Quando l'esperienza dell'analisi si apre alla creazione
di Giovanni Rotiroti
Recensione al libro di Giovanni Sias, Inventario di psicoanalisi, Milano, Bollati Boringhieri, 1997.
L'esperienza dell'analisi indagata nel bel libro di Giovanni Sias risulta molto simile all'esperienza della creazione artistica. Il testo mette in questione il sapere della psicanalisi che spesso, per consuetudine, viene confuso con la psicoterapia. La psicanalisi ha un effetto terapeutico ma non è una terapia: la guarigione in psicanalisi non è la stessa di quella praticata dalla medicina, dalle psicoterapie, dalle neuroscienze. Lo sfondo su cui si muove la psicanalisi nel libro, che è quello etico, intende riportare l'analisi all'esperienza autentica della scrittura. Qui non si tratta di un ricorso a definizioni preordinate, a schemi interpretativi standardizzati, perché l'analisi è la testimonianza di una pratica di esistenza che intreccia la fantasia con la teoria. La psicanalisi è dunque letteratura, almeno nella rielaborazione dello psicanalista. Essa si definisce sulla base delle proprie operazioni e istituisce le proprie leggi discorsive seguendo il percorso erratico delle parole nel loro dir(e)amarsi lungo le trame della narrazione di un'esistenza spesso dolorosa. Scrive Giovanni Sias:
"Per ritrovare l'originarietà dell'esperienza psicoanalitica, occorre considerare che il racconto dell'esistenza, che in analisi si produce, procede da due interrogativi essenziali, la sessualità e la morte."
"Il bene di cui si parla è quello per cui lo psicoanalista avverte che la sua
pratica è un'opera di civiltà. In questa pratica, etica, detta da Freud impossibile come
educare e governare, lo psicoanalista incontra e rinnova il mito che solo è suo ed è per
lui.
Se lo psicoanalista sa offrire all'analizzante il palcoscenico e il silenzio che cerca,
allora incontreranno ciascuno per sé, il mistero dell'esistenza. Quel sapere della vita e
della morte che nell'analisi viene messo all'opera, sapere tragico perché di esso non si
può avere conoscenza.
Allora possiamo dire che la psicoanalisi è la reintroduzione del tragico nella civiltà
occidentale."
Il libro di Sias invita l'analista al silenzio, all'esercizio di fare silenzio in uno spazio in cui l'analizzante riesce, talvolta, soltanto per un attimo, a produrre in se stesso un certo svuotamento; si cancelli senza tentare inutilmente domini assoluti sul mondo e sulla sua esistenza. Il soggetto (quello dell'analista e quello dell'analizzante) nella seduta è un soggetto interno ed insieme esterno, che richiede di esprimersi secondo una particolare tonalità etica: l'esercizio di spostarsi dalla risposta alla domanda, dal vedere all'ascoltare. Un ascolto diverso nei confronti delle parole che non vuole comprendere solo come oggetti, strumenti o cose. Un ascolto che preferisce interrogarsi attorno alla parola come enigma. È "una composizione del silenzio", "il disporsi all'ascolto che dal silenzio si genera". Tale ascolto è un altro modo di vedere, di sentire. Esso introduce il silenzio all'interno delle parole ("Solo nel silenzio giunge la parola"). È un silenzio che rende visibile il vuoto e restituisce all'analisi l'esperienza di poterci di nuovo disporre a ricevere, come in un appello, la chiamata della poesia e l'obbligo soggettivo della sua salvaguardia.
L'analisi impone uno speciale tipo di attenzione accordata al linguaggio e all'invenzione di un nuovo linguaggio; in particolare rivela una fondamentale considerazione per le parole che non giocano solo un ruolo accessorio, di ornamento nella sostanza del discorso, ma rientrano nello sfruttamento delle loro potenziali risorse di esecuzione, di suggerimento, di evocazione. Si tratta del problema della trasformazione della sostanza emotiva in un registro compositivo costruito nel segno di leggi astratte, analogo a quello del musicista che opera calcoli di armonia, intervenendo sulle parole e collocandole in maniera diversa da quella dell'uso consueto. La poiesis diventa uno strumento di conoscenza e di scoperta che attua accostamenti, legami tra elementi diversi incatenando idee, immagini, figure, dando unità organica alla narrazione dell'esistenza. L'analisi si misura nella struttura immanente della testualità del discorso, nella sua inesauribilità col suo carattere onirico, illusorio di radicale enigmaticità. Il soggetto diventa il teatro dove il pensiero mette in scena se stesso.
"Fin dal suo sorgere la psicoanalisi è un'esperienza poietica e appartiene al modo del teatro, o più in generale al modo poetico. Il sogno, a cui Freud si affida per annunciare nel nuovo secolo la sua scoperta, ci indica che i suoi passi hanno calpestato la strada del teatro. La struttura dell'interpretazione del sogno ci rimanda a quella della rappresentazione della tragedia antica. L'analizzante racconta allo psicoanalista il sogno di cui, durante il sonno, è stato spettatore; il sogno è uno spettacolo per colui che lo racconta. Il racconto del sogno è un'interpretazione perché l'analizzante ci aggiunge del suo, e cioè la sintassi con cui le immagini sognate vengono raccontate".
"La struttura della psicoanalisi è quella del teatro, o più in generale quella
del modo poetico. Se però estendiamo questo dato elementare, pretendendo di confondere le
due pratiche, perdiamo la potenza di tale struttura. La forma in cui le pratiche esistono
parla di esperienze diverse, non scambiabili né intercambiabili.
L'analizzante è commediografo, attore, regista, personaggi e autore. Lo psicoanalista non
è il commediografo o il drammaturgo: lo differenziano da questi il fatto che egli può
scrivere la commedia solo dopo aver assistito alla sua rappresentazione. E neppure può
essere il regista, perché non conosce mai la scena successiva; la può solo intuire, come
accade a un lettore o a uno spettatore attento. Il posto dello psicoanalista è senza
dubbio quello dello spettatore, acritico e umile come ogni spettatore.
Il teatro e la psicoanalisi hanno la medesima struttura e perseguono, ciascuno per il suo
cammino, la loro opera di civiltà. Ambedue valgono quando sanno essere alta
letteratura."
Si tratta di un'ontologia del poetico che propone l'invenzione come creazione, anzi tenta di dire l'origine come ipotesi immanente, contenuta nella costruzione freudiana dell'analisi. In questo senso il lavoro analitico ha molti punti di contatto con l'arte perché presuppone un continuo rigore etico sul materiale dato. I fervori della sensibilità, i grandi eventi morali, tutti i drammi della coscienza, possono costituire la sostanza di un'analisi come di una scrittura che imponga loro le strutture, la sintassi, le forme e, soprattutto, la responsabilità soggettiva di questa operazione.
La dominazione poetica su questo materiale richiede all'analizzante, quasi fosse poeta,
lo studio delle combinazioni, degli accordi, delle relazioni tra le parole in rapporto
speculare con un pensiero che pensa se stesso. Essa svolge un atto singolare e complesso,
un coordinamento di impulsi, percezioni e immagini, in relazione con gli effetti che le
parole stesse instaurano e generano nei domini della forma. Nei giochi delle
corrispondenze e delle analogie si recupera una certa ritualità teatrale, capace di
rivelare significazioni sempre nuove. Questa azione esige anche un nuovo modo di
collocarsi di fronte alle cose, un'idea di linguaggio più elaborata, sottile, più
consapevole rispetto all'uso naturale della parola imitatrice e riproduttrice della
realtà. Le ragioni psichiche dell'umano, gli affetti, le forme patemiche del linguaggio
vengono come a cancellarsi nell'Io, oppure, per così dire, vengono trattenute a sé come
prigioniere per deflagrare poi nella libera carica poetica della parola. Il
poeta-analizzante è un costruttore di parole, artefice di invenzioni verbali che
determina scarti e rotture nel sistema delle connotazioni del linguaggio pratico e
immediato. Il linguaggio viene orientato per rivelare l'ignoto nascosto sotto le cose che
appaiono, per creare la transizione sempre nuova in cui si combinano senso e suono,
istituendo particolari relazioni all'interno di elaborate e fantasiose strategie creative.
La parola analitica, come quella poetica, si colma di una sovrabbondante eccedenza
metaforica, metonimica, analogica, iniziatica, ma allo stesso tempo viene rigorosamente
inscritta sul piano della responsabilità soggettiva e dell'opzione etica. L'analisi in
questo senso, come la poesia, ha il senso primario di incanto, di magia, écriture,
charme, carmen, ein Schrifttum, runa, costituisce le condizioni dell'esserci della
poiesis, la quale si concreta nella messa in opera della metis, del calcolo e della
scrittura.
La parola poetica dell'analisi mette in crisi, così, l'uso facile, vago, approssimativo
che la cultura psicoterapeutica ha fatto della nozione di interpretazione.
"Non ci sono, dunque, metafore da interpretare, così come non ci sono simboli da interpretare. Ma gli analisti preferiscono interpretare loro i discorsi dei "pazienti" (e siamo di nuovo all'essenza della psicoterapia), senza accorgersi che se questi benedetti "pazienti" parlano per metafore, anche loro ascoltano per metafore: le proprie, non quelle di qualcun altro; e ugualmente possono parlare solo nella deriva delle loro parole, anche se vi è stato chi, in un delirio ecologico, ha "teorizzato" l'analisi didattica come depurazione del proprio ascolto. Allo stesso modo dobbiamo pensare per i simboli. E metafore e simboli sono elementi essenziali di ogni attività poetica."
"È evidente che lo psicoanalista non può interpretare altro che non sia il suo
testo o il suo racconto, e possiamo star certi che l'attività poetica non resterà
mutilata per l'esistenza della psicoanalisi.
Ogni analizzante, attraverso le metafore o i simboli, le allegorie o le metonimie, produce
racconti attraverso i quali non fa che costruire strutture poetiche. Tale struttura
poetica è l'interpretazione del racconto. Dunque il racconto l'analizzante lo interpreta
raccontando. E il problema non è di simboli o di metafore, ma della qualità di tali
costruzioni poetiche.
Lo psicoanalista ha dimenticato troppo in fretta che non è un guaritore, né un educatore
o un socializzatore. Neanche può essere interessato al senso che l'analizzante dà alla
vita. Di regole la psicoanalisi ne ha una sola: "Dica tutto quello che le viene in
mente, senza omettere nulla, e senza operare alcun giudizio sui suoi pensieri. " Che
cosa poi questi pensieri (immagini, idee, credenze ecc.) producono, sono affari che non
riguardano più lo psicoanalista. Per questo, egli non è regista. Egli non può che
seguire, esattamente come uno spettatore, le rappresentazioni verbali e gestuali di tali
pensieri. Ma, proprio perché la struttura dell'esperienza psicoanalitica appartiene al
modo del teatro, è lungo tali rappresentazioni che si svolge l'analisi e, per quanto
riguarda lo psicoanalista, egli ha, come si è già notato, la funzione di permettere che
la rappresentazione, cioè l'analisi, avvenga. L'ascolto psicoanalitico non può limitarsi
alla traduzione di simboli e metafore, anche quando, attraverso tali traduzioni (o
interpretazioni che le si voglia chiamare, spesso gratuite e appartenenti all'immaginario
dell'analista), l'analista ricava la convinzione di aver capito. Ma è proprio da questo
che l'analista deve guardarsi (come insegnano i maestri), perché quando ha la convinzione
di aver capito, allora sta perdendo la direzione dell'analisi, ed è il momento in cui non
ha capito niente.
L'analista nel suo ascolto può attenersi solo alla letteralità, perché in quel che
l'analizzante dice non c'è niente - da capire. Nella letteralità del discorso, invece,
l'analista coglie il procedere di una analisi, il modo in cui l'analizzante rappresenta,
per sé e per altri, la sua esistenza, quel che la rende degna di essere vissuta,
attraverso costruzioni del discorso che, lavorato dalla censura, produce strutture
poetiche via via più raffinate. Perché solo nella struttura poetica, nella sua qualità,
l'uomo può riconoscere la qualità della propria domanda. Domanda che non ha risposte
possibili, ma che rinvia sempre ad altre domande; e la differenza tra loro sta solo nella
struttura sintattica dell'enunciazione."
La costituzione dello spazio poetico in analisi rappresenta il luogo di una sperimentazione costante del soggetto mediante cui la parola viene sottoposta a una interrogazione inesauribile. La speculazione sulla parola poetico-analitica si struttura sulla base della narrazione dove i dati mentali, emozionali, culturali in senso stretto, fondano ciò che il soggetto-poeta ha vagliato a livello del linguaggio. Da questo punto di vista, il linguaggio è ciò che struttura la relazione e l'azione del soggetto e riflette la sua propria realtà nella scrittura della propria analisi. L'inventio del materiale poetico, degli ingredienti che costituiscono l'humus dell'emozione analitica, dipende dalla scelta personale e stilistica dell'analizzante la quale si riconduce ai movimenti transizionali, metamorfici dell'Io. Tale esperienza riproduce formalmente la misura soggettiva della bellezza e dell'amore delle parole che intrattengono tra sé, determinando così l'atto narcisistico della riflessione poetica. Per meglio dire, paradossalmente, di un narcisismo senza Io o di un flusso di desideri senza oggetto. In questo senso si riprende l'idea che l'esercizio desiderante e la sua costruzione del poema analitico sono intimamente legati alla decisione etica della libertà nell'arte.
"Nell'esperienza psicoanalitica la fantasia può essere comunicata senza che
susciti indifferenza o ripugnanza, certi che troverà un ascoltatore.
Il fantasticare dell'adulto è la prosecuzione del giocare del bambino. La differenza sta
nel fatto che, mentre il bambino non ha ragione di nascondere il proprio gioco, l'adulto
si vergogna delle proprie fantasie come di "cose fanciullesche e illecite". Per
il resto, tanto il gioco quanto la fantasia sono diretti dal desiderio; l'adolescente
abbandona gli oggetti del gioco e fantastica invece di giocare. Nel gioco Freud incontra
le prime tracce dell'attività poetica, tracce che poi ritroverà nella creazione poetica.
La questione è che l'artista ottiene per mezzo della fantasia quel che coloro che non
sono artisti ottengono solo nella fantasia; l'artista non ha abbandonato gli oggetti del
gioco, ma è colui che ha trovato il modo di continuare a giocare. Come il bambino, ha
preso molto seriamente il suo gioco, e con esso, e attraverso esso, organizza e costruisce
la propria esistenza intellettuale e materiale. I mezzi del gioco sono appunto quelli che
gli consentono di giocare, e poco importa che sia pietra o siano lettere, pennini o
scalpelli, importa che egli li reperisca, lavori alla loro trasformazione e alla
trasformazione della propria fantasia: lasciarsi lavorare dal desiderio. Non importa qual
è il giocattolo, perché gli oggetti del gioco sono sempre oggetti sessuali".
L'arte analitica è anche un esercizio rigoroso, severo e ostinato che si colloca in un altrove che è il Luogo della poesia. Per comprendere autenticamente il mistero dell'analisi occorre operare uno sforzo che conduca il travaglio poetico oltre il mondo della sensibilità istintiva ed emotiva. La libertà della creazione non è solo ripiegamento passivo sulle facoltà dell'immaginazione e della fantasia immediate, ma è esercizio critico che richiede talento e inventiva. I sentimenti, i desideri, i pensieri, tutti gli eventi della vita interiore sono solo fenomeni esteriori e provvisori se non vengono scanditi dal tempo, dalla poetica del ritmo e dall'intervallo tra le sedute. Il pensiero poetante è azione condotta con rigore che esprime una realtà molto più complessa di qualsiasi produzione istantanea che ripieghi facilmente nel campo convenzionale e pragmatico del linguaggio d'uso. Spesso gli stessi psicoanalisti, più ortodossi, hanno contribuito, tuttavia, a ri(con)durre l'analisi, per timore e tremore (?), alla tecnica devitalizzando così la sua condizione di possibilità nonché di evento. Quando c'è solo tecnica non si dà più dell'analisi.
"Tale riduzione della psicoanalisi a un livello tecnicistico ha però anche un
altro versante più interessante, perché ha invertito la direzione psicoanalitica volendo
derivare la tecnica dalla clinica. La psicoanalisi è infatti strutturalmente estranea
all'idea di progresso, in quanto le esperienze mantengono un'unicità assoluta e non c'è
nessuna possibilità di acquisire maggiore conoscenza sulla somma e sulla quantità dei
casi. Sulla quantità si produce, invece, la possibilità per l'analista di esplorare
ulteriormente la molteplicità dei modi dell'esistenza in relazione alla varietà dei
sintomi. Non perché egli possa sapere qualcosa di quei sintomi, quanto piuttosto perché
l'analizzante, in analisi, percorre un viaggio (che è il linguaggio, quindi poetico)
lungo il quale ricostituisce un sintomo che gli consente di riconoscersi nel discorso con
cui testimonia la propria esistenza. Il lavoro dell'analista è quello di seguire nel suo
viaggio l'analizzante, in tutte le vie in cui egli lo condurrà.
Se il discorso dell'analisi è questo (e io credo che possa essere solo questo), lo
scritto dell'analista, quando egli giunge a scrivere, non può essere un discorso sulle
tecniche, né si può pensare che questo discorrere di tecniche sia la clinica, come ormai
si ritiene sia nei dominii dei freudisti ortodossi sia in quelli dei lacanisti. La clinica
ridotta a tecnicismi, presentati con linguaggio più o meno sofisticato, ha perduto ogni
contatto con la pratica psicoanalitica, almeno quella che hanno voluto trasmetterci Freud
e Lacan (per limitarci solo ai nomi mitici, quelli, per intenderci, su cui si è costruita
tutta la mitologia e l'ideologia psicoanalitica). Lo ha perduto sia nel senso ideale che
in quello storico e intellettuale. Il tecnicismo ha ridotto lo psicoanalista al livello di
un terapeuta e la clinica a un coacervo di precetti che vorrebbero rendere scientifica,
perché verificabile, la psicoanalisi. Ma ogni analista di qualunque paese e di qualunque
scuola può testimoniare la radicale impossibilità di applicare precetti o tecniche.
Questo accade perché non è l'analista ad avere il ruolo del terapeuta, ma è
l'esperienza psicoanalitica in sé a essere terapeutica."
Al centro della riflessione analitica sta dunque il controverso rapporto tra arte e
tecnica e l'evento della creazione. Però non si tratta di riconquistare lo statuto del
poetico dell'analisi nell'ambito produttivo. L'analisi non è l'esito di un prodotto
capace di far emergere dall'occultazione, dal non essere, la luce, come il mito della
tecnica pretenderebbe, ma richiede all'analizzante l'installazione di una parola, una
forma, una figura che garantisca la portata linguistica dell'evento. Ciò non può
avvenire se l'analista ha solo a disposizione la consapevolezza della tecnica. Il dominio
della tecnica non stabilisce necessariamente una relazione di prossimità con
l'interpretazione che è supposta come il suo principio formale, il paradigma esterno, lo
stampo a cui il prodotto "artistico" dell'analisi deve conformarsi per venire
alla luce. Il libro di Giovanni Sias ritiene forse che l'abilità dell'analista possa fare
a meno del suo carattere di mestiere, perda la consapevolezza della sua techne, del
controllo e del dominio della materia analitico-poetica. L'analista non è un artigiano
dell'assoluto.
Anche se gli atti e i rituali della psicanalisi si trasmettono, l'insegnamento analitico
non può essere calcolato, insegnato e neanche ripetuto nella pratica amorosa delle forme
con la sicurezza tipica della tecnica. Alla tecnica manca la certezza del fondamento. La
tecnica è come avvolta da un'ombra fra l'essere e il non essere ed emana questa
privazione della propria certezza. Ciò provoca senza dubbio angoscia. Ma non c'è
angoscia senza libertà. L'enigma dell'analisi non è più legato al suo rapporto
necessario con la tecnica, e ciò significa, soprattutto, interrogarsi continuamente sul
mistero originario che la creazione artistica intrattiene con l'analisi. L'analisi come la
grande poesia deve essere significativa, musicale, ritmata da un'interna coerenza
sintattica, dove le parole reagiscono reciprocamente le une sulle altre in un infinito
gioco di effetti memoriali e prospettici. Come a teatro.
"Tre sono le vie dell'arte, la scrittura, la rappresentazione e l'esecuzione: sono
vie dell'interpretazione, lungo le quali si ripercorre il cammino del sogno alla ricerca
del mondo in cui fu la nostra immortalità, e il corpo è in gloria.
Freud introdusse un'altra via, intermedia, che procede dalla domanda e si svolge lungo il
racconto; vi può accedere l'artista e chi artista non è: l'artista può spingere la sua
interrogazione in luoghi altrimenti irraggiungibili anche dalla sua arte, chi artista non
è può trovare un luogo in cui la sua pena non resta senza ascolto, e del sogno può
finalmente ascoltare la voce, e seguirne l'itinerario fino a raggiungere quella solitudine
e quel silenzio in cui può instaurarsi la responsabilità del gesto artistico.
La terapia è così quel lavoro che si produce in una solitudine senza rimedio e senza
ripiego. Il suo fine è la felicità.
La psicoanalisi è un'opera di civiltà. Conquista nuova terra alla palude in cui ciascuno
è immerso, avvolto nell'apparente tranquillità di sogni senza voce, di esistenze senza
sessualità; getta un ponte tra l'umano e il divino, sacro arcobaleno che illumina il
corpo alla perenne ricerca della sua salvezza e della sua gloria; instaura il tempo di un
rinascimento in cui la storia immette nel divenire, perché è solo nella tradizione che
si ritrovano quei motivi che riportati a nuova vita fecondano sogni attraverso i quali si
ricerca l'espressione più autentica della propria esistenza. Fino a immettersi con la
propria opera nella civiltà."