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Il CRONOSISMA: un compromesso ben riuscito

di Emanuela Geraci

 

Mi sono messa sui miei passi, seguendo le tracce che ho lasciato. E' così che faccio di solito quando scrivo, seguo le mie stesse orme. Mi lascio guidare da chi dentro di me sa già cosa esprimere e dove condurmi affinché io veda ciò che già conosco.

All'inizio della mia ricerca l'argomento generale che mi ero scelta: "counseling e letteratura" aveva in me un'eco di battaglia. I termini della questione sembravano contrapporsi: counseling o letteratura ? - Immagino due personaggi: una counselor, una scrittrice. Counselor o scrittrice ? Chi è questa counselor che si fa spazio dentro di me, cosa vuole ? Spodesterà la scrittrice, andrà d'accordo con lei o le farà la guerra ? Ah no ! Risponde la scrittrice con le braccia conserte, io da qui non mi muovo, figurarsi ! Io c'ero da prima, e poi la mia sedia guarda, non te la cedo in nessun caso.

Un bel conflitto sembrava prepararsi ! E' bene dunque veleggiare verso luoghi del mio pensiero, a me ben noti, che di questo conflitto possano cominciare a rendere testimonianza. Faccio solecchio con la mano, strabuzzo un po' gli occhi, incontro vecchie conoscenze che mi piace ritornare ad ascoltare. La prima è Marie Louise Von Franz e i suoi miti di creazione1. Secondo la Von Franz i motivi dei miti di creazione appaiono nei sogni ogni qual volta si prepari un progresso fondamentale della coscienza. L'analista dovrebbe conoscere questi miti quando tratta personalità creative, spesso infatti analizzando il loro materiale onirico emerge che non sono nevrotiche per incapacità di adattamento esterno o interno ma perché ossessionate da un'idea creativa che dovrebbero poter esprimere. Naturalmente l'analista non può creare al posto loro, li priverebbe dell'esperienza più preziosa della loro vita. Può invece aiutarle più o meno come un cane che fiuta la pista, è possibile così circoscrivere intuitivamente la direzione in cui si sta evolvendo il processo creativo interiore, risparmiandole dall' inseguire piste sbagliate. Il pericolo principale per molti artisti e scienziati consiste nel fatto che vedono nell'analisi un approccio riduttivo ai loro problemi che rischierebbe di distruggere la loro creatività. Quando gli fu proposto di intraprendere un'analisi freudiana, Rilke rifiutò, perché temeva che, liberandolo dai suoi diavoli, lo avrebbero liberato anche dai suoi angeli. Pericolo che è ovviamente presente in tutte le analisi e che può essere ridotto secondo la Von Franz con una migliore conoscenza delle dinamiche della personalità creativa e dei miti che sottostanno alla creazione stessa.

E dunque, un cane che fiuta la pista. Una bella immagine. Seguire tracce, che si tratti di analisi o di relazione d'aiuto, il lavoro che può fare un operatore psicologico è quello di mettersi sulle tue stesse tracce.

Mentre ricordavo, ricordo. Ricordo che seguivo le lezioni di Francesco Orlando all'università. Diceva che per lo studioso di letteratura c'è più da imparare ne l'Interpretazione dei sogni di Freud che in tutto quanto è stato scritto da Freud sull'arte. Discettava di ritorno del represso, delle grandi opere freudiane di descrizione dell'inconscio attraverso il suo manifestarsi come linguaggio. Letteratura come ritorno del represso.

"Il modello della negazione freudiana è un modello formale, che può riempirsi per conto suo di contenuti svariati, e ha le caratteristiche del linguaggio dell'inconscio in quanto è una formazione linguistica di compromesso, che permette di dire nello stesso tempo si e no, non importa a che cosa." 2

Formazione di compromesso è un'altra parola chiave del nostro discorso. Ad esempio la scrittrice ricorda che l'Interpretazione dei sogni di Freud è stato certamente uno dei libri che ha segnato l'inizio della sua attività. Andiamo ad Hillman:

"Un tempo l'arte dello scrivere si prefiggeva un intento terapeutico, quello di donare la catarsi e l'unità tematica ad un'anima. Oggi può mettere a nudo ma raramente guarisce. Come i terapeuti hanno ignorato il loro impegno nella poiesis, così i poeti hanno dimenticato la loro funzione terapeutica. Nel nostro secolo non ci volgiamo alle arti per guarire. Abbiamo una nuova arte cui si richiede questa funzione: la psicoterapia. Perfino gli artisti vanno in analisi e questo perché la psicoterapia, più delle arti, è impegnata nel riportare l'anima dalla Prosa alla Poesia (come dice Hegel): una redenzione della psiche dal suo pedestre realismo a un risveglio, da parte del cuore che immagina, della sensibilità, dell'intimità dei ricordi. La terapia riscatta il mondo sottile delle immagini dal mondo grossolano dei fatti e volge l'anima verso gli dei"3

Liberatevi dunque psicologi, psicoterapeuti ed esperti del settore dalle accademie ! "Deletteralizzate" gli insegnamenti, apprezzateli per quel che ancora li conserva vitali: l'essere forme poetiche, fra loro differenti solo per stile e trama.

Detto per inciso mi sembra sia anche questo il succo di ogni integrazione o comparazione. L'idea che si tratti di forme, di storie da mettere a confronto.

Dunque nessun dissidio, nessun conflitto. Counselor e narratore possono passarsi la palla con disinvoltura, un pò a me, un pò a te.

Passo ora la parola agli scrittori. Loro cosa ne pensano ? E' proprio vero che hanno dimenticato l'arte del guarire, che non si pongono il problema ?

Ecco, mi è sembrato che il problema se lo pongono eccome, solo che se lo pongono in modo "se dir lice" poetico...le cose si fanno meno chiare, il terreno è accidentato, la visibilità si offusca. Bisogna muoversi un po' a tentoni cercando ciò che è nascosto, ciò che non si presenta immediatamente alla vista. Non so veramente in cosa mi imbatterò, non conosco le torce che possono illuminarmi il cammino. Ho ancora nella mente le lezioni di Orlando, la definizione freudiana di ritorno del represso. E poi è vero quello che dice Hillman, ovvero che gli artisti si sono "dimenticati" della loro originaria funzione terapeutica ? Una "dimenticanza" culturale dovrebbe essere, nella forma, assai simile ad un lapsus, ad una negazione, ad un sogno, qualcosa che afferma e nega allo stesso tempo, qualcosa che forse può metterci sulle tracce delle vestigia del passato, là dove narratore e poeta un tempo erano una sola persona. Ipotizzo allora che per trovare esempi, figure, di una tale dimenticanza bisognerebbe cercare là dove su argomenti e temi affini in letteratura il "clima" si arroventa, si fa incandescente. Qualcosa che possa esprimere un conflitto, sottintenderlo, alludervi, indicarlo. Quale figura potrebbe incarnare un dibattito interiore intorno a questi temi...il ritorno del rimosso, lo scontro tra desiderio (desiderio terapeutico, desiderio di essere terapeuta) e la sua negazione, la figura che esprimerebbe al meglio la formazione di compromesso psichico tra il parlare e il non parlare di questo a quanto pare assai scottante argomento ?

Anche in questo caso la risposta mi arriva più per associazioni immaginative che per riflessione. Una risposta che mi convince "ad orecchio", più per i toni che sento usare dagli scrittori, che non per studio, ovvero per intenzione. L'orecchio mi ha guidata alla figura dell'operatore psicologico nella letteratura, intendendo con questo termine tutti gli esperti del settore: lo psichiatra, lo psicoanalista, lo psicologo, il counselor. Nonostante sia ben lontana dal poter dare una qualche parvenza scientifica o anche semplicemente quantitativa alla mia ricerca, mi è parso subito evidente che l'operatore psicologico pur con le dovute differenze non è trattato per niente bene dagli scrittori a qualsiasi latitudine, lingua o credo appartengano. Ritengo dunque possibile che la sorprendente mole di insulti che si beccano terapeuti e affini in questo nostro novecento ormai passato da parte dei letterati non sia affatto casuale. Un problema ancora aperto e per nulla risolto.

Un odio che naturalmente potrebbe anche soltanto voler esprimere la comune diffidenza ed il risentimento per ogni forma di psicologia nella nostra società, o la diffidenza e il sospetto che genera il proporre comportamenti e modi di pensare diversi da quelli stabiliti, e in parte questo potrebbe essere vero.

Ma vediamo, rapidamente, alcuni esempi di questa strana ostilità di cui parlo:

In Bulgakov (il Maestro e Margherita) lo psichiatra è un carceriere, incapace di credere alla "realtà" di ciò che sta avvenendo e di cui i presunti malati di mente vorrebbero avvisarlo. Gli psichiatri sono dei frustrati invidiosi degli artisti, dei "talenti manqués" secondo Nabokov (Lolita). Il protagonista è uno psichiatra alcolizzato in Fitzgerald (Tenera è la notte), seduce e sposa una sua paziente e si abbandona gradualmente alla corruzione proveniente dal denaro del patrimonio di lei e dalla bella vita vuota d'anima che cominciano a condurre mentre la moglie peggiora sempre più la sua malattia. La figura della psicoanalista in Muriel Spark (Aiding and abetting) è una stigmatica, falsa mistica, spia internazionale, ha rubato enormi somme di denaro ai suoi fedeli ed ora svolge il suo lavoro di terapeuta come copertura. Sempre in Spark (la ballata di Peckam Rye) troviamo la figura di un counselor, dai tratti marcatamente diabolici che sconvolgerà in tutta leggerezza la vita del piccolo paese dove viene assunto, senza per altro ottenere nessun reale cambiamento e rivelandosi infine solo un procacciatore di storie per la falsa biografia di una diva del cinema. L'operatrice psicologica (non meglio indicata) scopre lei stessa la sua solitudine, la continua allucinazione di un ritorno impossibile in  Tabucchi (Il gioco del rovescio). In David Lodge ( Therapy) si racconta il progressivo sperimentare da parte del protagonista di tutti i tipi di terapia, da quella medico-chirurgica a quella psicoanalitica a quelle "new age". L'unica terapia efficace risulta essere la scrittura. Anche in Agotha Kristoff ( Ieri ) viene riprodotta una dinamica assai simile. La Kristoff evidenzia anche un altro tema comune: l'indipendenza del soggetto che scrive contro l'assoggettarsi del paziente nei confronti degli strumenti ermeneutici del terapeuta.4 Lo scrittore è innanzitutto qualcuno che è riuscito a "diventare niente".

In generale i toni di questi scritti variano dal semplice umorismo al più feroce sarcasmo. Insomma si rende pan per focaccia. Invidia degli scrittori nei confronti dei terapeuti ? Forse. Le "accuse", se di accuse si tratta, hanno come comune denominatore l'incoerenza tra l'essere e l'apparire da parte dei presunti terapeuti ( un tipo di accusa che curiosamente ci riconduce alle recriminazioni medioevali nei confronti  degli uomini di chiesa), l'ineliminabilità della parte oscura dell'uomo, l'abilità manipolatoria, teatrale e profittatrice in termini economici, i problemi che sorgono in relazione al potere di seduzione e al potere tout court, in particolare relativi al controllo sociale di cui spesso vengono accusati di essere complici.

Sembra dunque che tutti questi scritti prendano molto sul serio l'impegno di creare una "terapia della psicoterapia" !5

Secondo il mito aborigeno della nascita del sole, la creazione avviene per opera dell'invidia di una gru ai danni di un uovo di emu femmina, il quale rotolando giù dal nido si spacca dando fuoco ad una catasta di legna e dando così origine al sole. Invidia dunque e creazione sembrano essere inestricabilmente legate.

La sempre più diffusa figura dell'operatore psicologico nella letteratura contemporanea come formazione di compromesso rispetto al problema della scissione tra terapia e poesia segnala ma non risolve il problema.

La fase successiva della mia ricerca si è articolata nel tentativo di capire i tratti di continuità tra queste due esperienze. Un buon libro in questo senso è quello di Erving Polster (Ogni vita merita un romanzo)6. Gli spunti di riflessione sono innumerevoli e mi hanno soddisfatta pienamente, il testo riesce ad offrire sia al poeta sia al terapeuta strumenti di autoriflessione notevoli sul valore narrativo e relazionale del loro lavoro. Molte delle domande che rivolgiamo agli altri nella nostra vita quotidiana sono richieste di storie. Questo ha a che vedere con il bisogno di ciascun uomo di vivere più di una vita e la sua stessa vita di viverla più di una volta. Ciò che viviamo solo una volta è come se non lo vivessimo affatto. Usiamo le storie anche per unire le nostre vite a quelle di altri.

Nel creare le loro storie, il romanziere, il terapeuta ed il comune narratore sono tutti guidati dalla presenza imperiosa dell'esperienza della transizione. Di contro alla sensazione illusoria di un tempo immobile, così evidente nelle sensazioni di blocco, vi è la consapevolezza che per vivere bene è necessario riconoscere l'inesorabile trascorrere del tempo [...] In effetti per il paziente è un grande sollievo tornare a vedere il futuro come un insieme di possibilità concretamente gestibili".7

Se il terapeuta è un cercatore di storie mi chiedo se il narratore potrà mai tornare ad essere un costruttore di terapia.8 Qui credo che entri in gioco il fattore coscienza. Il narratore dovrebbe essere consapevole di quello che fa e spesso si continua invece a vedere nella poesia quell'arte che ci consente di non sapere cosa diciamo e perché.

Sontuoso aspetto Puer della poesia, al quale certamente non si dovrebbe mai rinunciare, o anche aspetto "esistenziale" legato alla condizione umana; ma perché non accostarvi oltre una coscienza della consapevolezza degli strumenti adoperati (e della loro efficacia) ? Intendo naturalmente coscienza ed efficacia terapeutiche. Dopo la lettura di Polster i miei pensieri presero "spontaneamente" una direzione ben precisa: Seguire il tempo ! Il segugio dei miei pensieri si era messo alacremente sulle tracce del tempo, tracce che non si sarebbe lasciato sfuggire.

E' in Duccio Demetrio ( Raccontarsi)9 che incontro un capitolo dedicato al tempo: "il tempo e i miti":

L'io regista, e intelligente (morale o immorale, poco importa) quando scava nei ricordi, nei propri ricordi, e in quelli da lui non intenzionalmente governati nel passato e nel presente, si scopre abitato dalla dimensione del possibile. [...] Quando l'autobiografo ricostruisce la strada percorsa, corre giocoforza alle fantasticherie, alle aspirazioni, alle illusioni delle diverse età già attraversate.[...]

Il tempo dell'avvenire in autobiografia non è però soltanto questo: la stessa attività retrospettiva e scrittoria ne è implicata. Seguendo nuovamente Sant'Agostino, se è condivisibile per la mente e i sensi che il presente sia anche presente del futuro, il tempo dell'avvenire entra nel percorso autobiografico alimentandolo di attese rispetto a ciò che di queste pagine, di queste mie storie, di queste favole della mia vita farò domani. [...] Il tempo del mito è quello dell'avvenire come adventura ,  e nondimeno, è quello dei luoghi, delle figure, delle imprese cruciali (archetipiche e indelebili) della nostra vita.10

In Esperienze delle vette di Piero Ferrucci11 si dice che:

L'immaginazione si nutre di esperienze ricordate ed elaborate, il ricordo spesso si concede licenze che lo fanno sconfinare nell'immaginario. [...] Questo tipo di ricordi lo fa sentire "affrancato dall'ordine del tempo".12

In questa e altre maniere l'immaginazione stimola le nostre risorse psicologiche e transpersonali: anzitutto inventando mondi possibili, educa la mente a non rimanere schiava di se stessa. E poi perché è una forma di gioco...13  

Una forma particolare di racconto come gioco del tempo la trovo nei racconti didattici di Milton Erickson (La mia voce ti accompagnerà)14. L'insieme  di istruzioni che fanno parte di un'induzione ipnotica aiutano il paziente a superare i limiti abituali. Il primo passo è confondere il soggetto, il secondo passo è condurre il soggetto mentre è ancora confuso, al di là dell'ostacolo di modo che sperimenti l'esperienza del successo. Il vecchio atteggiamento verrà sostituito da un atteggiamento nuovo. Spesso Erickson introduce le sue prescrizioni terapeutiche con un verbo coniugato al futuro. Usa dunque il tempo futuro per disorientare e rieducare il soggetto alle sue potenzialità. Allo stesso scopo usa immagini ricavate dalla prima infanzia come immagini del futuro possibile del paziente. A volte Erickson provoca il paziente a divertirsi, distrarsi dal problema, immaginando insieme a lui le azioni future, facendosi seguire passo passo nella sua immaginazione/prescrizione.

Il tempo terapeutico, il tempo autenticamente narrativo si configura dunque come futuro anteriore, si crea una sorta di cronosisma, di terremoto temporale. Il passato non è più il passato, lo scordiamo, lo inventiamo (ci imbattiamo in esso) di nuovo, mentre il futuro diventa qualcosa che sempre di più ci assomiglia, qualcosa di familiare, come un parente ritrovato, (un tempo ritrovato...). Prendiamo ad esempio una delle metafore di Vonnegut:15

Quando il sipario si alza prima della scena prima dell'atto primo, gli attori sanno tutto ciò che diranno e faranno, e sanno come ogni cosa andrà a finire. Eppure non hanno altra scelta che comportarsi come se il futuro fosse un mistero.16 

Condizione umana molto vicina alla vita nel suo porsi come coscienza assoluta, sapere cosa è successo, cosa accadrà, il già accaduto è qualcosa che conosceremo in futuro.

Antonio Tabucchi a questo proposito scrive:

Una di quelle giornate in cui avviene dentro chi scrive qualcosa che non si sa perché avvenga. E di rado accade, e non si sa mai quando: un qualcosa che potrei definire previsione del passato che si realizza postumamente. Cercherò di spiegarmi. La scrittura, a volte, è cieca. E nella sua cecità, oracolare. Solo che la sua "previsione" non riguarda il futuro, ma ciò che successe nel passato a noi e agli altri e che non avevamo capito che era successo e perché. [...] "Capii" che quella storia l'avevo scritta perché era veramente accaduta. Non sapevo con sicurezza dove e a chi, ma essa era senza dubbio accaduta da qualche parte, anywhere: ma non fuori dal mondo e non solo nella mia testa, bensì nel mondo reale. In sostanza io non avevo previsto un fatto che avrebbe potuto succedere, ma avevo "previsto" un fatto realmente accaduto: lo avevo tirato fuori dalla non- conoscenza ( e dunque dalla sua non-esistenza) facendolo esistere per il solo fatto di formularlo in termini narrativi.17

Concludo tornando a dare la parola a Marie Von Franz:

Tutto ciò suggerisce che ciò che noi chiamiamo tempo sia un'idea archetipica che non ha ancora raggiunto propriamente la coscienza in noi. Non sappiamo ancora che cosa sia il tempo e sembra che sia venuto il momento in cui l'archetipo del concetto di tempo si avvicina alla coscienza. Per quanto mi riesce di vedere, dappertutto si incontra quest'idea di due ordini, che chiamerò, come fa Jung, da un lato ordinamento acausale, atemporale e dall'altro eventi sincronici che fanno il loro ingresso nel tempo lineare. Ora viene il grande problema: come sono legate fra di loro queste due cose ?18                                                                                      ___________

 Trovo in una rivista letteraria la seguente notizia:

 Un autobiografo ha scritto di sé, in termini assai veridici, ha rappresentato se stesso e la sua vita passata. Scopre che ciò che ha scritto è in realtà non ciò che ha già vissuto ma ciò che gli accadrà di vivere, il suo futuro. In esso, nel suo futuro, ha trovato qualcosa che nella più sfrenata delle sue fantasie non avrebbe mai osato scrivere se non si fosse trattato inequivocabilmente di se stesso, del suo passato. Memorie che l'autobiografo aveva minuziosamente rintracciato tra i suoi ricordi. Tracce di storie accadute a lui stesso, ai suoi amici, ai suoi parenti, ai suoi conoscenti e che mai avrebbe sospettato non essere le sue . In un primo momento si trovò, com'è logico, a sospettare di un furto. Qualcuno, non poteva essere stato lui stesso, si era impadronito del suo passato. Senonché, di che razza di ladro poteva mai trattarsi ? Un ladro alquanto curioso, se infatti aveva provveduto a restituirgli, coniugandolo al futuro, quanto l'autobiografo sosteneva di avere già vissuto.

Ciò che l'autobiografo aveva voluto scrivere, aveva desiderato scrivere, era stato inequivocabilmente letto. Su questo punto non poteva sussistere alcun dubbio. Dopo qualche tempo, forse immediatamente, e questo fu il motivo del suo sconvolgimento, la causa del suo sentimento di stranezza, capì che era stato letto da un altro autobiografo.

Credo, a questo punto, di potervi fare solo degli esempi confusi di ciò che accadde effettivamente. Ma, ad esempio, quando l'autobiografo lesse ciò che il secondo autobiografo aveva scritto, di sé, del suo passato, di ciò che era accaduto a lui e ai suoi amici, risultò chiaramente che il personaggio a cui lui stesso aveva dato nome Figlia, era un personaggio chiamato Madre; di contro un personaggio da lui chiamato Padre, risultava essere un personaggio chiamato Figlio. Questo fatto, questa curiosa sovversione, si estese progressivamente a tutti gli eventi riportati. Inoltre egli non aveva mai vissuto le esperienze ivi riportate, sebbene esse coincidessero, questa è la stranezza, con quello che aveva trascritto nella sua propria autobiografia.  Era indubbio che da una seconda lettura, sarebbe risultato che tutti gli eventi narrati possedevano un misterioso secondo senso. Si sarebbero potuti leggere in modo assai differente. Ciò era rappresentato dalla scrittura del secondo autobiografo, il modo era proprio quel modo che poi nel futuro si era realizzato. Qualcosa aveva prodotto l'inesplicabile accadere del suo passato. Il secondo autobiografo trova che è il suo   passato quello che l'altro ha raccontato. Il primo trovò così vero quello che l'altro aveva scritto che se ne entusiasmò. Fu così che accadde il futuro dell'autobiografo. Riteniamo che riportando tali fatti avremo dato ai lettori la spiegazione più accurata degli eventi accaduti.

                                

 

 

 

 

Bibliografia

Bulgakov Michail, Il Maestro e Margherita, Bur Rizzoli, Milano 2001.

Demetrio Duccio, Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé. Raffaello Cortina editore. Milano 1996.

Englaro Grazia, a cura di, Il tempo del sogno. Miti australiani. Oscar mondadori, 1991

Ferrucci Pietro, Esperienze delle vette. Creatività, estasi, illuminazione. Le nuove frontiere della psicologia transpersonale. Astrolabio, Roma 1989.

Freud Sigmund, Costruzioni nell'analisi. Sta in S.Freud, Opere, vol.XI, Bollati  Boringhieri ,Torino 1989, pp.541-552    

Fitzgerald F. Scott, Tenera è la notte, Einaudi, Torino 2000.

Groddeck Georg, Lo scrutatore d'anime,Adelphi , Milano 1976. 

Hillman James, Le storie che curano. Freud, Jung, Adler. Raffaello Cortina editore  Milano 1984.

Kristof Agotha, Ieri, Einaudi Torino 2000.

Lodge David, Therapy, Martin Secker&Warburg Ldt, London 1995.

May Rollo, L'arte del counseling. Il consiglio, la guida, la supervisione. Astrolabio Roma 1991

Nabokov Vladimir, Lolita, Adelphi Milano 1993.

Orlando Francesco, Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi Torino 1987

Poster Erving, Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia. Astrolabio, Roma 1988.

Spark Muriel, Aiding and abetting, Penguin books 2001.

La ballata di Peckam Rye, Adelphi 1996.

Tabucchi Antonio, Il gioco del rovescio, Feltrinelli 2001.       

Futuro anteriore, una lettera mancante, Sta in Tra sapere e potere.

Percorsi della seduzione, a cura di Franco Rella. Pp. 143-144. Casa editrice Pendragon. Bologna 2002.

Von Franz Marie Louise, I miti di creazione, Bollati Boringhieri, Torino 1989.

Le tracce del futuro, Red edizioni, Como 1986.

Vonnegut Kurt, Cronosisma, Bompiani, Milano 2000.

 

Note

1 Marie Louise Von Franz, I miti di creazione. Bollati Boringhieri, Torino 1989.

2 Francesco Orlando,Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi Torino 1987 p. 28.

3 James Hillman, Le storie che curano, Freud, Jung, Adler, Raffaello Cortina editore Milano 1984, p.II-III

4 I romanzi citati saranno citati per esteso nella bibliografia alla fine del testo.

5 Molti dei temi qui sintetizzati sono peraltro argomento di discussione e di riflessione da parte dei terapeuti stessi, si può dire sin dalle origini. Vedi ad esempio il libro di  Sheldon B. Kopp, Se incontri il Buddha per strada uccidilo - il  pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia,Casa editrice Astrolabio Roma 1975.

6 Erving Polster,Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia, Casa editrice Astrolabio, Roma 1988

7 Polster op.cit. p.55

8 Sull'interessante legame tra "scavo" psicologico e "costruzione" narrativa nell'analisi vedi Sigmund Freud, Costruzioni nell'analisi, sta in S. Freud , Opere vol.11, Bollati Boringhieri Torino 1999, pp.541-552.

9 Duccio Demetrio,Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé. Raffaello Cortina Editore, Milano 1996.

10 Ibidem p. 95 e seguenti.

11 Piero Ferrucci, Esperienze delle vette. Creatività estasi illuminazione: le nuove frontiere della psicologia transpersonale. Casa editrice Astrolabio, Roma 1989.

12 Ibidem, p. 40.

13 Ferrucci, op.cit. p. 45

14 Milton H. Erickson, La mia voce ti accompagnerà, i racconti didattici di Milton H. Erickson, a cura di Sidney Rosen. Casa editrice Astrolabio, Roma 1983.

15 Kurt Vonnegut, Cronosisma, Bompiani Milano 2000.

16 Ibidem, p. 29-30.

17 Antonio Tabucchi,Futuro anteriore:una lettera mancante, pp.143-144. Sta in Tra sapere e potere. Percorsi della seduzione. A cura di Franco Rella. Casa editrice Pendragon, Bologna 2002.

18 Marie Louise Von Franz,Le tracce del futuro, divinazione e tempo. Red edizioni, Como 1986 p.143. La Von Franz cerca di rispondere alla domanda da lei posta al termine del saggio.

http://www.ilcounseling.it