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Quando la domanda insegue la scrittura
di Giovanni Rotiroti

Recensione al libro di Alberto Zino, L'incertezza delle voci. Per una psicanalisi dello sviluppo, Pisa, ETS, 2002.

Pochi libri di psicanalisi hanno saputo custodire il più prezioso lascito di Freud: il dono della morte. Non la morte fisica, ben inteso, ma quella più significativa: il morire che si sconta vivendo. Noi, scriveva Freud "non riconosciamo la morte come una necessità", e non mostriamo di avere "la sicura convinzione che ognuno di noi è debitore alla Natura della propria morte" (Noi e la morte). Compito della psicanalisi sarà dunque quello di restituire alla morte il posto che le spetta nella vita. E se si vuole custodire la vita è necessario disporsi alla morte: "si vis vitam para mortem" (Considerazioni sulla guerra e la morte). Il profondo amore di Freud per l'esistenza è testimoniato nello scritto sulla Caducità, dalla certezza che solo "ciò che è doloroso può essere vero". La scrittura della morte è una costante degli scritti freudiani successivi già a partire dalla svolta del 1920, e Al di là del principio del piacere, L'Io e l'Es, Inibizione, sintomo angoscia ne sono una chiara testimonianza. Il dialogo di Freud si protrarrà nei suoi lunghi intrattenimenti con la letteratura - si pensi ai saggi sulla Gradiva di Jensen, Grande è la Diana Efesia di Goethe, Il Mercante di Venezia e il Re Lear di Shakespeare - e anche con l'antropologia come nella trattazione Totem e tabù; e infine con il pensiero teologico - L'uomo Mosè e la religione monoteistica rifletterà il lungo viaggio intrapreso dalla psicanalisi a partire dalla Spiegazione dei sogni, passando per Introduzione al narcisismo, Lutto e Malinconia, e il bellissimo saggio sullo Spaesante.
Ma è a Il disagio nella civiltà che il prezioso libro di Alberto Zino guarda.

"Leggendo il testo di Freud Il disagio della civiltà, per un certo tempo non si riesce ad abbandonare quel passaggio così pregnante che riguarda il fatto che delle tre cose che sono le cause del malessere, del disagio, Freud dà una netta prevalenza a quella che numera per terza, vale a dire la sofferenza, il dolore che derivano dall'Altro, dall'Altro fatto altro, come è detto in questo libro".

"L'inganno dell'Altro in quanto altro non sta in una eventuale risposta mal data, o in una malaugurata falsità nel racconto, ma nel fatto stesso di porsi sulla scena del domandante come quell'entità che tende a chiudere la scena invece che rilanciarla, a terminare la narrazione - che è la vita stessa - invece che lasciarla scorrere nel domandare. Quest'ultimo, comunque inesausto, se viene percepito dal soggetto come "poco gradito" all'Altro in quanto altro, è costretto a rifugiarsi nel sintomo, secondo le vie del discorso nevrotico, o nel luogo angusto di risposte prese a prestito, per mettere una toppa al vuoto che si spalanca dentro a questo Altro che non gradisce".

La psicanalisi è "l'arte per cui morire". È un'arte che insegna a sapere morire, proprio di quel morire che sta nel fondamento abissale dell'esistere.

"L'uomo è essenzialmente quell'essere che si è trovato costretto a prendere coscienza del suo essere consegnato alla morte. Deve inoltre subire i contraccolpi della finitudine, dell'abbandono, dell'oblio e dell'indifferenza dell'essere. In forza di ciò si è spalancata la questione dell'orrore insieme al suo necessario e violento ripudio, giacché senza quest'ultimo l'esistenza stessa risulterebbe impossibile".

"Nell'istante stesso del godimento la cosa lascia il posto, viene a mancare. Il luogo dell'oggetto del desiderio si svuota. Quel che Freud chiama Todestrieb, pulsione di morte, si apre lì, in quel tratto del tempo. Preme come una vera pulsione, ma senza alcun oggetto che non sia l'assente. Spinge nella direzione della struttura di mancanza, cuore del desiderio."

"La pulsione di morte non è violenza né inclinazione verso l'annullamento, ma il modo essenziale in cui è presente nell'uomo il non dell'esistenza. Tuttavia, l'assenza si dà solo in relazione con la presenza. Il libro, la penna. C'è sempre un niente che la vita (la domanda, la scrittura) impone a ciò che è."

Non si tratta di un "verbo", il morire, che si vuole "definitivo", quanto piuttosto la traduzione che di esso si possa lasciar essere: l'incessante domandare. Tutto qui il mistero dell'analisi? Nessuna nostalgia per l'assoluto? Magia della parola? Cura attraverso di essa? Ebbene sì. La domanda si incide tra le pieghe della vita stessa. Le parole per essere veramente significative passano attraverso il filo della loro morte ed inseguono la scrittura.

"Le parole derivano dal linguaggio; esso esiste già prima che egli provenga nel mondo.
Noi prendiamo le parole, pensiamo di sceglierle, alcune, altre, sono loro che scelgono noi.
È come se da questo Altro fuori di noi, da questo mondo che viene prima di noi, le parole si degnassero, a volte con calma ed altre violentemente, di entrare in noi e di riempirci".

"I soggetti umani sono fatti di parole e le parole sono la nostra pasta, allo stesso tempo i nostri corpi sono anche parlati, per esempio dagli altri che sui nostri corpi hanno delle idee, dicono delle cose; non può esistere una relazione amorosa senza che queste due persone non parlino del corpo dell'altro oltre che del proprio. I nostri corpi sono parlati, perché noi stessi siamo parlati, non cessiamo mai di essere dei parlati; anche se fossimo soli nel deserto, qualcuno, cioè noi stessi, parlerebbe di noi."

"Da dove vengono le parole, e i corpi che vi albergano? Questo è un campo che viene dall'Altro, perché il linguaggio non lo inventa il sopraggiunto e lo prende, lo cuce come una stoffa in un modo unico e non ripetibile. In questo senso le parole fanno tutto. Fanno anche i corpi."

"È vero che si impara a parlare dopo essere nati, però lo sviluppante si trova nel campo delle parole ancora prima di nascere, perché altri hanno parlato di lui, per esempio un uomo e la sua donna sono stati diversi mesi a parlare di lui, non sapevano che faccia avrebbe avuto, neppure sapevano la misura esatta del suo gomito, però sono stati nove e più mesi a parlare incessantemente di lui, al punto che il passante nascendo potrebbe dire: "smettetela di parlare di me e fatemi costruire da solo le mie strade". Ma questo non è possibile, perché quando arriva già da tempo è stato parlato, detto, ferito, amato, disperato, è stato un giocattolo, un peluche, poi è arrivato e non è detto che si smetta di credere che sia un peluche."

"Le parole fondano, stanno nei corpi e la loro funzione principale è di dire ciò che esse vogliono, indipendentemente dal fatto che sia ciò che noi vogliamo dire. Queste parole sono idee, rappresentazioni e la loro principale qualità è quella di camminare, le parole non stanno ferme, perché se si fermano troppo in una persona, se si fissano, nasce un problema; se non si bloccano transitano, vanno e vengono."

L'altrove lega la parola alla scrittura e la lascia come traccia: voci che si intrecciano nel loro disperdersi. Quest'arte che è la vita (se si vuole l'analisi e/o la scrittura), è fatta di tessere invisibili, fili che si annodano e si snodano tra l'esistenza delle parole e la permanenza nella loro morte. Le parole transitano, non si fermano, ci ospitano ed è forse questo l'enigma cui il libro di Alberto Zino sembra far cenno. Questo intrattenimento infinito (che è il tempo di un'analisi, che è il foglio bianco su cui si scrive) non ammette guarigioni, non è psico-terapia ("terra pia"), né dispensa "consolazioni". È un amore che si apre senza risoluzioni, una promessa forse di libertà: lo spazio della condivisione del nostro farsi del vuoto, l'ascolto delle voci che desiderano la nostra mancanza per ritornare a essere libere.

"Per questo la posta in gioco di un'analisi non è, come tanti credono e troppi promettono, la felicità, ma è la libertà. La felicità non può essere posta in gioco di niente, è un umore, un tratto dell'inconscio che può darsi o no, in ultima istanza la gioia come il dolore restano senza per - che.
La questione della libertà. Ovviamente parliamo della libertà interiore, del senso della libertà. È l'unica che può interessare uno psicanalista. Ma non può darsi neanche l'inizio dell'inizio di un percorso che punti a ciò, se non si è disposti alla meraviglia. Non riguardo a tutto in genere, soprattutto ai propri alfabeti personali."

"Da dove viene la rinuncia al perché? Da dove viene la complicità nel cancellare questa capacità di fare domande e quindi da dove viene l'alleanza con il rispettare le consegne?
Ecco una traccia che appare scomoda, a volte feroce: per mantenere una possibilità di domandare, quindi una possibilità di essere meravigliati a noi stessi, occorre riprendere la questione della morte. Per questo in genere le analisi si avviano alla loro fine parlando di questo argomento. In questo senso, tutte le analisi muoiono.
Si può partire da qualsiasi problema, da qualsiasi forma di disagio comunemente intesa, ma se l'esperienza dell'analisi in qualche modo marcia, funziona, quasi sempre si va a parlare della morte; che si sia partiti da un amore, da un odio, da un corpo malato, da un'anima che non si trova, si finisce a parlare di questo perché, perché siamo. Alcuni potrebbero pensare che sia un difetto della psicanalisi."

Ci si chiede anche se questo intrattenimento abbia a che fare con il dolorare della vita, con l'appalesarsi dei suoi mostri. Sì, se intendiamo questo intrattenimento come il verso in una poesia che duole, come il silenzio che si mostra nella parola strozzata, appena abbozzata, come la cancellazione di una soggettività che si illudeva di essere piena, senza falle e senza misteri. No, se intendiamo questo intrattenersi come una terapia per il dolore. Il dolore in analisi non viene scacciato, ma accolto per domandare, richiedere ancora, per esprimere la poesia che l'umano è, una convalescenza destinata a mettere in tensione lo statuto stesso del suo sapere e del suo stare nel mondo, destinato al rinvio, al rilancio e alla ripetizione.
Che ci sia un legame tra l'angoscia e la parola lo testimonia l'interrogarsi del pensiero. Un pensiero della parola che insegue la scrittura.

"C'è un mondo di differenza tra un'angoscia che nella vita è soltanto prevalentemente disperazione ed un'angoscia che diventa anche una risorsa, una molla. Tutta l'esperienza analitica consiste in questo, se volete, detto proprio in parole quasi brutali: trasformare questo incessante dolore umano in una spinta, invece che in una penalizzazione. Di conseguenza, in una responsabilità."

"Esistere - che lo si voglia o no - comporta comunque farsi carico dell'esistenza."

"Scrive Jabès: "Pensare il taglio di sé perché possa pensarsi nel taglio; perché cos'altro mai è pensare, se non troncare nodi, scioglierli, come ci si scioglie da un legame di troppo, come il secondo, di colpo, si allontana dall'eternità. La conoscenza avviene al prezzo di questa spoliazione".
Per me, tale spoliazione riguarda l'esperienza dell'analisi."

"L'analisi è educazione al desiderio, dunque a ciò che non è educabile. È educazione all'impossibile.
L'impossibile di cui parla Freud implica che lo si ascolti. L'impossibile resta impossibile, quindi quel che resta da fare è addestrarsi ad esso.
L'analisi è educazione al desiderio attraverso l'educazione al dolore. L'una non va senza l'altra."

Le parole, scrive Blanchot nell'Infinito intrattenimento, "hanno il potere di fare sparire le cose, e di farle apparire in quanto scomparse, apparenza di una sparizione, presenza che, a sua volta, ritorna all'assenza per il movimento di erosione e di usura che è l'anima e la vita delle parole, e trae da esse luce per il fatto che si spengono, chiarezza tramite l'oscuro. Ma, avendo questo potere di far 'sorgere' le cose dal di dentro della loro assenza, dominatrici di questa assenza, le parole hanno anche il potere di sparirvi esse stesse, di rendersi meravigliosamente assenti in seno al tutto che realizzano, che proclamano annullandovisi, che adempiono eternamente distruggendosi senza fine".
Il luogo della poesia (che è l'esistere) si dispone tra la voce e il suo pensiero, tra il pensiero e la sua voce, tra la presenza e l'assenza di una domanda ben fatta, come in analisi. È un perenne oscillare nella universalità dei suoi livelli formali. È il luogo in cui l'esistenza viva rinvia all'enigma dell'apparenza, alla sua caducità, nel senso che essa muore nell'Altro, come bios, per rinascere, come logos, nelle silenziose gestualità dell'origine.
La morte nella scrittura, come potere, come comprensione totalizzante, è la morte stessa del soggetto che avviene in analisi. È il venir meno del soggetto come individualità, come interiorità, presenza a sé o identità, però si tratta pur sempre di un soggetto che non muore come possibilità, anzi tutt'altro... L'identità che si "scrive" in analisi, con le sue parole soffocate, è erosa e il soggetto dello scrivere è un soggetto indebolito che diviene passivo, abbandonato al suo altrove, al suo non irrinunciabile silenzio.
Il rapporto tra la scrittura e l'analisi necessita, quindi, di essere interrogato a partire dalla scrittura di una parola viva che ha senso solo se nella scrittura se ne dà di questa parola: la scrittura della propria soggettività spossessata, cancellata. Il senso e il sapere di questa esperienza vanno ripensati all'interno di un estenuante travaglio in cui affiora un "sapere latente", ed è "un sapere che brucia il pensiero", "un sapere d'infinita pazienza", come sembra suggerire Blanchot ne La scrittura del disastro. Il sapere dell'analisi, l'analisi e la scrittura hanno un loro senso: "Senso assente (non assenza di senso, e nemmeno senso mancante o potenziale o latente). Scrivere, forse, significa far affiorare qualcosa come un senso assente, accogliere- scrive ancora Blanchot - la spinta passiva che non è ancora il pensiero, essendo già il disastro del pensiero. La sua pazienza. Tra lui e l'altro ci sarebbe il contatto, il non rapporto del senso assente - l'amicizia".
La morte e il venir meno della soggettività nella scrittura e il silenzio nell'analisi non vanno pensati come esclusione o cancellazione radicale, bensì come trasformazione della soggettività in una "soggettività senza soggetto" in cui l'Altro è "al posto dell'io". La parola nell'analisi, come la parola nella scrittura, è una parola passiva, una parola senza potere che non cerca di comprendere e ridurre l'altro al medesimo, ma rispetta e accoglie l'alterità nella sua assoluta e prossima estraneità. Si tratta di una parola che comporta l'abbandono della soggettività come potere e della rinuncia del sapere come pretesa di senso. Ma è soprattutto una parola accogliente, che ospita lo straniero, che incede coi suoi passi e lascia le sue orme nella sabbia rovente del deserto.
La pratica della scrittura, come l'esperienza in analisi, è un certo esercizio, un certo stile (in senso etico) di pensiero, invita cioè ad abitare il pensiero nella sua dimensione radicalmente interrogante, come domanda più profonda, senza paracadute, senza rete. Lo scritto di Alberto Zino è domanda della domanda. "In tal senso il libro, - scrive l'autore - resta molto più un'interrogazione che una risposta".
Lasciamo parlare il testo. Sfogliamo le voci come fossero fogli abbandonati alla deriva di una lettura, schegge di un discorso, quasi d'amore, che non temono l'orrore della loro frammentazione, perché in questo intrecciarsi di voci, anche se sfigurate, rese irriconoscibili a se stesse, sono comunque chiamate a raggiungere la desiderata e inquieta meta di un approdo. Si spera, almeno, quella del suo lettore.

"Insomma, veniamo al mondo in condizioni che definire disastrose è dire poco. Ma se siamo qui vuol dire che siamo sopravvissuti a questo inizio. Ecco, con un po' di umorismo si potrebbe dire che questo siamo, dei sopravvissuti. In rapporto a queste cose non è difficile avere degli approcci tristi. L'ideale sarebbe riuscire a interrogarsi su queste cose ma senza immalinconirsi troppo. La fuga, come dice Freud, non paga molto. Possiamo scappare una vita da queste cose o da questi pensieri, ma verrebbero con noi. Possiamo trovare il modo di lavoro con noi stessi per non essere tutta la vita dei semplici fuggitivi."

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