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La psicanalisi è salvifica?
 
 
Recensione di Giovanni Rotiroti al libro di Alberto Zino, Vita comune. Per un’etica, Freud, Edizioni ETS, Pisa, 2005.
 

 

 
In un’epoca caratterizzata da travagli, istituzioni, utopie, poteri, conflitti, e dalla forte spinta di adeguamento ai fattori socioculturali, la psicanalisi critica è ancora in grado di confermare la sua funzione sociale e di affermare il proprio carattere pratico? E in tutta questa ambiguità politica e sociale la psicanalisi è ancora capace di sostenere la sua posizione etica? La domanda si fa più radicale. È ancora possibile pensare ed esercitare una psicanalisi critica rispettando il diritto della persona a essere differente, quindi nel rispetto anche del cosiddetto sintomo, che è di natura per molti versi sociale, non solo "biologico-genetico"?
 
Sembra proprio che non sia più così. La psicanalisi per alcuni autorevoli filosofi «rivela tutta la sua impotenza, perché gli strumenti di cui dispone, se sono utilissimi per la comprensione delle dinamiche emotivo-relazionali e per i processi di simbolizzazione, sono inefficaci in ordine al tipo di insensatezza che caratterizza l’età della tecnica. La psicanalisi, infatti conosce il non-senso di una vita tormentata dalla sofferenza, ma non la sofferenza determinata dall’irreparabilità del senso». Da ciò si deduce che la psicanalisi è pienamente inscritta nella «visione religiosa presentandosi come forma di medicalizzazione dell’umano, che è poi la visione secolarizzata della redenzione religiosa».
 
Il libro di Alberto Zino che si ispira al lascito dell’ultimo Freud, non sembra condividere quest’impostazione del sistema ideazionale dominante. Infatti nelle prime pagine di un ciclo di «ventisette lezioni» si legge:
 
«In quella vita comune che si chiama analisi non accade che determinate domande vengano risolte e si proceda poi alla soluzioni di altre». «Succede invece in analisi che le stesse domande ricompaiano sempre di nuovo, oppure che interi territori del domandare scompaiano dalla voce e non vengano più trattati. Continenti che improvvisamente si inabissano, si dirigono verso il senza fondo. Chi sa se lì trovano pace». «L’attuale crisi del linguaggio significa realmente la ricaduta nella barbarie. Si danno prevalentemente parole autoritarie o burocratiche. Credo che l’intera crisi del linguaggio non possa essere separata dal fenomeno della paura. Non volendo mai rischiare niente, si finisce col perdere tutto, ossia la parola». «L’analisi come la poesia e ormai poco altro, resta lì a testimoniare e far imparare non l’essere felici, la soluzione dei problemi del sesso o la fine del panico, ma l’amore per le parole. Di niente altro è fatta la nostra esperienza. Per noi, visto che siamo parlanti. E mortali. La morte parla, signori, e come tutto parla nelle parole. Per questo che un umano con poche parole sarà sempre più terrorizzato dalla morte». «La morte non parla la lingua di ciò che è sopravvissuto, ma di quello che se ne è andato. L’inconscio è per noi questo strano insieme di parole che sono andate via, forse perché danneggiavano, ferivano, erano ostiche e non confortevoli nel loro domandare, le abbiamo perdute, sono rimaste solo quelle che non pongono problemi. La differenza adesso è che i problemi sono gli stessi di prima, ma non ci sono più neanche le parole per dirli». «Il desiderio dell’analista non è un qualcosa che possa esserci o non esserci, non partecipa del dubbio. Si tratta di un desiderio cui siamo obbligati. Non è un dovere, ma una questione etica. In realtà è semplice, si lega ad Antigone. Il desiderio dell’analista, il desiderio che desidera l’analista, è un desiderio di impossibile. Si suppone che il desiderio di un analista sia rivolto all’ascolto dell’inconscio: l’impossibile per eccellenza. Come quello del poeta, è desiderio di qualcosa che per definizione resta lontano nella sua vicinanza estrema». «Da anni, più di cento, facciamo una cosa che riteniamo molto importante e che tuttavia è impossibile. Occorre un poco di follia. Non è poi così difficile diventare analisti, difficile è rimanerlo. Poiché implica una passione. Per le passioni, la cosa più problematica è il tempo che passa». «Credo che per un’etica e anche per una vita comune ancora vi sia questa possibilità: imparare a godere dell’ascolto del tragico, della non appartenenza, del più inquietante che noi stessi siamo, e non soltanto di messaggi più o meno salvifici».
 
Evidentemente se qualcosa della psicanalisi in quest’epoca caratterizzata dallo strapotere della tecnica si può ancora dare (o dire) non è certo quello che gli antichi greci chiamavano la «giusta misura», cioè «la cifra della finitezza che l’uomo non deve oltrepassare». La psicanalisi non è una «pratica filosofica». Tutt’altro, la psicanalisi critica è un’etica, cioè il modo un po’ folle come il desiderio di Antigone di abitare il mondo. Cosa accade in analisi? Niente si sarebbe tentati di dire, anche se non è così. Quando una cosa è accaduta nel reale, dopo un po’ di parole non se ne parla più. In realtà in analisi non si sa ciò che avviene. Ma non sapere non equivale ad arrendersi all’inesorabilità tragica del dolore. E considerare questo non sapere, che non prevede l’accesso alle soluzioni, non significa farlo appartenere al campo dell’espiazione e della purificazione religiosa dominata da una fantasia salvifica. Se appunto c’è una chance in analisi essa non è riconducibile a una forma di salvezza. Poi, salvezza da chi e da cosa? Semmai la posta in gioco di un’analisi è la libertà, e non la felicità promessa dalla «giusta misura» o da virtù consolatorie più o meno precisate. Da più di duemila anni si è pensato che il dire bene o bene-dire invece del male-dire o dire-male fosse la vera soluzione per acquisire il "ben essere" così tanto agognato. La psicanalisi non si pone in mezzo a un fraintendimento di tal genere. Non si tratta di trovare un rimedio dove c’è una faglia, semplicemente perché non c’è rimedio. In un’analisi quando si rinuncia al rimedio del problema, o alla risoluzione del problema, il problema declina, viene meno e le "cose" cominciano a domandare, le parole si mettono in mancia e i "blocchi", le "prese" si allentano, si danno a vedere, a sentire, vengono a galla, mostrano proprio ciò che prima di allora non si vedeva ma si avvertiva terribilmente solo come un muto dolore. La libertà non significa la conquista della felicità, ma neppure adattarsi nella tragedia. La libertà in analisi è entrare in dialogo con se stessi senza per questo sentirsi terrorizzati, cioè terrificati dallo stesso domandare. Se poi "si sta meglio", nessuno sa dire perché. E questo per che - anche se il sintomo ha una storia, e in analisi si prova a tornare a ritroso verso l’origine o la causa raccontando di nuovo una storia - nessuno lo sa rintracciare. Nessuno sa il per che e il per come qualcosa (cioè un niente) sia cambiato.
 
Quindi, l’atteggiamento psicanalitico non può essere medico, religioso, morale, politico e neppure pedagogico, come da tante parti si pretende, ma è sostanzialmente etico. L’etica è un ethos, è una modalità soggettiva dell’abitare che impone la sua legge. È un diritto a essere ospitati, anche nei propri tratti più inquietanti, che non è fondato su alcuna norma morale né tecnica, ma su un evento privo di ragione, una pura contingenza, un effetto della parola che si istituisce come legge del desiderio e quindi dell’ospitalità. Una ragione priva di ragione, effetto della contingenza e dell’evento, è in verità una ragione ospitale e generosa. Forse, questo particolare tipo di ragione, questa ragione speciale ci può permettere di imparare, in mancanza di strumenti più appropriati, a sostare nel malinteso, nel qui pro quo, nel gioco delle parole e soprattutto nel tragico irriducibile della sofferenza umana. Forse, l’analisi ci consente di adottare un pensiero critico e un ascolto degni di questo nome senza per questo dover fornire delle risposte certe e sicure per tutti. Questo tipo di ragione e di ascolto, critici, inquieti e generosi rispondono solo alla legge del desiderio e dell’ospitalità, sono connessi al lutto e all’amicizia, dunque anche alla politica, al modo dello stare insieme, alla Vita comune. Per un’etica, Freud.
 
 
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