Il CRONOSISMA: un compromesso ben riuscito
di Emanuela Geraci
Mi sono messa sui miei passi,
seguendo le tracce che ho lasciato. E' così che faccio di solito quando scrivo, seguo le
mie stesse orme. Mi lascio guidare da chi dentro di me sa già cosa esprimere e dove
condurmi affinché io veda ciò che già conosco.
All'inizio della mia ricerca
l'argomento generale che mi ero scelta: "counseling e letteratura" aveva in me
un'eco di battaglia. I termini della questione sembravano contrapporsi: counseling o
letteratura ? - Immagino due personaggi: una counselor, una scrittrice. Counselor o
scrittrice ? Chi è questa counselor che si fa spazio dentro di me, cosa vuole ?
Spodesterà la scrittrice, andrà d'accordo con lei o le farà la guerra ? Ah no !
Risponde la scrittrice con le braccia conserte, io da qui non mi muovo, figurarsi ! Io
c'ero da prima, e poi la mia sedia guarda, non te la cedo in nessun caso.
Un bel conflitto sembrava prepararsi
! E' bene dunque veleggiare verso luoghi del mio pensiero, a me ben noti, che di questo
conflitto possano cominciare a rendere testimonianza. Faccio solecchio con la mano,
strabuzzo un po' gli occhi, incontro vecchie conoscenze che mi piace ritornare ad
ascoltare. La prima è Marie Louise Von Franz e i suoi miti di creazione1. Secondo la Von
Franz i motivi dei miti di creazione appaiono nei sogni ogni qual volta si prepari un
progresso fondamentale della coscienza. L'analista dovrebbe conoscere questi miti quando
tratta personalità creative, spesso infatti analizzando il loro materiale onirico emerge
che non sono nevrotiche per incapacità di adattamento esterno o interno ma perché
ossessionate da un'idea creativa che dovrebbero poter esprimere. Naturalmente l'analista
non può creare al posto loro, li priverebbe dell'esperienza più preziosa della loro
vita. Può invece aiutarle più o meno come un cane che fiuta la pista, è possibile così
circoscrivere intuitivamente la direzione in cui si sta evolvendo il processo creativo
interiore, risparmiandole dall' inseguire piste sbagliate. Il pericolo principale per
molti artisti e scienziati consiste nel fatto che vedono nell'analisi un approccio
riduttivo ai loro problemi che rischierebbe di distruggere la loro creatività. Quando gli
fu proposto di intraprendere un'analisi freudiana, Rilke rifiutò, perché temeva che,
liberandolo dai suoi diavoli, lo avrebbero liberato anche dai suoi angeli. Pericolo che è
ovviamente presente in tutte le analisi e che può essere ridotto secondo la Von Franz con
una migliore conoscenza delle dinamiche della personalità creativa e dei miti che
sottostanno alla creazione stessa.
E dunque, un cane che fiuta la
pista. Una bella immagine. Seguire tracce, che si tratti di analisi o di relazione
d'aiuto, il lavoro che può fare un operatore psicologico è quello di mettersi sulle tue
stesse tracce.
Mentre ricordavo, ricordo. Ricordo
che seguivo le lezioni di Francesco Orlando all'università. Diceva che per lo studioso di
letteratura c'è più da imparare ne l'Interpretazione dei sogni di Freud che in tutto
quanto è stato scritto da Freud sull'arte. Discettava di ritorno del represso, delle
grandi opere freudiane di descrizione dell'inconscio attraverso il suo manifestarsi come
linguaggio. Letteratura come ritorno del represso.
"Il modello della negazione
freudiana è un modello formale, che può riempirsi per conto suo di contenuti svariati, e
ha le caratteristiche del linguaggio dell'inconscio in quanto è una formazione
linguistica di compromesso, che permette di dire nello stesso tempo si e no, non importa a
che cosa." 2
Formazione di compromesso è
un'altra parola chiave del nostro discorso. Ad esempio la scrittrice ricorda che
l'Interpretazione dei sogni di Freud è stato certamente uno dei libri che ha segnato
l'inizio della sua attività. Andiamo ad Hillman:
"Un tempo l'arte dello scrivere
si prefiggeva un intento terapeutico, quello di donare la catarsi e l'unità tematica ad
un'anima. Oggi può mettere a nudo ma raramente guarisce. Come i terapeuti hanno ignorato
il loro impegno nella poiesis, così i poeti hanno dimenticato la loro funzione
terapeutica. Nel nostro secolo non ci volgiamo alle arti per guarire. Abbiamo una nuova
arte cui si richiede questa funzione: la psicoterapia. Perfino gli artisti vanno in
analisi e questo perché la psicoterapia, più delle arti, è impegnata nel riportare
l'anima dalla Prosa alla Poesia (come dice Hegel): una redenzione della psiche dal suo
pedestre realismo a un risveglio, da parte del cuore che immagina, della sensibilità,
dell'intimità dei ricordi. La terapia riscatta il mondo sottile delle immagini dal mondo
grossolano dei fatti e volge l'anima verso gli dei"3
Liberatevi dunque psicologi,
psicoterapeuti ed esperti del settore dalle accademie ! "Deletteralizzate" gli
insegnamenti, apprezzateli per quel che ancora li conserva vitali: l'essere forme
poetiche, fra loro differenti solo per stile e trama.
Detto per inciso mi sembra sia anche
questo il succo di ogni integrazione o comparazione. L'idea che si tratti di forme, di
storie da mettere a confronto.
Dunque nessun dissidio, nessun
conflitto. Counselor e narratore possono passarsi la palla con disinvoltura, un pò a me,
un pò a te.
Passo ora la parola agli scrittori.
Loro cosa ne pensano ? E' proprio vero che hanno dimenticato l'arte del guarire, che non
si pongono il problema ?
Ecco, mi è sembrato che il problema
se lo pongono eccome, solo che se lo pongono in modo "se dir lice" poetico...le
cose si fanno meno chiare, il terreno è accidentato, la visibilità si offusca. Bisogna
muoversi un po' a tentoni cercando ciò che è nascosto, ciò che non si presenta
immediatamente alla vista. Non so veramente in cosa mi imbatterò, non conosco le torce
che possono illuminarmi il cammino. Ho ancora nella mente le lezioni di Orlando, la
definizione freudiana di ritorno del represso. E poi è vero quello che dice Hillman,
ovvero che gli artisti si sono "dimenticati" della loro originaria funzione
terapeutica ? Una "dimenticanza" culturale dovrebbe essere, nella forma, assai
simile ad un lapsus, ad una negazione, ad un sogno, qualcosa che afferma e nega allo
stesso tempo, qualcosa che forse può metterci sulle tracce delle vestigia del passato,
là dove narratore e poeta un tempo erano una sola persona. Ipotizzo allora che per
trovare esempi, figure, di una tale dimenticanza bisognerebbe cercare là dove su
argomenti e temi affini in letteratura il "clima" si arroventa, si fa
incandescente. Qualcosa che possa esprimere un conflitto, sottintenderlo, alludervi,
indicarlo. Quale figura potrebbe incarnare un dibattito interiore intorno a questi
temi...il ritorno del rimosso, lo scontro tra desiderio (desiderio terapeutico, desiderio
di essere terapeuta) e la sua negazione, la figura che esprimerebbe al meglio la
formazione di compromesso psichico tra il parlare e il non parlare di questo a quanto pare
assai scottante argomento ?
Anche in questo caso la risposta mi
arriva più per associazioni immaginative che per riflessione. Una risposta che mi
convince "ad orecchio", più per i toni che sento usare dagli scrittori, che non
per studio, ovvero per intenzione. L'orecchio mi ha guidata alla figura dell'operatore
psicologico nella letteratura, intendendo con questo termine tutti gli esperti del
settore: lo psichiatra, lo psicoanalista, lo psicologo, il counselor. Nonostante sia ben
lontana dal poter dare una qualche parvenza scientifica o anche semplicemente quantitativa
alla mia ricerca, mi è parso subito evidente che l'operatore psicologico pur con le
dovute differenze non è trattato per niente bene dagli scrittori a qualsiasi latitudine,
lingua o credo appartengano. Ritengo dunque possibile che la sorprendente mole di insulti
che si beccano terapeuti e affini in questo nostro novecento ormai passato da parte dei
letterati non sia affatto casuale. Un problema ancora aperto e per nulla risolto.
Un odio che naturalmente potrebbe
anche soltanto voler esprimere la comune diffidenza ed il risentimento per ogni forma di
psicologia nella nostra società, o la diffidenza e il sospetto che genera il proporre
comportamenti e modi di pensare diversi da quelli stabiliti, e in parte questo potrebbe
essere vero.
Ma vediamo, rapidamente, alcuni
esempi di questa strana ostilità di cui parlo:
In Bulgakov (il Maestro e
Margherita) lo psichiatra è un carceriere, incapace di credere alla "realtà"
di ciò che sta avvenendo e di cui i presunti malati di mente vorrebbero avvisarlo. Gli
psichiatri sono dei frustrati invidiosi degli artisti, dei "talenti manqués"
secondo Nabokov (Lolita). Il protagonista è uno psichiatra alcolizzato in Fitzgerald
(Tenera è la notte), seduce e sposa una sua paziente e si abbandona gradualmente alla
corruzione proveniente dal denaro del patrimonio di lei e dalla bella vita vuota d'anima
che cominciano a condurre mentre la moglie peggiora sempre più la sua malattia. La figura
della psicoanalista in Muriel Spark (Aiding and abetting) è una stigmatica, falsa
mistica, spia internazionale, ha rubato enormi somme di denaro ai suoi fedeli ed ora
svolge il suo lavoro di terapeuta come copertura. Sempre in Spark (la ballata di Peckam
Rye) troviamo la figura di un counselor, dai tratti marcatamente diabolici che
sconvolgerà in tutta leggerezza la vita del piccolo paese dove viene assunto, senza per
altro ottenere nessun reale cambiamento e rivelandosi infine solo un procacciatore di
storie per la falsa biografia di una diva del cinema. L'operatrice psicologica (non meglio
indicata) scopre lei stessa la sua solitudine, la continua allucinazione di un ritorno
impossibile in Tabucchi (Il gioco del
rovescio). In David Lodge ( Therapy) si racconta il progressivo sperimentare da parte del
protagonista di tutti i tipi di terapia, da quella medico-chirurgica a quella
psicoanalitica a quelle "new age". L'unica terapia efficace risulta essere la
scrittura. Anche in Agotha Kristoff ( Ieri ) viene riprodotta una dinamica assai simile.
La Kristoff evidenzia anche un altro tema comune: l'indipendenza del soggetto che scrive
contro l'assoggettarsi del paziente nei confronti degli strumenti ermeneutici del
terapeuta.4 Lo scrittore è innanzitutto qualcuno che è riuscito a "diventare
niente".
In generale i toni di questi scritti
variano dal semplice umorismo al più feroce sarcasmo. Insomma si rende pan per focaccia.
Invidia degli scrittori nei confronti dei terapeuti ? Forse. Le "accuse", se di
accuse si tratta, hanno come comune denominatore l'incoerenza tra l'essere e l'apparire da
parte dei presunti terapeuti ( un tipo di accusa che curiosamente ci riconduce alle
recriminazioni medioevali nei confronti degli
uomini di chiesa), l'ineliminabilità della parte oscura dell'uomo, l'abilità
manipolatoria, teatrale e profittatrice in termini economici, i problemi che sorgono in
relazione al potere di seduzione e al potere tout court, in particolare relativi al
controllo sociale di cui spesso vengono accusati di essere complici.
Sembra dunque che tutti questi
scritti prendano molto sul serio l'impegno di creare una "terapia della
psicoterapia" !5
Secondo il mito aborigeno della
nascita del sole, la creazione avviene per opera dell'invidia di una gru ai danni di un
uovo di emu femmina, il quale rotolando giù dal nido si spacca dando fuoco ad una catasta
di legna e dando così origine al sole. Invidia dunque e creazione sembrano essere
inestricabilmente legate.
La sempre più diffusa figura
dell'operatore psicologico nella letteratura contemporanea come formazione di compromesso
rispetto al problema della scissione tra terapia e poesia segnala ma non risolve il
problema.
La fase successiva della mia ricerca
si è articolata nel tentativo di capire i tratti di continuità tra queste due
esperienze. Un buon libro in questo senso è quello di Erving Polster (Ogni vita merita un
romanzo)6. Gli spunti di riflessione sono innumerevoli e mi hanno soddisfatta pienamente,
il testo riesce ad offrire sia al poeta sia al terapeuta strumenti di autoriflessione
notevoli sul valore narrativo e relazionale del loro lavoro. Molte delle domande che
rivolgiamo agli altri nella nostra vita quotidiana sono richieste di storie. Questo ha a
che vedere con il bisogno di ciascun uomo di vivere più di una vita e la sua stessa vita
di viverla più di una volta. Ciò che viviamo solo una volta è come se non lo vivessimo
affatto. Usiamo le storie anche per unire le nostre vite a quelle di altri.
Nel creare le loro storie, il
romanziere, il terapeuta ed il comune narratore sono tutti guidati dalla presenza
imperiosa dell'esperienza della transizione. Di contro alla sensazione illusoria di un
tempo immobile, così evidente nelle sensazioni di blocco, vi è la consapevolezza che per
vivere bene è necessario riconoscere l'inesorabile trascorrere del tempo [...] In effetti
per il paziente è un grande sollievo tornare a vedere il futuro come un insieme di
possibilità concretamente gestibili".7
Se il terapeuta è un cercatore di
storie mi chiedo se il narratore potrà mai tornare ad essere un costruttore di terapia.8
Qui credo che entri in gioco il fattore coscienza. Il narratore dovrebbe essere
consapevole di quello che fa e spesso si continua invece a vedere nella poesia quell'arte
che ci consente di non sapere cosa diciamo e perché.
Sontuoso aspetto Puer della poesia,
al quale certamente non si dovrebbe mai rinunciare, o anche aspetto
"esistenziale" legato alla condizione umana; ma perché non accostarvi oltre una
coscienza della consapevolezza degli strumenti adoperati (e della loro efficacia) ?
Intendo naturalmente coscienza ed efficacia terapeutiche. Dopo la lettura di Polster i
miei pensieri presero "spontaneamente" una direzione ben precisa: Seguire il
tempo ! Il segugio dei miei pensieri si era messo alacremente sulle tracce del tempo,
tracce che non si sarebbe lasciato sfuggire.
E' in Duccio Demetrio (
Raccontarsi)9 che incontro un capitolo dedicato al tempo: "il tempo e i miti":
L'io regista, e intelligente (morale
o immorale, poco importa) quando scava nei ricordi, nei propri ricordi, e in quelli da lui
non intenzionalmente governati nel passato e nel presente, si scopre abitato dalla
dimensione del possibile. [...] Quando l'autobiografo ricostruisce la strada percorsa,
corre giocoforza alle fantasticherie, alle aspirazioni, alle illusioni delle diverse età
già attraversate.[...]
Il tempo dell'avvenire in
autobiografia non è però soltanto questo: la stessa attività retrospettiva e scrittoria
ne è implicata. Seguendo nuovamente Sant'Agostino, se è condivisibile per la mente e i
sensi che il presente sia anche presente del futuro, il tempo dell'avvenire entra nel
percorso autobiografico alimentandolo di attese rispetto a ciò che di queste pagine, di
queste mie storie, di queste favole della mia vita farò domani. [...] Il tempo del mito
è quello dell'avvenire come adventura , e
nondimeno, è quello dei luoghi, delle figure, delle imprese cruciali (archetipiche e
indelebili) della nostra vita.10
In Esperienze delle vette di Piero
Ferrucci11 si dice che:
L'immaginazione si nutre di
esperienze ricordate ed elaborate, il ricordo spesso si concede licenze che lo fanno
sconfinare nell'immaginario. [...] Questo tipo di ricordi lo fa sentire "affrancato
dall'ordine del tempo".12
In questa e altre maniere
l'immaginazione stimola le nostre risorse psicologiche e transpersonali: anzitutto
inventando mondi possibili, educa la mente a non rimanere schiava di se stessa. E poi
perché è una forma di gioco...13
Una forma particolare di racconto
come gioco del tempo la trovo nei racconti didattici di Milton Erickson (La mia voce ti
accompagnerà)14. L'insieme di istruzioni che
fanno parte di un'induzione ipnotica aiutano il paziente a superare i limiti abituali. Il
primo passo è confondere il soggetto, il secondo passo è condurre il soggetto mentre è
ancora confuso, al di là dell'ostacolo di modo che sperimenti l'esperienza del successo.
Il vecchio atteggiamento verrà sostituito da un atteggiamento nuovo. Spesso Erickson
introduce le sue prescrizioni terapeutiche con un verbo coniugato al futuro. Usa dunque il
tempo futuro per disorientare e rieducare il soggetto alle sue potenzialità. Allo stesso
scopo usa immagini ricavate dalla prima infanzia come immagini del futuro possibile del
paziente. A volte Erickson provoca il paziente a divertirsi, distrarsi dal problema,
immaginando insieme a lui le azioni future, facendosi seguire passo passo nella sua
immaginazione/prescrizione.
Il tempo terapeutico, il tempo
autenticamente narrativo si configura dunque come futuro anteriore, si crea una sorta di
cronosisma, di terremoto temporale. Il passato non è più il passato, lo scordiamo, lo
inventiamo (ci imbattiamo in esso) di nuovo, mentre il futuro diventa qualcosa che sempre
di più ci assomiglia, qualcosa di familiare, come un parente ritrovato, (un tempo
ritrovato...). Prendiamo ad esempio una delle metafore di Vonnegut:15
Quando il sipario si alza prima
della scena prima dell'atto primo, gli attori sanno tutto ciò che diranno e faranno, e
sanno come ogni cosa andrà a finire. Eppure non hanno altra scelta che comportarsi come
se il futuro fosse un mistero.16
Condizione umana molto vicina alla
vita nel suo porsi come coscienza assoluta, sapere cosa è successo, cosa accadrà, il
già accaduto è qualcosa che conosceremo in futuro.
Antonio Tabucchi a questo proposito
scrive:
Una di quelle giornate in cui
avviene dentro chi scrive qualcosa che non si sa perché avvenga. E di rado accade, e non
si sa mai quando: un qualcosa che potrei definire previsione del passato che si realizza
postumamente. Cercherò di spiegarmi. La scrittura, a volte, è cieca. E nella sua
cecità, oracolare. Solo che la sua "previsione" non riguarda il futuro, ma ciò
che successe nel passato a noi e agli altri e che non avevamo capito che era successo e
perché. [...] "Capii" che quella storia l'avevo scritta perché era veramente
accaduta. Non sapevo con sicurezza dove e a chi, ma essa era senza dubbio accaduta da
qualche parte, anywhere: ma non fuori dal mondo e non solo nella mia testa, bensì nel
mondo reale. In sostanza io non avevo previsto un fatto che avrebbe potuto succedere, ma
avevo "previsto" un fatto realmente accaduto: lo avevo tirato fuori dalla non-
conoscenza ( e dunque dalla sua non-esistenza) facendolo esistere per il solo fatto di
formularlo in termini narrativi.17
Concludo tornando a dare la parola a
Marie Von Franz:
Tutto ciò suggerisce che ciò
che noi chiamiamo tempo sia un'idea archetipica che non ha ancora raggiunto propriamente
la coscienza in noi. Non sappiamo ancora che cosa sia il tempo e sembra che sia venuto il
momento in cui l'archetipo del concetto di tempo si avvicina alla coscienza. Per quanto mi
riesce di vedere, dappertutto si incontra quest'idea di due ordini, che chiamerò, come fa
Jung, da un lato ordinamento acausale, atemporale e dall'altro eventi sincronici che fanno
il loro ingresso nel tempo lineare. Ora viene il grande problema: come sono legate fra di
loro queste due cose ?18
Ciò che l'autobiografo aveva voluto
scrivere, aveva desiderato scrivere, era stato inequivocabilmente letto. Su questo punto
non poteva sussistere alcun dubbio. Dopo qualche tempo, forse immediatamente, e questo fu
il motivo del suo sconvolgimento, la causa del suo sentimento di stranezza, capì che era
stato letto da un altro autobiografo.
Credo, a questo punto, di potervi
fare solo degli esempi confusi di ciò che accadde effettivamente. Ma, ad esempio, quando
l'autobiografo lesse ciò che il secondo autobiografo aveva scritto, di sé, del suo
passato, di ciò che era accaduto a lui e ai suoi amici, risultò chiaramente che il
personaggio a cui lui stesso aveva dato nome Figlia, era un personaggio chiamato Madre; di
contro un personaggio da lui chiamato Padre, risultava essere un personaggio chiamato
Figlio. Questo fatto, questa curiosa sovversione, si estese progressivamente a tutti gli
eventi riportati. Inoltre egli non aveva mai vissuto le esperienze ivi riportate, sebbene
esse coincidessero, questa è la stranezza, con quello che aveva trascritto nella sua
propria autobiografia. Era indubbio che da
una seconda lettura, sarebbe risultato che tutti gli eventi narrati possedevano un
misterioso secondo senso. Si sarebbero potuti leggere in modo assai differente. Ciò era
rappresentato dalla scrittura del secondo autobiografo, il modo era proprio quel modo che
poi nel futuro si era realizzato. Qualcosa aveva prodotto l'inesplicabile accadere del suo
passato. Il secondo autobiografo trova che è il suo
passato quello che l'altro ha raccontato. Il primo trovò così vero quello
che l'altro aveva scritto che se ne entusiasmò. Fu così che accadde il futuro
dell'autobiografo. Riteniamo che riportando tali fatti avremo dato ai lettori la
spiegazione più accurata degli eventi accaduti.
Bibliografia
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Vonnegut Kurt, Cronosisma, Bompiani,
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Note
1 Marie Louise Von Franz, I miti di
creazione. Bollati Boringhieri, Torino 1989.
2 Francesco Orlando,Per una teoria
freudiana della letteratura, Einaudi Torino 1987 p. 28.
3 James Hillman, Le storie che
curano, Freud, Jung, Adler, Raffaello Cortina editore Milano 1984, p.II-III
4 I romanzi citati saranno citati
per esteso nella bibliografia alla fine del testo.
5 Molti dei temi qui sintetizzati
sono peraltro argomento di discussione e di riflessione da parte dei terapeuti stessi, si
può dire sin dalle origini. Vedi ad esempio il libro di
Sheldon B. Kopp, Se incontri il Buddha per strada uccidilo - il pellegrinaggio del paziente nella
psicoterapia,Casa editrice Astrolabio Roma 1975.
6 Erving Polster,Ogni vita merita un
romanzo. Quando raccontarsi è terapia, Casa editrice Astrolabio, Roma 1988
7 Polster op.cit. p.55
8 Sull'interessante legame tra
"scavo" psicologico e "costruzione" narrativa nell'analisi vedi
Sigmund Freud, Costruzioni nell'analisi, sta in S. Freud , Opere vol.11, Bollati
Boringhieri Torino 1999, pp.541-552.
9 Duccio Demetrio,Raccontarsi.
L'autobiografia come cura di sé. Raffaello Cortina Editore, Milano 1996.
10 Ibidem p. 95 e seguenti.
11 Piero Ferrucci, Esperienze delle
vette. Creatività estasi illuminazione: le nuove frontiere della psicologia
transpersonale. Casa editrice Astrolabio, Roma 1989.
12 Ibidem, p. 40.
13 Ferrucci, op.cit. p. 45
14 Milton H. Erickson, La mia voce
ti accompagnerà, i racconti didattici di Milton H. Erickson, a cura di Sidney Rosen. Casa
editrice Astrolabio, Roma 1983.
15 Kurt Vonnegut, Cronosisma,
Bompiani Milano 2000.
16 Ibidem, p. 29-30.
17 Antonio Tabucchi,Futuro
anteriore:una lettera mancante, pp.143-144. Sta in Tra sapere e potere. Percorsi della
seduzione. A cura di Franco Rella. Casa editrice Pendragon, Bologna 2002.
18 Marie Louise Von Franz,Le tracce del futuro, divinazione e tempo. Red edizioni, Como 1986 p.143. La Von Franz cerca di rispondere alla domanda da lei posta al termine del saggio.