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L'esperienza della scrittura nel Counseling on line
 
di Giovanni Rotiroti
 
 
"SOCRATE  Ho udito, dunque, narrare che presso Naucrati d'Egitto c'era uno degli antichi dèi di quel luogo, al quale era sacro l'uccello che chiamano Ibis, e il nome di questo dio era Theuth. Dicono che per primo egli abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria e l'astronomia e poi il gioco del tavoliere e dei dadi e, infine, anche la scrittura. In quel tempo, re di tutto l'Egitto era Thamus e abitava nella grande città dell'Alto Nilo. Gli Elleni la chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano Ammone il suo dio. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. E il re gli domandò quale fosse l'utilità di ciascuna di quelle arti, e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciscun'arte, Thamus disse a Theuth in biasimo o in lode, e per esporle sarebbe necessario un lungo discorso.
Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: "Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza".
E il re rispose: "O ingegnosissimo Theuth, c'è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora, essendo padre della scrittura, per affetto tu hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. La scoperta della scrittura, infatti avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, essi crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con loro, perché sono diventati conoscitori di opinioni invece che sapienti". (Fedro, 274 c - 275 b, trad. it. G. Reale)
 
Testo, questo, non scalfito dal tempo, ancora forte e vibrante, tra i più commentati nella storia della cultura occidentale. Il faraone sembra opporsi alla nuova invenzione tecnologica del dio Theuth, e avvia un processo alla scrittura per timore che l'attività spirituale sia un fatto totalmente interiore e che il momento dell'esteriorità sia solo accessorio. La scrittura è per natura artificiosa, dislocativa, provoca effetti spaesanti, è vertigine, essendo costituita da segni estranei, senza vita. Tuttavia, essa è data in sorte non solo per pietrificare la memoria o l'interiorità, ma risulterà, dal punto di vista storico, un congegno destinato paradossalmente a produrre pensiero, memoria e interiorità.
La scrittura, in questa prospettiva, non è che uno dei modi per avvicinarsi alla verità, alle idee e al pensiero, e si offre solo come "supplemento" del linguaggio. Jacques Derrida ha mostrato che il linguaggio è già un supplemento e che quindi deve avere bisogno della scrittura per essere adeguatamente attraversato. Il linguaggio non è mai un oggetto assoluto, non ha mai un'identità permanente e nel campo del letterario esiste sempre una mancata immediatezza delle parole nella lingua. L'univocità e la traducibilità sono impossibili, perché le parole non sono cose, ma eventi già dotati di una memoria e di valori virtuali e laterali. Le parole nella scrittura, inoltre, tendono a contaminarsi le une con le altre; nello stesso tempo sentenziano la morte e la sospendono perché operano in assenza di chi parla. La scrittura, allora, in questo senso completa il linguaggio? Gli fornisce un qualcosa che gli mancava, oppure aggiunge qualcosa al linguaggio di cui poteva fare anche a meno?
L'esperienza del counseling on line vuole che la scrittura sia sempre mediata da segni e che anche il discorso del cliente e  del suo counselor sia un puro effetto di segni, il libero prodotto di una catena indefinita di supplementi.
L'esperienza della scrittura nel counseling on line è dunque anche esperienza della traduzione impossibile della lingua e delle lingue, ma in forza anche di ciò essa è a maggior ragione necessaria. Scrive Derrida: "Un testo vive solo se sopra-vive, e non sopra-vive che a patto di essere ad un tempo traducibile e intraducibile (sempre ad un tempo, e: ama, nello 'stesso' tempo). Totalmente traducibile, sparisce come testo, come scrittura, come corpo della lingua. Totalmente intraducibile, anche all'interno di ciò che si crede essere una lingua, muore subito dopo"1. Dunque non vi è una lingua originaria, pura, ma le lingue sembrano rincorrersi, inseguirsi, amarsi, contaminarsi le une con le altre. La lingua non è mai una e non fa mai uno nel linguaggio, anzi sta a testimoniare e ad affermare il fatto di essere traducibile e intraducibile contemporaneamente. La traduzione non fa altro che testimoniare la dimensione folle della lingua, delirante, la sua stessa legge, la follia di tradurre l'intraducibile. Ciò significa anche pensare la lingua, o meglio, fare nella lingua l'esperienza del pensiero, un'esperienza della lingua che dia da pensare. La pratica della scrittura in una lingua è anche esperienza critica del pensiero nella lingua. Essa invita a misurarsi con la soglia della sua esteriorità.
Il counseling on line è il frutto di un esercizio critico e di ascolto sui testi e le lettere dei clienti-scrittori. I documenti dei protagonisti hanno l'ambizione di essere letti come una specie di biblioteca infinita e progressiva che si trova riunita in un immenso campo di forze che emana il potere della parola, dell'immagine del mondo e della scrittura. Essi hanno la pretesa di inventare e vivificare universi che si lasciano ascoltare proprio perché aprono le intelligenze alla complessa presenza del mondo e alla simultanea possibilità di mondi diversi.
Il couseling on line  mostra che la scrittura, la letteratura, e le arti in genere, nella diversità babelica dei loro linguaggi si muovono verso una fluente riunione. La traduzione, l'analisi critica, l'innesto, il dialogo attivano il circolo virtuoso del colloquio metacomunicativo che avviene attraverso la conoscenza della letteratura e dei suoi discorsi in una "lingua straniera"2. I loro piani si offrono e si riflettono come esperienza e destino, come forme e immagini del mondo che sembrano costantemente volersi parlare, interrogare, mischiare, tradursi incessantemente alla pari, salvando ed esaltando le differenze; ma allo stesso tempo iterando il loro progressivo e instancabile colloquio, spingendosi anche oltre i confini di quello che si chiama il letterario. L'immagine che dà il counseling on line è quella di un sapere imprevedibile e poetico, che attiva la  risonanza di molteplici voci. Il suo discorso, inteso nel senso della "comparazione"3, insegna a intendere le differenze, a salvarle e non solo: ad amarle, e anche a volerne essere parte. Il colloquio delle differenze educa e decolonizza le menti e le culture, nel concerto della complessità contemporanea, delinea i tratti distintivi dell'identità e della differenza che il counseling on line forse "idealmente" vorrebbe perseguire.
In un mondo, in cui la cultura globale di massa serve a far svanire la pluralità dei mondi e ad appiattire sempre più verso il basso il gusto comune umano per l'intelligenza e il piacere, per l'imprevedibile e la novità, il counseling on line ci viene incontro e ci corrisponde in quella particolare tonalità affettiva che è la gioia di capire. L'esercizio critico dell'ascolto induce a pensare ed educa a vedere la scrittura o le scritture come un immenso e molteplice discorso con il quale abbiamo un rapporto di imprescindibile interesse. Esso ci insegna ad imparare a leggere e ascoltare i testi in maniera esemplare e comunitaria, e allo stesso tempo in modo familiare e personale. Il discorso intrecciato del counseling on line tiene insieme la complessità dei mondi. Interrogando la scrittura fuori dal cerchio magico e privilegiato dalla psicoterapia e delle sue promesse di guarigione, la via indicata dal counseling è quella di aprire la possibilità di una nuova forma di sapere colloquiale e dialogante che permetta e operi quel continuo stare insieme, alla pari, nelle differenze, nelle inquiete certezze delle scritture e delle letture. L'intenzione palese di questo tipo di counseling on line è quella di creare luoghi in cui il pensiero del mondo incontra un altro pensiero del mondo. E questa sua ideale rappresentazione rivendica un bisogno di libertà e di imprevedibilità. Interrogare la "voce" che circola nei meandri della scrittura significa fare i conti con la questione problematica del counseling stesso. Tale evento si arricchisce quindi soprattutto di una dimensione etica. La lettera diventa interprete della voce: "ciò che è scritto è segno di ciò che è nella voce"4. Si tratta allora di restituire la scrittura alla sua difficoltà, alle sue resistenze, alla sua poeticità, e perché no? Al prendersi cura di essa. Il counseling on line è un processo di traduzione vòlto a individuare e far vedere le iscrizioni che eccedono il sistema di opposizioni su cui si fonda il discorso medesimo, al fine di ricostruire la trama testuale. Compito del counseling on line è dunque rivivere l'esperienza della traduzione, ridare voce al testo, prolungare, ridire o ripetere le trame della testualità, ciò che sta all'inizio e alla fine di ogni discorso, l'assenza e la presenza del suo fondamento. Counseling on line come traduzione, quindi come riscrittura, mimesi dell'organizzazione significante di un testo, assecondare l'opera nella sua imprendibilità, seguire le tracce disseminate dal suo movimento.
Le parole hanno memoria e uniscono a una medesima interrogazione: la voce della sofferenza, della parola "ferita". Il dolore sta all'origine della scrittura e questo patire sta a testimoniare il timore della perdita della propria "vera" identità, ma al contempo è anche l'unica garanzia che permetta di custodirne la memoria. Aprirsi completamente all'altro perciò significa, nell'esperienza del counseling on line, perdere e donare contemporaneamente, ovvero per-donare quel qualcosa di decisivo che trova spazio e alimento nella letteratura e nel pensiero: si tratta di un atto etico, di una voce o di più voci che entrano in gioco e si intrecciano a favore della vita e della comunità. Come scrive Jean-Luc Nancy: "È un minimo politico ed etico. In gioco c'è la libertà. Senza di che, la scrittura più aperta, più comunicativa, quella più preoccupata del senso comune, più democratica ed anche più rigorosamente filosofica, può nascondere la peggior menzogna e far da scorta alla peggior politica"5.
Nella singolarità di ogni scrittura respirano altre scritture, fini tessiture che segnalano al soggetto la segreta presenza dell'altro, presenza che sfuma fino alla sua sparizione se non viene riattivata dall'amore del dialogo e dell'ascolto: metamorfosi della vita che si raccoglie in cenere dal fuoco fatuo delle parole. Ciò che ha sospinto la mia esperienza critica di counselor on line è stata la responsabilità del dialogo con i testi. Restituire libertà alla potenza affermativa della scrittura significa per me rimanere fedele a quell'apertura massima dell'orizzonte di pensiero e di poesia che può essere solo presidiato da un'etica della generosità e dell'abbandono.
 
 
 
Note
 
1 J. Derrida, Sopra-vivere, (tr. G. Cacciavillani), Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 43-44.
 
2  Gilles Deleuze afferma: "lo scrittore, come dice Proust, inventa nella lingua una nuova lingua, una lingua, in qualche modo, straniera. Scopre nuove potenzialità grammaticali o sintattiche. Trascina la lingua fuori dai solchi abituali, la fa delirare. Ma il problema di scrivere non si scinde nemmeno da quello di vedere e sentire: in realtà, quando nella lingua si crea un'altra lingua, è l'intero linguaggio che tende verso un limite "asintattico", "agrammaticale", o che comunica con il proprio esterno. Il limite non è al di fuori del linguaggio, ne è il di fuori: è fatto di visioni e audizioni non linguistiche, ma che solo il linguaggio rende possibili. Ci sono quindi una pittura e una musica proprie della scrittura, come effetti di colori e di sonorità che s'innalzano al di sopra delle parole. È attraverso le parole, in mezzo alle parole, che si vede e si sente. Beckett parlava di "fare buchi" nel linguaggio per vedere o intendere "cos'è nascosto dietro". Di ogni scrittore bisogna dire: è un veggente, un audiente; "mal visto mal detto"; è un colorista, un musicista. Queste visioni, questi ascolti non sono una faccenda privata, ma formano le figure di una Storia e di una Geografia continuamente reinventate. È il delirio che le inventa, come processo che trascina la parola da un capo all'altro dell'universo. Sono eventi alla frontiera del linguaggio. Ma quando il delirio ricade allo stato clinico, le parole non sboccano più su nulla, non si sente e non si vede più nulla attraverso di loro, tranne una notte che ha perso la sua storia, i suoi colori e i suoi canti. La letteratura è salute". Id., Critica e clinica, (trad. it. A. Panaro), Milano, Raffaello Cortina Editore, 1996, p. 11.
 
3 In questo senso, Antonio Prete scrive: "La comparazione come sguardo che accetta la mobilità del punto di osservazione. Una teoria dello sguardo - della sua capacità di dislocazione, di anamorfosi, di decentramento, di obliquità, di simultaneità - presiede a ogni pratica disciplinare che voglia porsi come comparativa. Lo sguardo non solo sull'altro da sé, dalla propria cultura, dai propri saperi, ma lo sguardo dell'altro assunto come punto di esplorazione, di conoscenza". Id., Per una riflessione sulla Letteratura Comparata. Appunti, in Sottovento. Critica e Scrittura, Lecce, Manni, 2001, p. 67.
 
4 G. Agamben, La cosa stessa, in Di-segno. La giustizia nel discorso, a cura di Gianfranco Dalmasso, Milano, Jaca Book, 1984, p. 10.
 
5 J-L Nancy, L'esperienza della libertà, (trad. it. D. Tarizzo), Torino, Einaudi, 2000, p. 162.

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