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Lo spettacolo della memoria
parole per Chiara che visita Auschwitz

di Mario Ajazzi Mancini

Più profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere
più grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi
più bianca cenere
giace sulla parola cui hai creduto.
(Paul Celan)

 

Qualche giorno fa, la figlia di un'amica telefonava a casa, dopo una visita ad Auschwitz - promossa ed organizzata dall'istituto scolastico cui è iscritta. La voce rotta dal pianto, una commozione travolgente. Sono stato testimone muto. Che dirle, infatti? Quali parole suggerire a madre e figlia, per parlare dell'orrore? Di un orrore di cui ai nostri giorni non s'intravede che il monumento, a monito e ricordo... No pasaran.
"Com'è terribile questo luogo", ripetevo a me stesso, pensando al libro del Genesi. Dimora di Elohim, certo, ma anche di un sentimento inesplicabile. Gli storici delle religioni l'hanno accostato a quel terrore primordiale da cui sgorga la misura del sacro - che attrae e respinge, affascina ed abbatte, prima di declinarsi come rispetto della legge morale, conoscenza del bene e del male, cui, semplificando, corrisponde l'immagine di una divinità provvidenziale e misericordiosa.
Esperienza indubbiamente primitiva che il genio freudiano ha ricondotto all'espressione Es spukt hier - qui c'è da tremare, perché l'aria è tanto piena di fantasmi che il fiato si fa corto... Angoscia, spazio ristretto della paura. Ancora poco per lo spettacolo della memoria. Troppo spesso, catalogo di nefandezze che la voce monotona dell'accompagnatore illustra assommando cifre su cifre, come un archivista impietoso.
Non so cosa si aspettasse Chiara da quella visita. E neppure se i suoi pochi anni fossero davvero abbastanza per sostenerla. Molti, prima di lei, hanno fallito, molti disillusi. Ad Auschwitz non compare che il volto grigio della storia. Niente che riguardi la verità o il senso degli accadimenti. Ventimila fucilazioni al blocco 11. Una macchinazione perfetta, regolata sui giorni. Mercoledì e venerdì, faccia al muro, le armi col silenziatore. Conosciamo anche i nomi dei carnefici: Max, Oswald, Perry, Gerhard... Officianti di un culto antico e spietato che si è incastrato nel nostro tempo, che vi si è incastonato, anche se sovente preferiamo smettere di crederci.
Eppure, basterebbe riguardare la fotografia, scattata al momento della liberazione, che mostra l'ingresso del campo. La torretta si staglia minacciosa nel cielo carico di nubi (in un'altra foto, indimenticabile, sopra il cancello signoreggia la scritta arbeit macht frei); le costruzioni più basse, dai tetti spioventi, rammentano una fabbrica in disuso, se non fosse per un residuo di fumo sullo sfondo; la neve ricopre il terreno circostante, tagliata, incisa dai binari... Basterebbe ascoltare il modo in cui i nazisti rimodellavano la lingua, talento che pareggia il loro gusto scenografico. Oswiecim divenne Auschwitz, revocandone l'identità; d'altronde, quella regione avrebbe dovuto essere uno spazio vuoto di popolo. Schwitzen, sudare, trasudare, secernere - Blut, sudare sangue; - Kalt, sudare freddo. Auschwitzen, cacciar fuori sudando, trasudando, stillare goccia a goccia, fino al nulla, quel sangue raggelato. Nella neve, in una notte senza alba.
E allora, hier ist kein warum, qui non c'è un perché.
Soluzione apparentemente frettolosa, attorno alla quale ruotano le razionalizzazioni in merito alla violenza del potere, all'esercizio oscuro della forza. In ogni caso, manifestazione tuttora imperscrutabile del male, della sua indistruttibilità non meno che della sua esistenza. Rispetto ad essa - parte davvero maledetta - non c'è Kulturarbeit che tenga. Niente più di Auschwitz l'ha resa visibile, ne ha scoperto la continuità. Parte di tutti, di tutti noi ancora. Nel corredo genetico della specie umana, vittime e persecutori sono accomunati in una combustione originaria, in un fuoco che impronta i comportamenti di ciascuno; e che è sempre là, anche quando riteniamo di potervi operare, trasformandolo, rendendolo irriconoscibile.
Considerazione, questa mia, che non pretende originalità alcuna, e tuttavia affatto plausibile, in linea con lo spirito dei tempi. Adesso ci fregiamo di altri nomi, altri orientamenti, meno puri ma altrettanto allarmanti. Malattia, emarginazione, vecchiaia, tristezza, depressione... Sempre sconsiderati, o folli, per le chiacchiere della carta stampata, o delle televisioni. Forse, il tempo sospeso di Auschwitz è di nuovo notte, benché talvolta ci consenta di sognare un rimedio...
Avrei voluto dirlo a Chiara. Dirle che ormai gli usignoli non cantano più. Che le nostre parole non servono a consolare. Perché, in fondo, è così: Auschwitz monumento per non dimenticare. Per non annullare la responsabilità. Adesso come sessant'anni fa.
Severo, più con me stesso, ho invece rammentato una frase di Adorno, a proposito della cultura e della critica della cultura - io che mi vanto di essere gramsciano. Immondizia, spazzatura. Dopo Auschwitz, nessuna parola che viene "dall'alto" ha più il diritto di restare immutata. Anche quella di conforto.
Il ricordo, la memoria - di cui, da poco, abbiamo celebrato il giorno - possono darne? E cosa ricordare, se non riusciamo ancora a sciogliere il nodo? - (Gli sforzi imponenti di Hillberg ce ne hanno chiarito le dinamiche, chiudendo soltanto la partita con la storia).
Da allora, nel cuore di un secolo mirabile, qualcosa continua a passare di mano in mano, come un lascito. Segno feroce della spendibilità della vita, sottratta al soggetto che ne è titolare. Nuda vita, affidata alla tecnica. Paradossalmente, anche oggi non invecchiamo più, non tanto perché Oswald, o Perry, premano ciecamente il grilletto della Mauser, quanto perché, facendola finita col senso di colpa, risolviamo la questione etica attraverso una spudorata riqualificazione della vita stessa, della vita che vive, al di là di noi, nuovamente oggetto e progetto politico, diversamente finalizzato ed immunizzato dalla morte che, potrei dire, l'assedia come un virus.
Come cavarsela col male? Col semplice, banale fatto che c'è, e che sembra piombarci addosso da lontananze tanto più estreme quanto più prossime, nel momento in cui ci chiediamo perché. Sarà stato, vi sarà stata una ragione, uno stile sbagliato, l'ignoranza di un comportamento. Così ricordiamo, o ci sforziamo di farlo. Qualcuno spulcerà alla rinfusa le cartelle della propria esistenza, alla ricerca di un motivo, di una causa che giustifichi la scivolata, l'inciampo in cui si è incorsi, facendoci arrossire...
Antelme, in un libro inevitabile, racconta di una selezione casuale avvenuta durante una di quelle marce sconclusionate cui i nazisti, ormai in rotta, sottoponevano gli Häftlinge. Tocca, non si sa come, ad un giovane italiano. "Vieni qua" - grida il soldato. E la faccia del ragazzo diventa rossa. Perché lui e non un altro? Perché io e non un altro? Nessuno ha un posto suo, fino a quando la vergogna non ridisegna la scena. Indicando, forse, che si è davvero toccato un limite. Che, ricongiungendoci con noi stessi, riveliamo la nostra destinazione più propria ed insondabile. Diveniamo "io" nella casualità estrema, che qui ha la forma ottusa di un crampo nel cervello della SS.
A Chiara (a Martina, mia figlia) e a sua madre - mi guardava spaesata, come solo una madre può esserlo... - avrei voluto dire che anche il mio disegno è confuso. Che queste parole sono tanto intempestive quanto incerte. Per raccapezzarsi dovremmo forse avviarci insieme, oltre la pietà e la consolazione, verso quel rossore che è affiorato là e che giunge fino a noi, troppo spesso ricondotto alla pochezza, alla meschinità, allo squallore dei poveri diavoli che siamo... Ogni giorno testimoni imbarazzati e silenziosi; e per questo monumento vivente alla memoria. Alla memoria dei morti, e di chi muore senza una ragione - come tutti noi, per lo più.
Che la vergogna, questa vergogna che possiamo ancora provare, possa erigerlo con onore, è l'augurio che formulo a tutti i figli, che vadano o meno in visita ad Oswiecim, per rendere onore all'esistenza, la stessa che Auschwitz ha rivelato a Chiara, nella sua fattualità, probabilmente insensata ed inconfortabile...


PS. Sull'ultimo numero de L'indice (marzo 2003) è comparsa un'intervista allo scrittore Eraldo Affinati. Gli viene chiesto se non ritiene "eccessiva" l'attenzione rivolta al tema dell'olocausto nella letteratura contemporanea - stupisce, tuttavia, che una seria rivista di cultura, attenta alle risonanze della civiltà, si serva ancora del termine olocausto: quanto esso propone, l'accostamento dei forni crematori agli altari del sacrificio, richiamati dall'olah biblico, mi pare del tutto improponibile; sottoscrivo quindi la censura di Agamben: "chi continua a servirsene dà prova ignoranza o di insensibilità (o dell'una e l'altra cosa insieme)". La risposta di Affinati mi è sembrata tanto evidente quanto significativa: "Ciò che è accaduto nel cuore dell'Europa sessant'anni fa è stato inaudito: lo sterminio industriale e amministrativo di milioni di individui. Certi comportamenti [...] ci hanno fatto capire qualcosa della specie umana che riguarda tutti gli uomini, nessuno escluso. [...] l'ho chiamato bosco biologico. Se non trasmettiamo ai giovani tale consapevolezza, fra cento anni Auschwitz potrebbe finire per assomigliare a quello che oggi sono i moais, le misteriose statue dell'Isola di Pasqua che solo pochi studiosi sanno interpretare. È questo che volgiamo?". Non sono le mie parole sulla questione. Anche se le condivido quasi pienamente. Avrei potuto servirmene per Chiara, tagliando corto con le mie esitazioni. La memoria è necessaria, non importa quale prezzo si paghi. Non l'ho fatto, perché ritengo la materia di Auschwitz tuttora incandescente.

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