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La strana coppia. Frammenti di una relazione (d’aiuto?) on line.

di Giovanni Rotiroti
 
 
«Oh, essere un libro, un libro che viene letto con tanta passione»
(Elias Canetti)
«Scrivere la propria autobiografia è un po’ come essere innamorati per la prima volta» (Ph. Lejeune)
 
 
La cliente:
 
«Perché oggi mi sento così depressa?» Invece direi esclusivamente: «Perché mi sento così depressa»? Senza sottolineare l’«OGGI»! Ovviamente ci sono alti e bassi, ma la depressione non può essere definita come un albergo a ore (FOSSE COSI’ SAREBBE PIU’ SEMPLICE)!
È vero spesso la gente si vergogna a parlarne e per quanto mi riguarda mi succede o perché non ho amici all’altezza o perché io cerco di essere sempre all’altezza di serate divertenti e spensierate. A volte ho tentato di entrare nell’argomento, ma sento rispondermi: chi tu L., depressa, ma per quale motivo, non sei il tipo, sei una ragazza forte senza grossi problemi, per favore finiscila! Ecco che mi blocco e finisco per non parlarne più. Ci sono momenti in cui sento l’ardente bisogno di parlare con qualcuno che mi possa capire, o che mi sappia esclusivamente ascoltare. Invece niente, sai di non avere questa fortuna e capisci quando sei sola, la paura prende campo, potresti uscire con i tuoi amici e divertirti come al solito, ma non è questo di cui hai bisogno, stasera vuoi qualcosa che vada oltre alla semplice compagnia. «POSSIAMO ESSERE IN MEZZO A TANTA GENTE ED ESSERE SOLI», è una frase retorica ma non esistono parole migliori e più semplici per dare un senso a quello che ho appena detto.
Forse pecco di presunzione ma in certi momenti non vorrei essere quello che sono. Vorrei scavare meno affondo nelle situazioni che ci circondano, essere più superficiale e ignorante per soffrire meno. Spesso mi capità di pensare alla malvagità che ci circonda, a quello che sarà, alla sofferenza della gente, ai miei genitori che stanno invecchiando, ai miei nonni che non saranno presenti in eterno e l’ansia di non esserseli goduti abbastanza mi sopraffaa. Ancora a mio padre, l’uomo della mia vita che negli ultimi anni ci siamo un po’ persi di vista e io sono cresciuta, cambiata e lui non lo ssa.
Comunque definendo la depressione come un giorno della settimana direi il lunedì (l’inizio di una nuova routine cazzuta e insignificante), oppure come la malaria che lentamente ti annienta.
Durante questi periodi l’apatia è all’ordine del giorno, la tristezza si trasforma in angoscia, odi tutto e tutti. È un insieme di sensazioni strane, difficili da spiegare, lo stomaco all’improvviso si chiude, il battito cardiaco aumenta, mi tremano le mani, sudo, vorrei prendere il primo aereo e volare lontano. (Chissà perché ma nella lontananza da casa vedo sempre la soluzione a tutti i problemi).
Ecco la crisi è passata, so benissimo che non posso andarmene di punto in bianco, ho ancora troppe cose che mi legano a questo posto, allora cerco qualcosa che mi possa calmare, un po’ di musica è quello che ci vuole, mi aiuta a volare con la mente. Si sta facendo sera, mia madre e il suo uomo stanno per tornare ed io non ho voglia di vedere nessuno. Penso ad una soluzione, la solita, mangio prima e mi chiudo in camera poi verso le undici se non sono andata a scuola esco, vado fuori, in ogni senso. Finita la serata torno a casa, sò benissimo che domani è un altro giorno, che mi sono rotta le scatole di stare a casa, dei soliti amici, di non ridere, ma c’è qualcosa che mi ha messo la catena al collo. Tuttavia credo che la guarigione sia dentro di noi, gli psicofarmaci non li ritengo utili (almeno che il problema non sia di natura genetica), gli psicoanalisti possono darti una mano, ma alla fine sei tu dassolo che ne esci (il miglior amico dell’uomo è se stesso).
Provo un odio profondo per la società, forse perché non amo le regole o forse perché la colpevolizzo di tanto malessere fra cui anche la depressione, ma poi rifletto e dico: «Noi siamo la società, noi ci facciamo del male, siamo autodistruttivi. Anche la droga e l’alcool fanno parte del nostro mondo, un mondo che ha investito su dei prototipi di perfezione, apparentemente non hanno paura di niente, sono insensibili (perché la sensibilità per loro è segno di debolezza), sono invincibili, sono diciamo ciò che dovremmo essere tutti quanti secondo la società. Ma qualcosa non sta funzionando, i così detti prototipi la sera bevono, si drogano smisuratamente, perché? Cos’è che li porta a fare ciò? Bene, per una società e noi stessi pensiamo questo sia giusto, sia l’ideale di vita, ma in realtà questi robot sono più deboli del normale e cercano nelle varie droghe se stessi, è l’unico momento in cui possono tirare fuori il proprio io e vanno oltre perché non si conoscono, non sanno controllarlo. Questo è ciò che creiamo, un mucchio di persone deboli, impaurite, infelici, inibite e pericolose.
Accidenti, avrei tante cose da dire, ma non so esprimermi e scrivere non è il mio forte!
Ho un amico che ha viaggiato molto e quando mi parla delle persone che vivono nei paesi caldi del terzo mondo il cuore all’improvviso sembra impazzire, tremo e sogno ad occhi aperti. Queste persone ai nostri occhi sono dei poveracci, ma forse non sono più ricchi di noi? Pensiamoci bene!
Il loro calore umano, il loro rispetto per la natura, il loro modo di vedere e di sfruttare a pieno ogni singolo momento della vita, la loro calma, la loro musica e la loro danza ci trasmettono colore e gioia. Insomma, siamo più felici noi con le nostre macchinone, il nostro maquillage, il vestito by Giorgio Armani, con la paura di non arrivare a fine mese, la freneticità di ogni giorno, oppure loro poveri materialmente ma ricchi nell’anima? Perché ci soffermiamo solo a guardare il loro malessere ipocriti che non siamo altro, facciamo documentari sulla loro povertà e delinquenza e non facciamo niente per aiutarli. Non siamo bravi neanche a prendere il lato positivo della vita, che razza stupida è l’uomo!
Il più evoluto della scala gerarchica, ma dove? Spesso siamo peggio dei virus, non abbiamo rispetto per niente e nessuno, ma cosa peggiore non abbiamo rispetto per noi stessi, e non vogliamo ascoltare il nostro io. Siamo sempre di corsa a cercare di essere qualcosa o qualcuno che forse non ci appartiene. Perché non soffermarsi un attimo e pensare di riempire le nostre giornate di “voglio fare”, “voglio essere” e non solo di “devo fare” e “devo essere”? Questo potrebbe portarci all’inizio di una nuova vita per non ritrovarci nel grosso balatro depressivo che oggi giorno attanaglia le nostre società. Il non ritrovarci a chiederci chi siamo e cosa abbiamo fatto di costruttivo e appagante per noi stessi. Come disse Aristotele: «L’uomo è un animale socievole» e noi stiamo perdendo questa nostra natura, ci stiamo rinchiudendo in noi stessi, nei nostri problemi, nel nostro lavoro, l’indifferenza e la non fiducia sembrano essere diventati una regola di vita; come non essere depressi?
Abbiamo travisato il significato del verbo vivere.
Vivere materialmente non è vivere, vivere intensamente questa è la verità e per vivere intensamente bisogna essere passionali e la passione è una aggregazione di sentimenti che non vanno persi, bensi coltivati.
 
Il counselor on line:
 
Carissima L.a,
ho letto con partecipazione e grande cura la tua lettera e ho pensato che perlomeno essa meritasse subito una breve risposta da parte mia. Quindi, mi prendo questa licenza che non è consueta nell’ambito di questo nostro lavoro ma riguarda, credo, anche una parte di me che penso di condividere con te: il profilarsi di un antico ma sempre nuovo e arricchito sapere.
 
È tutto molto vero quello che scrivi, L.a, e credo che tu abbia tutte le risorse per venirne fuori, o meglio venire a capo di una situazione che per ora ti sta facendo solo soffrire e gustare amaramente l’abituale e monotono spettacolo della desolazione (nell’anima) della vita. Ma quello di cui stai facendo esperienza non si ridurrà solo a questo, ne sono convinto.
 
L’esigenza di parlare con persone, che credono di conoscersi da tempo, è alla base di qualsiasi forma di relazione matura e di scambio, ma può avvenire solo a livelli di profondissima amicizia e di esperienza. Non tutti sono in grado di poter comprendere a fondo quello che tu provi. Però, allo stesso tempo, solo quegli “amici” – o chi sarà al posto loro - che ti sapranno ascoltare, ti potranno anche, a modo loro, aiutare e uscire arricchiti anch’essi da questa tua esperienza.
 
 La solitudine, come tu scrivi, è quella scena dove si materializza la paura, l’angoscia, ma allo stesso tempo ti porta a quella comprensione più profonda della vita che purtroppo si offre a te, per ora, solo ed esclusivamente nella forma del malessere e della “fatica di essere se stessi”.
 
L’ignoranza non aiuta, anestetizza, addormenta, o tormenta, non ti fa sentire e comprendere la vera sofferenza che anima le pieghe più riposte dell’essere umano che domanda. Certo. La sofferenza deve essere in un certo qual senso rappresentata, altrimenti si corre il rischio di ostacolare e bloccare qualsiasi tipo di percorso e di progetto.
 
 La vecchiaia, il mancato appagamento di certi legittimi desideri, anche tra gli affetti familiari, sono una costante della vita, ma forse è proprio questo ciò che ti permetterà di cambiare, crescere, fiorire e riflettere.
 
La musica aiuta. Essa non ha grosse aspettative da noi, non chiede niente. Ti accompagna con un commento sonoro nell’esperienza, in tutti quegli stati di sofferenza, di angoscia e di disagio, ma anche di gioia. È un veritiero specchio dell’anima, fatto di suoni e vibrazioni, che ti permette di entrare in sintonia con il tuo corpo, con il battito del cuore, con le contrazioni dello stomaco, col tremore e il sudore, che ti fa volare, lontano… lontano nelle lontananze insondabili dell’inappagabile ritmo interiore.
 
La catena al collo si porta, e per sempre nella vita, ma il suo peso può essere adeguatamente calibrato con piccoli ritocchi, che ti aiutano così a trovare, coll’incedere di misurati passi di danza, l’equilibrio in avanti. Il peso di una catena può di certo soffocare, ma in fondo... Si può profilare anche come segno di qualcosa che stia per avvenire. Qualcosa di nuovo si avvera e muta all’orizzonte.
 
Chiudersi in se stessi talvolta è molto utile, se non indispensabile: ti separa dal chiasso del mondo, permette l’ascolto nella tua intimità, ma può essere anche una trappola per non voler uscire sul serio dal guscio: un ultimo rintanarsi in quel nostro essere bambino che forse oggi non è più tale. Forse non ci è mai appartenuto realmente se non nella fantasia.
 
La vita è fuori che ti aspetta, ti mette alla prova e lo sai. Noi siamo qui in prova. Preferisci fare percorsi consueti, già collaudati che, forse per ora, anche se non ti soddisfano pienamente, continui a praticare, anche perché nel tuo orizzonte ancora non vedi altre aperture, altre possibilità di via d’uscita per nuove destinazioni. Nuovi richiami. Ma continua a interrogare, L.a, questo tuo pensiero che inquieta.
 
Forse la tua attuale occupazione di studentessa, che tu hai consapevolmente scelto, può offrirsi davvero come il luogo (anche se in questo momento non lo comprendi ancora a pieno) che ti permette di essere più te stessa, almeno per un attimo, tra estranei, un lavoro un poco di certo noioso, a volte banale, poco eccitante ma per te una tappa non ancora totalmente conclusa. Forse è il luogo di una esperienza che merita di essere da te vissuta, conosciuta e esplorata più a fondo: il luogo che forse ti faciliterà a varcare nuovi transiti, ad aprirti al mondo anche se ancora i suoi segnali sono ancora tenui, deboli e non si scorgono  così nitidamente all’orizzonte.
 
In merito al discorso che fai sulla società sono pienamente d’accordo con te, neanch’io amo le regole, anche se qualche volta servono. Pongono un margine al nostro inappagato desiderio. Questa società, come mi scrivi, sembra solo offrirti droga, alcool, concedere brevi sospensioni dalla routine delle abitudini, dal ciclo perpetuo dell’immobilità e della stagnazione nell’esistenza. La droga però non facilita a trovare e a tirare fuori il proprio io autentico. L’io non è lì, dove si crede che sia nella promessa di una felicità a buon mercato. L’io è laddove l’hai sempre cercato, e non lo cercheresti ancora se non l’avessi già trovato. L’io vive in quel luogo enigmatico, come ti racconta il tuo amico, che è straniero: sta dentro e fuori di noi. Abita nei transiti. Basta guardare o ascoltare. Soggiorna “nei paesi caldi”, dove “il cuore all’improvviso sembra impazzire”. “La musica, la danza” è la sua musica e la sua danza. Egli distilla l’istante di ogni singolo momento della vita: colore, gioia e chissà quanto altro ancora. Non è solo e sempre sofferenza. Il dolore non ama essere sempre trattenuto nel buio di una stanza.
 
Carissima L..a,
 
la strada è lunga e tortuosa, e per un po’ ci sarà tanto da pensare, da scrivere, da domandare, ma tu forse hai capito di già … e la strada l’hai scelta. Di questo siamo sicuri. Basta non avere troppa fretta e sentire ancora per un po’ lo scivolare del tempo sui nostri pensieri.
 
Un abbraccio
 
A presto, Giovanni
 
 
 
Obiezioni
-          Come finisce questa storia? Sembrano le lettere d’amore di due innamorati. Io non ho voglia di innamorarmi su Internet. Ma, poi, la cliente è veramente guarita? Non è più depressa? Cosa vuole questa in realtà? Lo sa lei? E lui?
 
Controbiezioni
-          Perché, volete che questa storia sia già finita, quando abbiamo a che fare con l’infinito? Chi l’ha detto, chi l’ha sperato? E la cliente era veramente depressa? Aveva veramente un basso dosaggio di serotonina? Bisogna indagare, certo! Non si deve ingannare la gente. Ma, con grazia, senza aver voglia di rompere subito questo incantesimo. Ascoltiamo ancora un poco. Non facciamoci fregare dalle diagnosi del DSM IV. Quando la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto, ha anche deciso di resistere all’abitudine di un tempo che dimentica.
I due si sono detti cose molto intime, hanno vissuto, raccontato e parlato di un’esperienza speciale. Nessuno dei due ha barato. Il counselor non ha usato i trucchi del mestiere. Ha rivisitato affettivamente la delicatissima vicenda della scrittura. Non ha né interpolato né sovrascritto. Si è preso solo cura della testualità della sua cliente. Ha accompagnato come in un requiem, nonostante l’asimmetria del rapporto, l’abilità sottile di una musica interiore che si svolge scrivendo. Il cesello del counselor non è né stilistico né estetico, ma è quello di un collezionista di storie che non offre promesse di guarigione ma che concede quella possibilità ultima di poter raccontare, chiarire, mettere in ordine lo svelamento di alcune parti segrete di sé. È stata, questa sì, un’esperienza di relazione (di aiuto?) che si è vissuta con l’altro e con se stessi. Nature morte, nature morte che ritornano a vivere spinte da un desiderio di futuro.

http://www.ilcounseling.it