incestuale".
Cosa ci resta del dono degli splendidi e coraggiosi libri di Racamier, al di là di una metapsicologia, di una clinica e di una terapia impossibile? Rimane il discorso etico, e anche quello epistemico, un ascolto che si vuole anche sguardo gettato sull'enigma del male e della creazione amorosa delle forme, l'esercizio e il diritto al segreto e al non detto come valori dell'Io, la denuncia dell'incesto morale che subisce una vittima indifesa, un concerto di voci che danno respiro all'anima se non viene soffocata, tappata dalla violenza seduttiva del male dell'altro fatto altro, l'origine di ogni abuso che si conserva e si trasmette nelle generazioni come pesante eredità. Trovare o ritrovare un etica che sia capace di riaprire i canali dell'ascolto ricostruendo la trama sfilacciata delle origini, riconoscere l'autenticità vissuta del soggetto, non cedere all'inferno contemplato nel deserto, fare l'elogio del vivente, del sogno e del fantasma con grazia e dispiacere, ma anche con la speranza di aprire orizzonti fecondi di grande poesia tra la follia e il fascino della tenerezza, in un rapporto che non sospenda il non: una madre e un bambino, uno sguardo e l'ascolto delle voci, colti o predisposti, nella legge della prospettiva.